Patrizia De Luise con Giuseppe Conte (foto LaPresse)

L'Italia deve passare dalla gestione dell'emergenza a quella dello sviluppo e della ripresa

Patrizia De Luise

Il cambio di passo economico che serve al nostro paese: rilanciare la crescita, una crescita di qualità, che crei posti di lavoro, che dia opportunità ai giovani. La ricetta della presidente di Confesercenti Patrizia De Luise

Pubblichiamo il testo integrale pronunciato dalla presidente Patrizia De Luise all'assemblea nazionale di Confesercenti.

 


 

Buongiorno, un caro saluto a tutti.

Alle Autorità presenti, alle amiche, agli amici, alle colleghe ai colleghi, a chi via streaming sta seguendo in diretta i nostri lavori. Un grazie particolare al Presidente della Repubblica per il suo messaggio, molto gradito e come sempre prodigo di buoni auspici. Al Presidente del Consiglio, per Lei un benvenuto fra noi. Grazie per aver accettato il nostro invito e soprattutto per aver mantenuto la promessa fattami a Palazzo Chigi. Un grazie anche al ministro dell’economia francese, Bruno Le Maire, di cui vi mostreremo un messaggio video. Non posso dimenticarmi di chi, giorno dopo giorno, lavora per la nostra Associazione: colleghi, dipendenti, collaboratori. Ogni giorno porta con sé una nuova sfida, ma la nostra è una squadra tosta che sa affrontare ogni evenienza. Il vostro impegno è il motore dei nostri successi. Grazie.

 

Quest’anno al centro della nostra Assemblea abbiamo messo l’Europa e le Pmi. Un intreccio inscindibile: l’Europa, come l’Italia, vive di piccole e medie imprese. Sono un segno distintivo ed una forza dei nostri paesi. Negli ultimi cinque anni, l’Europa ha vissuto profondi cambiamenti: i migranti, la Brexit. Poi le guerre commerciali e i dazi. Ma anche la grande sfida della sostenibilità, delle nuove tecnologie e della trasformazione digitale dell’economia. Fenomeni che hanno messo a dura prova le PMI europee, e a cui l’Europa non ha saputo finora rispondere. E anche ora sul conflitto turco siriano c’è una Europa che continua a latitare. L’Unione Europea deve ora combattere battaglie concrete che dimostrino che nel sistema economico europeo i “PICCOLI” non sono penalizzati rispetto ai “GRANDI”. Non è pensabile che una multinazionale possa approfittare del mercato unico e dell’euro, senza sottostare alle regole che valgono per tutti gli altri. Confidiamo nell’impegno del Governo a varare la digital tax. Per una volta saremmo pionieri, aspettando poi che anche L’Europa si decida. Ma il riequilibro della concorrenza, da solo non è sufficiente per ridare impulso all’economia.

 

