Contro la gnagnera sulla manovra

Claudio Cerasa

La continuità che c’è, ma che conta poco, e la discontinuità che non si vede, ma che conta molto. Economia, crescita, fiducia e tutti i falsi miti della legge di Stabilità. Cosa può fare il Pd per evitare la grillizzazione dell’Italia

Per capire la ragione per cui la notizia della morte del governo è stata ampiamente esagerata, occorre soffermarsi per un istante su alcuni numeri importanti della legge Finanziaria che ci permettono di osservare con un occhio un minimo distaccato la vera natura della manovra del governo. Il primo numero è quello relativo ai miliardi usati per realizzare la manovra, che sono 30, e se da quei 30 miliardi si sceglie di scorporare la quota destinata alla copertura delle clausole di salvaguardia – 23,3 miliardi – e la quota destinata a finanziare la voce di spesa delle politiche invariate – 1,7 miliardi – si capirà che alla fine lo scontro descritto come “mortale” tra il presidente del Consiglio, e il suo Pd, e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio e l’Italia viva di Matteo Renzi ha riguardato nientepopodimeno che cinque miliardi, tre dei quali destinati a una mini riduzione del cuneo fiscale e il resto destinato ad altre piccole misure. Si è mai visto un governo che cade perché litiga su cinque miliardi? Ma non scherziamo. A voler essere un minimo obiettivi di fronte alla prima manovra del governo rossogiallo bisognerebbe dunque riconoscere che la vera manovra che conta, per l’Italia, non è quella che si è materializzata lunedì notte con il sì in Consiglio dei ministri alla nota di aggiornamento del Def ma quella che si è materializzata qualche settimana fa in Parlamento con la fiducia data al cosiddetto governo di svolta.

 

 

Chi dice che la legge di Bilancio del governo rossogiallo presenta diversi punti di continuità con il governo gialloverde dice il vero se si pensa al reddito di cittadinanza (confermato), a quota 100 (confermata), al deficit più alto rispetto alla manovra precedente (2,04 ieri, 2,2 oggi), all’insignificante lavorio sul taglio della spesa pubblica (0,19 per cento del pil). Tuttavia non dice il vero se si pensa al principale punto di discontinuità con il passato che non è tanto l’aver disinnescato le clausole di salvaguardia dell’Iva per l’anno a venire (provvedimento che però, secondo Confesercenti, “è stato un passaggio fondamentale, un’iniezione di fiducia per il paese”) ma che è quello segnalato ieri mattina un po’ tafazzianamente da Giuseppe Conte: “Grazie alla riduzione registrata dallo spread nell’ultima parte del 2019, l’Italia potrà risparmiare fino a 18 miliardi di euro di spesa sugli interessi nel prossimo triennio: dobbiamo prendere atto che il nostro paese non è più considerato un fattore di rischio per l’economia mondiale”.

 

Si potrebbe ricordare a Conte che il governo divenuto “un fattore di rischio per l’economia mondiale” è quello che lo stesso Conte (ops!) ha guidato per quattordici mesi. Ma ciò per cui la manovra meriterebbe di essere esaminata e anche criticata riguarda altro. E riguarda l’incapacità da parte di chi ha lavorato alla manovra di dire una banale verità sulla stessa manovra. In sintesi: ma non sarebbe il caso di spiegare che in un paese come l’Italia le vere politiche per stimolare la crescita non sono quelle che si trovano nella manovra? E non sarebbe il caso di dire che per far crescere un paese, e attrarre investimenti, una riforma della giustizia conta infinitamente più di una polemica sul Pos? E non sarebbe il caso di dire che per far crescere un paese, e per recuperare risorse, una maggiore efficienza della Pubblica amministrazione conta infinitamente più di una polemica sul contante? E non sarebbe il caso di dire che per far crescere un paese, e per generare maggiore lavoro, non serve aggredire ancora il debito pubblico – e giocare con il deficit – ma servirebbe semplicemente sbloccare, a costo zero, le 749 opere censite dell’Ance che tra nord, centro e sud Italia tengono sotto una campana di vetro qualcosa come 70 miliardi di euro?

 

La notizia della morte del governo, causa combattutissima legge Finanziaria, è stata ampiamente esagerata, così come ampiamente esagerate sono state le molte polemiche relative a famigerate sugar tax (non ci sono), plastic tax (non ci sono) e manette agli evasori (sono state alzate di due anni le pene massime e minime di alcuni reati ma il carcere per i grandi evasori esiste già da tempo nel nostro ordinamento giudiziario, il decreto legislativo n. 74 del 2000 prevede pene da 1,5 a 6 anni di reclusione per frode fiscale e da 1 a 3 anni per dichiarazione infedele “non fraudolenta”). La notizia che andrà invece verificata nei prossimi mesi, a proposito di morti politiche più o meno annunciate, riguarda la capacità del Partito democratico di poter marcare un segno tangibile di vita all’interno del governo. Il Pd, nel passaggio dal governo gialloverde a quello rossogiallo, è riuscito a mettere le mani su alcuni tra i ministeri più pesanti del paese, dal ministero dell’Economia a quello delle Infrastrutture passando per la Difesa e la Cultura.

 

La partita della manovra, grazie alla riconferma del reddito di cittadinanza e alla non abolizione di quota 100, è stata vinta politicamente dal Movimento 5 stelle, che nel giro di poche settimane è stato messo nelle condizioni di poter rivendicare di fronte al proprio popolo la politica delle forbici (taglio del numero dei parlamentari) e quella delle manette (più manette agli evasori). Per il Pd, nei prossimi mesi, la vera sfida sarà quella di dimostrare di avere una qualche idea in testa per dimostrare che la grillizzazione della manovra non andrà a coincidere con una grillizzazione sia del Pd sia del paese. Grazie all’uscita del salvinismo dal governo, l’Italia ha messo da parte la palla al piede della sfiducia. Il nuovo governo, ora, ha il compito di non fermare la possibile corsa dell’Italia legando ai piedi le palle pericolose dell’immobilismo economico e del populismo penale. Prima il Pd lo capirà e prima l’Italia potrà avere qualche speranza di poter tornare a correre.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.