Quanto è diversa la manovra da quelle viste negli ultimi 25 anni?

Renzo Rosati

Rovesciare quanto fatto dal governo precedente, giocare con le tasse e le imposte, pensare alla piazza. Amarcord

Roma. C’era un tempo nel quale esisteva solo la legge finanziaria, anzi “la finanziaria”. E lasciamo perdere la cosiddetta prima repubblica finita nel 1992 assieme alla Dc. E’ nella seconda (repubblica), con il prorompere sulla scena di Silvio Berlusconi e dell’alternanza destra-sinistra, che per le finanziarie si riempivano perfino le piazze. D’altra parte la manovra economica appena approvata vale al netto poco più di sette miliardi detratti i 23,5 per disinnescare le clausole di salvaguardia europee contratte dall’esecutivo precedente. Mentre lo scorso anno la maggioranza M5s-Lega approvò una manovra da 17 miliardi, utilizzati tutti tra Quota 100 e Reddito di cittadinanza, oltre a 20 di clausole di salvaguardia. Cifre che in un paese di 60 milioni di abitanti, 1.750 miliardi di pil e 2.375 di debito pubblico non consentono né riforme vere né svolte che incidono sulla vita delle persone. Nell’autunno 1994 Silvio Berlusconi provò a ridurre la spesa pubblica di 26 mila miliardi di lire e reperire 21 mila miliardi di entrate: l’equivalente di 40 miliardi di euro. Per riuscirci cerco di riformare le pensioni, e con i sindacati che proclamarono lo sciopero generale cercò di capire se la grande industria avrebbe tenuto: una cena organizzata da Cesare Romiti nella casa romana di Gianni Agnelli, presente il gotha imprenditoriale, lo rassicurò; subito dopo la Confindustria gli girò le spalle. Tutto andò liscio con la finanziaria per il 1996 del governo di Lamberto Dini, con riforma previdenziale concordata con le confederazioni; da lì a poco gli successe Romano Prodi alla guida dell’Ulivo, con Dini agli Esteri, primo esempio di ministro in tre esecutivi di opposti colori. La finanziaria per il 1997 equivalente a 50 miliardi di euro, più eurotassa di fine anno da 4.300 miliardi (di lire), con Vincenzo Visco alle Finanze portò a un aumento di imposte di 30 miliardi in euro. In compenso il deficit passò dal 7,3 al 2,7 per cento del pil. Rifondazione comunista, partner dell’Ulivo, mise sui poster lo slogan “anche i ricchi piangono”, che non portò fortuna: Prodi cadde a ottobre 1998. Gli successero due governi Amato intervallati da due governi D’Alema. La legislatura successiva fu dominata dal centrodestra e Berlusconi, con Giulio Tremonti all’Economia, attuò con le finanziarie per il 2003 e 2004 tagli fiscali che nelle intenzioni avrebbero dovuto ridurre la pressione dal 42 al 38,2 per cento del pil. Si fermerà invece al 39,8 poiché nel 2004 Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini, alleati di governo, giudicarono troppo liberista il piano di alleggerimento dell’Irpef costringendo Tremonti alle dimissioni.

 

Anche le riforme sul lavoro flessibile promosse dal Roberto Maroni al Lavoro, con la collaborazione di Marco Biagi, nonché l’introduzione dello scalone per le pensioni (inizialmente di cinque, poi di tre anni) portarono la gente in piazza, con il record di sei scioperi generali in cinque anni. Il governo successivo del 2006 nuovamente guidato da Prodi, con l’Unione, anticipò la manovra finanziaria a luglio, ri-aumentando le aliquote ma accompagnandole con una serie di liberalizzazioni. Alla fine però la pressione fiscale tornò al 42,6 per cento. Il 2 dicembre 2006 Berlusconi, Fini e Umberto Bossi riunirono in piazza San Giovanni un milione di persone che protestavano contro le tasse; il governo cadrà sedici mesi dopo, riportando in sella il Cavaliere. Ma l’epoca delle grandi e opposte manovre finanziarie, e delle grandi manifestazioni di piazza, si chiude a novembre 2011, quando l’Italia rischia il default. A reclamare una finanziaria d’urgenza è questa volta la Banca centrale europea che il 5 agosto invia a Palazzo Chigi la famosa lettera nella quale chiede una serie di riforme fiscali, economiche e sociali. La Lega si mette di traverso sulle pensioni ma il centrodestra è già dissolto, in un clima di semi-tregenda, con lo spread a 575 punti e Tremonti metà fuori e metà dentro l’esecutivo. Arriva Mario Monti che il 5 dicembre presenta un decreto definito “salva Italia” da 30 miliardi, 13 di tagli di spesa e 17 di tasse: compresa la reintroduzione dell’Imu (rivalutata) sulla prima casa e la riforma delle pensioni by Elsa Fornero. L’Italia si salva ma le misure hanno un indubbio effetto depressivo con il pil che nel 2012 scende del 2,4 per cento. In compenso Monti riesce a onorare, aumentando l’Iva, le clausole di salvaguardia, introdotte dall’ultimo governo di centrodestra per tener fede al patto di stabilità europeo. E così Enrico Letta; tutti i governi successivi sono ricorsi alla sterilizzazione. E magari per le manovre finanziarie non vale la pena di scaldarsi troppo né scendere in piazza, a meno che non ci vadano o si affaccino dal balcone gli stessi ministri. Per applaudire se stessi.

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