La cosa più importante è rilanciare la crescita. Una crescita di qualità, che crei posti di lavoro, che dia opportunità ai giovani. Una crescita che promuova innovazione in armonia con i territori. Perché non possiamo accontentarci di “sopravvivere” o “tirare avanti”. Vanno rafforzati gli strumenti di investimento e di accesso ai finanziamenti per le imprese. Va favorita la creazione di nuove attività, con incentivi specifici ai giovani. Evitando che siano obbligati a lasciare le proprie comunità. Al centro dell’agenda economica vanno messe anche le imprese, tenendo insieme innovazione e tradizione. L’Italia ha una grande occasione per continuare a incidere sull’economia europea. E’ stato molto importante riallacciare il dialogo con la Ue. Non si tratta di chiedere al Commissario Europeo Paolo Gentiloni sconti, ma di rivedere le regole nel loro insieme. L’Italia è uno dei paesi fondatori della Ue, ed il suo posto è in Europa, al centro delle decisioni che determineranno il futuro del Continente. L’Italia deve promuovere un’Europa “a misura d’uomo” che sappia riconoscere e proteggere il valore della piccola impresa, della prossimità. Dei rapporti tra le persone e delle attività economiche che la caratterizzano. Attività che sono un bene comune per l’Europa. Definiscono la nostra civiltà. Spesso soffriamo l’Europa per i vincoli. Ma dall’Europa, ci stiamo allontanando. Abbiamo confrontato l’andamento dei segnali vitali della nostra economia con quelli degli altri europei. Emerge un’Italia in affanno, in ritardo su quasi tutti i traguardi. Sempre più lontana dai nostri partner. Rispetto al 2010 i consumatori tedeschi, oggi, spendono ogni anno oltre 2.000 euro a testa in più. Gli italiani quasi 120 euro in meno. In compenso paghiamo più tasse: oltre 12 miliardi di euro l’anno in più rispetto alla media europea. In questo quadro, pensiamo che la manovra di bilancio vada apprezzata per quello che al momento è il suo principale contenuto: l’avere scongiurato l’aumento dell’Iva. Si è evitata una batosta da 230 euro a famiglia, in un solo anno. Lo stop all’Iva è stato un passaggio fondamentale, un’iniezione di fiducia per il Paese. Tuttavia, è evidente come il quadro tracciato dalla NADEF non sia del tutto soddisfacente. Per il biennio 2021/2022 sono ancora previsti 25,4 miliardi di aumenti IVA. Significa che fra un anno ci troveremo nella medesima condizione di oggi. Le clausole di salvaguardia sono diventate una mannaia che da circa 10 anni si ferma ogni volta a pochi centimetri dalla testa degli italiani. Sono la dimostrazione che serve un cambio di passo. Passare dalla gestione dell’emergenza a quella dello sviluppo e della ripresa. Occorre costruire un programma che copra l’intera legislatura residua. Ne ha bisogno l’Italia, per colmare i divari sempre più ampi che si sono aperti con i nostri partner europei e non solo. Tra i grandi Paesi, l’Italia è quello dove i consumi crescono meno. Il 2019 è stato ancora un anno difficile, nonostante il calo dell’inflazione ed il conseguente aumento del potere d’acquisto. Un aumento che non si è trasmesso ai consumi: le famiglie hanno scelto il risparmio. Sono gli effetti, tangibili, della sfiducia generata fino ad oggi. In un clima di fiducia più disteso, i consumi sarebbero aumentati. Ne avremmo avuto bisogno: alla fine del 2019 la spesa delle famiglie italiane risulterà ancora inferiore di 6,1 miliardi rispetto al 2010.

  

Tanto per restare al confronto europeo, siamo gli unici a non aver recuperato quanto perso durante la crisi. Ne hanno risentito, ovviamente, le attività commerciali. Quest’anno ne chiuderanno altre 10mila. A incidere, oltre la crisi, anche la trasformazione digitale.

 

Dal 2011 ad oggi, sono nati in Italia oltre 11mila esercizi che operano esclusivamente sul canale web. Solo il settore della ristorazione sembra tenere il passo con i nuovi canali di vendita digitali. Ma anche la ricettività dà segnali di vita. Ma attenzione: è una vitalità che arriva nonostante lo Stato, non grazie ad un suo intervento. Il turismo – inteso come ricettività e pubblici esercizi – garantisce, direttamente ed indirettamente, il 10 per cento del nostro Pil. Eppure, di turismo si parla poco e malvolentieri. Dovrebbe essere al centro di piani di investimento di grande entità. A partire dalle infrastrutture: è inaccettabile che le Baleari siano più collegate della Sardegna. Servono autostrade, ferrovie, porti, aeroporti e servizi più efficienti.

  

Occorre un piano straordinario di investimenti per il Mezzogiorno. Inoltre, il Mezzogiorno d’Italia con le sue risorse naturali può diventare un incubatore della Blue economy. Abbiamo tutti il dovere di fare di più per il Sud Italia. Semplificazione, sostegno al credito e digitalizzazione sono indispensabili per le nostre imprese. Quello della burocrazia è un caso emblematico: l’unica produzione che in Italia non va mai in crisi è quella legislativa. E molto spesso è proprio ciò di cui non abbiamo bisogno.  Non c’è certezza: ad ogni cambio di Governo (e capita spesso) si modifica tutto. Per una microimpresa la burocrazia arriva a pesare fino al 50 per cento del conto economico. La gestione della sicurezza è cosa da master in ingegneria. Per non parlare della gestione nei “rapporti del lavoro”: una complicazione incredibile, una vera e propria babele. Ancor di più se le regole cambiano continuamente, come nel caso del fisco. Studi di settore, ed ora ISA! Imprese che non riescono a programmare la propria attività e che vivono l’incubo di trovarsi sotto costante esame.

