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Non solo Renzi. I deputati del M5s bocciano il decreto fiscale del M5s

In commissione Finanze i grillini Trano e Zennaro hanno esposto le loro preoccupazioni sul testo

2 Novembre 2019 alle 06:00

Non solo Renzi. I deputati del M5s bocciano il decreto fiscale del M5s

Luigi Di Maio (foto LaPresse)

Roma. Che lo dica l’opposizione, vabbè. E pure quelli di Italia viva, si sa, fanno sempre i bastian contrari. Ma se a certificare le storture giustizialiste del decreto fiscale sono gli esponenti del M5s, ovvero del partito di maggioranza relativo del governo che il decreto fiscale lo ha scritto, allora forse c’è da preoccuparsi. E così, sotto il cielo sempre confuso del M5s, è successo che giovedì, in commissione Finanze alla Camera, durante l’esame del provvedimento tanto esaltato e difeso da Luigi Di Maio, due deputati grillini – Raffaele Trano e Antonio Zennaro – si sono alzati per esporre le loro preoccupazioni sul testo. Il tutto, per il divertito stupore dei leghisti, a cui non è parso vero vedere i loro ex alleati già in subbuglio contro il loro stesso esecutivo.

 

“Quelli del Carroccio fanno propaganda su un tema tecnico”, dice Trano, che nel bel mezzo della baruffa ha avvicinato il leghista Giulio Centemero, per chiedergli conto di certe indiscrezioni lasciate filtrare ai cronisti. E però al netto della dialettica politica, “ci sono indubbiamente dei problemi da risolvere”, conferma Trano. Che giovedì – pur nella fibrillazione della corsa per il nuovo capogruppo, che lo vede candidato insieme a Francesco Silvestri – nella buvette di Montecitorio elencava gli articoli incriminati come in un rosario di lamentazione: “L’articolo 1, sulla parte che elimina le compensazioni sull’accollo; il 4, che è più facile da sistemare; e poi il 13 e il 39, soprattutto”.

 

Insomma, per il deputato pontino, che da commercialista conosce bene le beghe tributarie, il problema principale sta “nella sproporzione delle pene previste in caso di errori nella compilazione degli F24. Il decreto introduce misure troppo punitive, che potrebbero compromettere la sussistenza di tante piccole e medie imprese”. Una sintesi, dunque, delle critiche che su quel provvedimento sono piovute pure dalla pattuglia renziana del governo. E che trovano coincidenza anche nelle osservazioni del grillino Zennaro, che la sua contrarietà l’ha esternata perfino sui social: “Vanno assolutamente rivisti i limiti, e le sanzioni, per artigiani, commercianti e piccole aziende. Dalla lotteria per gli scontrini alle questioni sul pos, bisogna stare dalla parte di chi la mattina si alza per lavorare e non può perdere troppo tempo in scartoffie, burocrazia inutile o lavorare con la paura di continue multe e sanzioni”, ha scritto in un post su Facebook, che ha subito ricevuto l’apprezzamento del collega Gabriele Lorenzoni, pure lui del M5s. “E anche io sono sostanzialmente d’accordo con Zennaro e Trano: evitiamo pene eccessive e inutile burocrazia per i piccoli imprenditori”, dice il grillino Davide Zanichelli, che s’aggiunge al coro dei contrari. “Il Parlamento – precisa – serve anche a confrontarsi e correggere gli eventuali errori del governo”.

 

E lo sa anche il ministro Federico D’Incà, che ai rapporti tra le Camere e l’esecutivo sovrintende, e che proprio per questo sta cercando di organizzare dei “tavoli di confronto” per dirimere i problemi legati alla manovra. Anche se, al di là dei malumori di alcuni esponenti della commissione Finanze, sul percorso del dl fiscale s’allunga anche l’ombra di un’altra incognita: quella della grillina Carla Ruocco. Colei, cioè, che la commissione Finanze la presiede, e da sempre con una certa dose di autonomia dai vertici del M5s con cui è spesso entrata in conflitto; e però, nonostante l’inopportunità evidente, ha preteso di essere anche relatrice del decreto fiscale. Un doppio ruolo assai irrituale, perfino nell’imperante stramberia di questa disgraziata legislatura. “Lo fa per questioni sue, di visibilità”, sibilano dal Mef, da cui il problema è stato segnalato anche a Palazzo Chigi. Dove si sa, però, che la Ruocco, già delusa per il suo mancato coinvolgimento nei due governi a trazione grillina, punta ora almeno alla riconferma, l’estate prossima, alla presidenza della commissione. A ciascuno il suo.

Valerio Valentini

Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, piccolo paese sugli Appennini abruzzesi. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento, dopo un Erasmus nell'Essex e uno a Parigi. Al Foglio sono arrivato per la prima volta nel 2017, come stagista, e l'ho trovato il posto migliore dove fare il giornalista e occuparsi di politica. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia" (Laterza), sulla gente delle mie parti e sul loro strano modo di stare al mondo, che ha vinto nel 2018 il Premio Campiello Opera Prima

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