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Evitare deficit di credibilità

Perché abolire la quota 100 è il primo passo per una manovra di svolta

È costosa, iniqua, non incoraggia l’occupazione, non aiuta le categorie deboli. Motivi per fermarla e altre idee. Un altro reddito di cittadinanza

21 Settembre 2019 alle 06:09

Perché abolire la quota 100 è il primo passo per una manovra di svolta

foto LaPresse

In un quadro politico alquanto incerto, nel quale l’instabilità potrebbe manifestarsi in modo repentino e trasferirsi, in modo altrettanto repentino, ai mercati finanziari e all’economia, quali dovrebbero essere le caratteristiche di una “buona” legge di Bilancio?

 

Anzitutto deve trattarsi di una legge che fissa chiaramente le priorità, evitando la dispersione degli interventi in modo che tutti possano dirsi contenti (o scontenti) allo stesso modo. La necessità di priorità nasce dai vincoli di risorse (non ce ne sono per tutto/tutti, né si può indefinitamente ricorrere al debito, come forse a certi politici non dispiacerebbe) e dai vincoli di tempo. Il governo si è dato tre anni, che non sono molti per correggere distorsioni e debolezze di decenni, mentre ha presentato una lista di punti programmatici che spazia su 360 gradi. Occorre scegliere cosa viene prima e cosa dopo. L’origine politica, e non tecnica, del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha anche questo significato: solo la politica può infatti stabilire le priorità, assumendosene la responsabilità. Il tono generale della legge di Bilancio 2020 sarà pertanto dato dalla capacità di guardare credibilmente al medio termine, una caratteristica poco o punto presente nelle finanziarie italiane degli ultimi anni (e non solo). La nostra priorità è indubbiamente una crescita stabile della produzione e dell’occupazione. Nessuno, però, ha la formula magica di come farla ripartire dopo circa vent’anni di ristagno o arretramento, anche perché essa dipende fortemente dalla congiuntura internazionale. Per fortuna, l’Italia ha abbandonato pericolose velleità di uscita dall’euro e dall’Unione Europea (questo è forse l’atout principale del governo Conte bis), anche aggiudicandosi il commissario europeo all’Economia. Potremo perciò contare su un po’ di “flessibilità” (leggasi possibilità di un deficit più alto di quello compatibile con la riduzione del debito), in aggiunta al risparmio di interessi dovuto alla nuova espansione monetaria della Bce e alle minori spese, rispetto a quelle preventivate, per quota 100 e reddito di cittadinanza, in conseguenza del loro scarso successo. Questi margini, al netto delle risorse necessarie per evitare l’aumento dell’Iva, dovranno essere usati per spese in conto capitale (infrastrutture fisiche e informatiche, istruzioni e formazione professionale, innovazione e ricerca) secondo percorsi dettagliati – e non soltanto genericamente indicati – di investimenti pubblici e di aiuto a quelli privati. Una buona legge di Bilancio evita, in ogni caso, di destinare le poche risorse “libere” a spese correnti di scarso o nullo impatto sui consumi e sulla crescita. Al netto degli interessi sul debito, la spesa pensionistica rappresenta circa la metà delle spese correnti, una caratteristica fondamentale del nostro welfare, tradizionalmente incentrato sulla previdenza come principale ammortizzatore sociale (il che non sorprende dato il peso preponderante degli anziani nella società e la loro maggiore propensione al voto).

  

In una prospettiva di medio termine occorre proporsi un ribilanciamento nella composizione della spesa sociale, la quale dovrà avere un più chiaro obiettivo di riduzione delle diseguaglianze, anche tra generazioni. La crisi economica ha infatti ampliato queste diseguaglianze, rendendo i giovani il segmento più debole della società, con troppi esclusi da lavoro e formazione, troppi disoccupati o occupati poveri, troppi in povertà assoluta, troppi privi di un’adeguata capacità di risparmio per l’età anziana.

 

Gli interventi sul welfare dovranno perciò essere indirizzati verso i segmenti più a rischio di disoccupazione, di povertà, di esclusione materiale e immateriale. Ciò significa guardare all’intero ciclo di vita, e non solo al pensionamento, con l’obiettivo di ridurre, se non eliminare, le diseguaglianze nelle opportunità, soprattutto di quelle che hanno maggiori effetti negativi cumulati, in una sorta di “capitalizzazione” degli svantaggi. Il sistema di welfare dovrà – in modo inevitabilmente graduale ma riconoscibile – guardare più alle chance di vita e ai rischi delle persone nelle varie fasi della loro esistenza. Tali rischi non sono uniformemente distribuiti né individualmente, né geograficamente: il rischio di inadeguata istruzione, ad esempio, è inevitabilmente maggiore nelle periferie, dove vi sono più bambini disagiati e, paradossalmente, meno insegnanti di sostegno.