 

Oggi avere finanziamenti è una chimera per tante piccole imprese. Basilea I, Basilea II, Basilea III, Rating: sul credito l’Europa non ci è stata d’aiuto. Anche l’attenzione dell’Italia sul tema non è stata adeguata. Sono anni che soffriamo di credit crunch: dal 2011 le imprese hanno perso 272 miliardi di finanziamenti. L’emergenza credito colpisce soprattutto le aziende più piccole: per le PMI i finanziamenti sono diminuiti di 45 miliardi solo nell’ultimo anno. Bisogna agire con più forza anche sull’innovazione.

  

I canali di vendita digitali si espandono con valori sempre più importanti. Dal turismo, alla moda ed anche nell’alimentare gli stessi social network si stanno trasformando in canali di vendita. Una trasformazione profonda che, per non creare disastri, deve essere guidata. Il digitale sarà la chiave del nostro futuro, ma senza un’adeguata formazione non andremo da nessuna parte. La riduzione dell’esistenza in vita delle imprese è anche direttamente ascrivibile a questa carenza.

  

Nel commercio e nel turismo, il 50 per cento delle imprese cessa l’attività entro i primi tre anni di vita. Una moria che brucia ogni anno circa 3 miliardi di euro di investimenti privati.

  

Ci aspettiamo dal Governo una forte azione su impresa 4.0. (e non industria 4.0). Facciamo in modo, però, che sia tutto accessibile alle imprese, anche a quelle di minori dimensioni. Vanno riconfermati iper e super ammortamento.

 

Per la formazione occorre di più, molto di più. Con formazione e crediti formativi si possono evitare stragi di imprese. Servono poi azioni di affiancamento e tutoraggio delle imprese da parte di “esperti” nella fase di startup dell’attività. Conoscenza e cultura del digitale sono, oggi, alla base della crescita. Il cambiamento tecnologico va governato, non subito. Se il cambiamento tecnologico è già realtà, fare finta che non sia così, può solo danneggiarci. E l’Italia sta correndo questo grande rischio, perché sulla digitalizzazione siamo rimasti indietro rispetto ai nostri partner europei. L’Italia in Europa è al ventiquattresimo posto, davanti solo a Polonia, Grecia, Romania e Bulgaria. È indubbio, e noi lo sappiamo bene, come digitalizzazione, globalizzazione, internet, social network, abbiamo modificato il modo di fare politica, di fare impresa, di comunicare e anche di convivere. Ora ci pare quasi tutto immediato. Si può vedere tutto. Si pensa anche di poter sapere tutto con un semplice click. Con un click si compra, si fanno le consegne. Ci sono valori e condizioni di vita sociale che debbono rimanere comunque al centro della nostra società. I negozi di vicinato giocano un ruolo fondamentale di presidio sociale e caratterizzazione dei singoli luoghi. Occorrono luoghi dove ci si incontra, si dialoga, si discute, si sta bene insieme. La valorizzazione e il patrimonio dei nostri borghi, dei nostri centri storici, dove le botteghe e i luoghi ci rendono il piacere di vivere con altri e per altri, deve essere salvaguardato coniugando tradizione e modernità. In Francia, le nuove tecnologie e le nuove abitudini di consumo hanno portato alla crisi la storica rete dei bistrot. Una crisi simile a quella dei nostri negozi. Dal 1960 ad oggi la rete di bistrot francesi è passata da 200mila a circa 40mila imprese. Di fronte a questo scenario, il governo francese ha scelto di intervenire per difendere i suoi bistrot, considerandoli alla stregua di un servizio pubblico. In questi anni le Associazioni si sono trovate spesso nell’impossibilità di svolgere un ruolo positivo. Superati costantemente dalla ottusa convinzione che grazie ai “social”, alla moderna comunicazione, tutto possa essere diretto fra politica e cittadini, fra Governo e cittadini. Con questa logica si sono adottati provvedimenti che hanno bypassato le associazioni e hanno ingenerato gravi problemi per le imprese. Il caso più emblematico è quello del commercio su aree pubbliche, che da 10 anni vive nell’incertezza normativa. Uno stallo che ne ha comportato una evidente e grave dequalificazione.

