Tanto debito, poca crescita: la manovra della svolta è un film già visto

Veronica De Romanis

Il governo conferma tutte le misure di spesa inefficaci (80 euro, RdC, quota 100): il debito cresce, il pil molto meno

La lettera di risposta del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è stata spedita in questi giorni all’indirizzo del vice presidente della Commissione europea Valdis Dombovskis e del commissario agli Affari economici Pierre Moscovici. L’obiettivo delle sei pagine di spiegazioni – unitamente alle tavole allegate – è quello di rassicurare l’Europa. Gualtieri riconosce che il debito non scende e che il disavanzo strutturale (ossia il disavanzo al netto dell’impatto del ciclo economico) aumenta (invece di diminuire), ma è convinto che tali dinamiche siano destinate a mutare nel medio termine.

 

La manovra, infatti, darà avvio a una nuova fase di “crescita inclusiva e sostenibile” che consentirà di collocare il rapporto debito/pil su una traiettoria decrescente e, nel contempo, di migliorare “gradualmente” il disavanzo strutturale. Nello specifico, Gualtieri ha spiegato che chiederà flessibilità per circa 3,6 miliardi (0,2 per cento del pil) per eventi eccezionali legati al rischio idrogeologico. Pertanto, a fronte di un deterioramento del disavanzo strutturale dello 0,1 per cento nel 2020, non vi sarebbe una “deviazione significativa” dalle regole fiscali europee perché – secondo i calcoli del ministero sull’output gap – la correzione dovrebbe essere dello 0,5 per cento e non dello 0,6 per cento come richiesto dalla Commissione. Peraltro, grazie alla crescita, alle riforme strutturali, ai miglioramenti sul mercato del lavoro – che deriverebbero anche “dall’attivazione del reddito di cittadinanza” –, alla lotta all’evasione e ai probabili risparmi legati alla discesa dello spread, l’esecutivo prevede una progressiva discesa del disavanzo strutturale che dovrebbe portare a una “convergenza” verso l’obiettivo di medio termine: il pareggio di bilancio resta, per ora, fuori dal periodo di previsione.

 

Nella pagine mandate a Bruxelles, viene evidenziato come un’accelerazione di questa discesa sia plausibile visto che il quadro macroeconomico delineato è considerato molto prudente (è stata persino inserita una clausola volta a congelare la spesa nel caso in cui il tiraggio di Quota 100 dovesse risultare superiore alle stime). C’è, allora, da chiedersi se, effettivamente, come sostiene il capo del dicastero di Via XX Settembre, questa manovra porterà meno debito e più crescita “inclusiva”.


E’ difficile pensare che la crescita possa essere trainata da una riduzione del cuneo fiscale di 3 miliardi di euro. Peraltro la manovra è finanziata per metà da tasse ed entrate da lotta all’evasione, e tali eventuali entrate saranno usate per saldare la spesa corrente passata e non per ridurre la pressione fiscale 


Dall’analisi dei numeri emerge più di un dubbio. L’impulso alla crescita dovrebbe arrivare dalle tre misure bandiera degli azionisti di governo – gli 80 euro di Italia Viva e del Partito democratico, il Reddito di cittadinanza e la Quota 100 del Movimento 5 Stelle – che vengono tutte mantenute. Eppure, tali misure hanno un impatto pressoché nullo sul prodotto interno lordo: a spiegarlo nel Documento di economia e finanza di aprile è stato il precedente governo che – vale la pena ricordarlo – è composto dallo stesso premier e dalla stessa forza di maggioranza che oggi le conferma. In particolare, Quota 100 non è servita a mettere in moto la cosiddetta “staffetta generazionale” (ma, allora dove sarebbe la crescita “inclusiva” se i giovani sono sempre gli “esclusi”?), il Reddito di cittadinanza non ha aumentato né l’occupazione né la forza lavoro (i dati rivelano un incremento del numero degli inattivi ossia di coloro che escono dalla forza lavoro), gli 80 euro non hanno sortito l’impatto sperato sui consumi nonostante una spesa annua di circa 10 miliardi. Le riforme strutturali menzionate da Gualtieri sono ancora allo stato embrionale, a cominciare da quella per la famiglia. Per l’anno prossimo sono previsti solo 600 milioni di euro per finanziare nuovi bonus per le rette dei nidi quando, invece, per affrontare la sfida della demografia, servirebbero infrastrutture adeguate e, soprattutto, finanziamenti per incentivare l’occupazione femminile. Della riforma della Pubblica amministrazione – vero ostacolo allo sviluppo del paese – non vi è traccia cosi come manca completamente una seria azione di spending review.

 

A queste condizioni, risulta difficile pensare che la crescita possa essere trainata da una riduzione del cuneo fiscale dell’ordine di 3 miliardi di euro e da qualche investimento green. Peraltro, come illustrato sempre dal ministro, la manovra viene finanziata per metà con maggiore debito (davvero si pensa di diminuire il rapporto debito/pil con più debito?) e per l’altra metà con tasse e entrate da lotta all’evasione. E’ da notare che tali eventuali entrate verranno utilizzate per saldare spesa corrente passata e non per ridurre la pressione fiscale: ma il premier Conte non aveva fatto un patto con gli italiani che consisteva in più controlli in cambio di meno tasse? A conti fatti, è lecito aspettarsi che questa manovra produrrà scarsa crescita e un debito ancora non stabilizzato.

 

L’opinione della Commissione arriverà alla fine del mese di novembre dopo l’esame delle pagine e delle tabelle predisposte dal ministero dell’Economia e delle Finanze. In realtà, per farsi un’idea basterebbe guardare due numeri: la differenza tra il deficit tendenziale e quello programmatico e la differenza tra il pil tendenziale e quello programmatico. La prima indica il finanziamento a debito della manovra, la seconda il suo impatto sulla crescita. A fronte di un incremento del deficit dello 0,6 per cento (dall’1,4 tendenziale al 2,2 programmatico), il prodotto interno lordo aumenta solamente dello 0,2 per cento (dallo 0,4 tendenziale allo 0,6 programmatico). In sostanza, molte risorse a debito (oltre 10 miliardi) per poca crescita (circa 3,5 miliardi). Un film già visto. Eppure, questo doveva essere il governo della svolta.