 

In questa prospettiva, bene la promessa di intervento sugli asili nido e sulla scuola, purché queste voci di spesa non corrispondano semplicemente a nuovi disarticolati provvedimenti ma a un preciso programma volto all’inclusione e al miglioramento della performance scolastica degli alunni più svantaggiati. E’ bene anche un ripensamento sul reddito di cittadinanza volto a rendere più nitida la separazione tra le misure di attivazione al lavoro delle persone scoraggiate o disoccupate da quelle più specificamente rivolte a sottrarre famiglie alla povertà. Per quanto possa essere impopolare, dovrebbe anche essere chiaro ai cittadini che queste misure non potranno essere finanziate in disavanzo, ma, dovranno trovare almeno parziale compensazione in tagli di spesa in altri settori.

 

In ambito previdenziale, data l’inopportunità di abolire quota 100, ciò che destabilizzerebbe la vita di molte persone, sarebbe opportuno limitarne la portata per l’anno 2021 e, più ancora, affermare in modo chiaro che essa non sarà rinnovata. Quota 100 è costosa, non incoraggia l’occupazione giovanile, non aiuta le categorie di lavoratori più deboli, e anzi genera iniquità nei confronti di disoccupati, lavoratori precoci, persone che – spesso per mancanza di servizi pubblici – sono costrette a lasciare il lavoro per svolgere attività di cura in famiglia.

 

Parecchie misure volte a rendere più flessibile il pensionamento sono state introdotte negli anni recenti e ciò ha un senso. Ribadire in modo indiscriminato che il diritto al pensionamento matura al raggiungimento di una sorta di numero magico è invece inopportuno, soprattutto fino a quando le pensioni in decorrenza avranno ancora una grossa componente retributiva. Non si dimentichi che è l’implicito “regalo” incluso nel retributivo a rendere potenzialmente iniqua la flessibilità del pensionamento. Con il calcolo contributivo la flessibilità è la naturale controparte del risparmio accumulato dal lavoratore (sotto forma di contributi) nel corso della vita lavorativa. Ovviamente nel rispetto di un’età e di un livello di pensione che scoraggino i lavoratori dal ritirarsi a un’età ancora giovane per rivolgersi più tardi allo stato affinché intervenga a sostegno di una pensione nel frattempo diventata insufficiente. In questo senso, la flessibilità dell’opzione donna è solo apparentemente generosa: 58 anni di età (59 per le lavoratrici autonome) possono sembrare tanti rispetto alle età di pensionamento delle baby pensionate e di certe pensioni di anzianità del passato ma possono essere poche rispetto alla longevità attesa delle donne a tali età (30 anni circa). Il rischio di una pensione non adeguata ai bisogni dell’età anziana è perciò elevato.

 

L’adeguatezza delle pensioni dei giovani non va affrontata con nuove promesse di minimi, poco realistiche perché lontanissime nel tempo, ma con l’ampliamento della fiscalizzazione dei contributi (e perciò con la messa a carico della fiscalità generale, progressiva) per i periodi di assenza involontaria dal lavoro per disoccupazione o assistenza a famigliari non autosufficienti. E sempre ricordando che la premessa per buone pensioni è un mercato del lavoro che funziona, con alta partecipazione, bassa disoccupazione e redditi dignitosi.

 

Va avviata infine una seria opera di educazione al risparmio previdenziale – possibilmente nell’ambito del più generale programma di educazione finanziaria, per il quale anche il nostro paese si è dotato di una strategia nazionale – che favorisca la comprensione del metodo contributivo di calcolo della pensione. Non un toccasana, ma una formula che favorisce la trasparenza, che non è contraria all’equità, né alla solidarietà ma piuttosto ai privilegi. I lavoratori debbono comprendere che non è dal politico di turno (sempre generoso, perché sempre con l’occhio rivolto alle prossime elezioni, a loro volta sempre vicine in un sistema politico instabile) che debbono aspettarsi la loro pensione quanto dal loro lavoro e dai lori risparmi.

 

Quali chance abbiamo che la prossima Finanziaria segua queste linee? E’ una domanda non per specialisti ma per tutti i cittadini.

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