 

Veniamo alla moneta elettronica: riteniamo che una sua maggiore diffusione serva senz’altro a modernizzare il Paese. L’utilizzo del contante costa e costa molto. Ai nostri benzinai e tabaccai comporta elevati costi in sistemi di sicurezza, in assicurazioni, in impianti di video sorveglianza. E a volte, purtroppo, in rapine che finiscono male. 

 

Il Governo ha fatto la scelta giusta? Solo se ridurrà i costi della moneta elettronica azzerandoli per i micro-pagamenti e garantendo il credito di imposta per l’installazione dei POS. Sarebbe stato assurdo, invece, tassare il prelievo del contante.

 

Meglio incentivi anziché sanzioni. Associare la moneta elettronica alla lotta all’evasione, non va bene. È un messaggio fuorviante! Negli ultimi 6 anni il volume dei pagamenti con carte di debito è cresciuto del 57 per cento, arrivando a 33 miliardi di euro. Siamo il Paese che in Europa ha anche il più alto numero di POS installati. Se poi il Cash Back dovesse essere riconosciuto solo per determinati settori di attività, allora si darebbe proprio agli imprenditori di questi stessi settori una patente di potenziali evasori. Questo non lo possiamo accettare. Il cash back deve essere garantito erga omnes.

 

L’evasione la si combatte con web tax e con il collegamento fra banche dati, che oggi non comunicano. Amazon, Google, Instagram, Facebook, Twitter hanno versato in Italia 14,3 milioni di imposta nell’ultimo anno. Lo 0,01 per cento del totale versato dalle società nel nostro Paese. Nel 2017 Facebook ha pagato 120mila euro di tasse. Quanto un nostro albergo di medie dimensioni.

 

Non saranno certo la lotteria dello scontrino e le sanzioni annunciate per chi non riesce a trascrivere il codice fiscale dei clienti, a risolvere il problema dell’evasione. Tra fatturazione elettronica e invio telematico dei corrispettivi, le nostre imprese sono già monitorate h24 dall’Agenzia delle Entrate. Immaginate cosa significherebbe in un bar dover trascrivere sullo scontrino il codice fiscale per ogni caffè?

 

La lotta all’evasione è anche una nostra priorità. Le imprese hanno bisogno di poter competere in un mercato giusto dove le regole sono uguali per tutti. Il Governo usi incentivi. Non punisca.

 

La priorità per tutti deve essere la crescita. Per tornare a crescere dobbiamo puntare con più forza al rilancio della domanda interna. Le politiche europee e locali devono adeguare il passo, per dare risposte concrete. Da diversi anni, infatti, l’incertezza sembra essere la sola linea guida dell’economia. La difficoltà ad intraprendere un percorso programmatico di ampio respiro fa sì che spesso i provvedimenti siano parziali, occasionali e non organici. Sarà possibile avviare un percorso di crescita condiviso?

 

Dare sicurezza e certezze alle imprese? Riteniamo positivo che si lavori anche sul cuneo fiscale. Ma sarebbe certo più efficace la piena detassazione degli incrementi retributivi per un triennio. Un alleggerimento che darebbe nuovo impulso alla contrattazione, più soldi in tasca a chi lavora. 2,1 miliardi annui di reddito aggiuntivo senza costi per lo Stato. Risorse che si trasformerebbero in una spinta di 1,7 miliardi di euro sui consumi.

 

Inopportuno un salario minimo per legge. Preferiamo la buona contrattazione, e chiediamo un contrasto più forte a quella pirata. E si arrivi finalmente ad una legge sulla rappresentanza che ponga ordine alla contrattazione. Troppi contratti nei nostri settori.


Abbiamo bisogno più che mai di un clima sociale diverso. Un approccio nuovo da parte di tutti: dal Governo, al Parlamento fino ad arrivare alla Politica e al mondo Associativo. Presidente oltre al patto con i cittadini che Lei ha proposto, Confesercenti chiede un patto fra Parti Sociali e Governo. Una strada che vogliamo percorrere con i nostri Amici di RETE IMPRESE ITALIA, che qui saluto. Un impegno a fare sacrifici ma in un quadro prospettico certo. Approvata l’ennesima legge di bilancio condizionata dall’emergenza, si pongano ora le imprese ed il lavoro al centro di un progetto di sviluppo economico e benessere sociale.

 

Questi i punti cardine. Ripresa economica, lavoro, digitalizzazione.

 

Presidente Conte ha ragione quando afferma che occorre abolire le tasse sterili che appartengono ormai ad una epoca passata. Anche le aliquote IRPEF appartengono ad un’epoca passata, è dal 2007 che non vengono riviste le aliquote Irpef. Invece che rimodulare l’IVA, riteniamo sia giunta l’ora di mettere mano alla rimodulazione dell’IRPEF.


Come già detto, lo stallo dei consumi ed il progressivo diffondersi di tecnologie digitali e automazione rischiano di portare, nell’arco dei prossimi anni, alla sparizione di altre decine di migliaia di Pmi e di occupati. Al Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico si susseguono tavoli per ricomporre le crisi aziendali. Le piccole imprese ed i lavoratori autonomi, negli ultimi dieci anni, di crisi aziendali ne hanno vissute tante. Piccole, piccolissime ed altre più grandi: 120.000 imprenditori in meno nel solo commercio al dettaglio. Fra questi a molti, che hanno cessato l’attività nel 2017 e 2018, non è stato riconosciuto il prepensionamento. Una ingiustizia che speriamo sia sanata. Va data pari dignità a chi ha lavorato. Va aperto un tavolo per la crescita dei nostri settori. Il commercio, il turismo ed i servizi hanno al centro della produzione le persone e non le macchine. Rafforzare la competitività di queste imprese significa quindi investire anzitutto sulle persone. Per questo proponiamo un sistema di formazione continua per i piccoli imprenditori. La tutela dell’ambiente e la salute vanno al di sopra degli interessi delle singole imprese.

 

Un modello di sviluppo Green per le Pmi è più che mai opportuno. Le imprese diffuse sono green nel DNA (così come lo è Confesercenti). Agiamo con gli incentivi, non con le tasse. Dobbiamo fare di più anche per contrastare gli sprechi, favorendo le tecnologie innovative, come la blockchain e le agevolazioni per chi è ecosostenibile. È inaccettabile pagare migliaia di euro per la TARI quando i servizi sono totalmente inefficienti. La Tari è vissuta dalle nostre imprese quasi come una addizionale IRPEF, cresciuta del 24 per cento negli ultimi 7 anni. Il codice della crisi d’impresa che entrerà in vigore nel 2020 si pone l’obiettivo di fornire nuovi strumenti per l’analisi preventiva sullo stato di difficoltà delle imprese. La nuova disciplina della crisi di impresa dovrebbe consentire, attraverso specifici indicatori, di cogliere in tempo utile le situazioni di crisi finanziaria delle imprese. Bene, noi crediamo che fondamentali per evitare la crisi delle imprese siano gli interventi alla base della costituzione di nuove imprese.

 

Formazione.

Conoscenza.

Digitalizzazione.

Disponibilità di credito.

 

Le migliaia di imprenditori che hanno perso le proprie imprese hanno diritto a pretendere un tavolo tutto per loro? Noi crediamo di sì. I provvedimenti collegati alla manovra di Governo sono stati annunciati con un “SALVO INTESE”. Io vorrei che il SALVO INTESE fosse rivolto proprio a noi imprenditori. Nel qual caso Le chiedo di essere virtualmente invitata al prossimo CDM. Per definire l’intesa. Direi: “Ministri, dopo fatturazione elettronica, invio telematico dei corrispettivi; ora imporrete anche l’obbligo di accettazione di moneta elettronica? Ma sapete che alle condizioni attuali questo obbligo costerà alle imprese, quelle più piccole, più di 2 miliardi di euro? Non sarebbe più opportuno chiedere la collaborazione alle imprese per rendere più moderno il paese attraverso un maggiore utilizzo della moneta elettronica? Dobbiamo assicurare che non graverà né sui bilanci delle imprese, né su quelli delle famiglie e che non sarà un regalo alle banche. Dobbiamo, inoltre, assicurare che ci saranno incentivi, e non sanzioni. E che la banda larga arriverà in tutte le zone del Paese, che tutti potremo essere connessi.


Inaugurerete la lotteria dello scontrino? Presidente sono d’accordo con Lei la lotta all’evasione non la si fa con gli slogan. Ma con i dati ed i mezzi di cui lo Stato dispone. Se poi la moneta elettronica sarà anche utile per combattere l’evasione, ben venga.

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