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Standing ovation per i musei che ripartono. Vedi alla voce Brera (e non solo)

Dopo aver rischiato per un anno abbondante il soffocamento in culla a furia di controriforme e di spazi di autonomia progressivamente ridotti, James Bradburn si gode la riconferma a Milano

1 Ottobre 2019 alle 06:00

Standing ovation per i musei che ripartono. Vedi alla voce Brera (e non solo)

James Bradburne, direttore generale della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Nazionale Braidense (foto LaPresse)

Milano. Non fare in tempo a dire buongiorno ed essere accolto da una standing ovation come nemmeno Frank Ribery domenica sera a San Siro, verrebbe da dire, se non si temesse di far dispiacere a una metà di Milano. Ma il lunedì mattina a Brera non c’era una Milano divisa, non c’erano solo i giornalisti per la conferenza stampa, non c’era solo l’assessore alla Cultura del Comune, Filippo Del Corno, sorridente e soddisfatto per il buon lavoro che potrà continuare insieme: c’era una città intera, ben rappresentata non solo dagli addetti, che spontaneamente ha festeggiato con un lungo applauso la riconferma di James Bradburne come direttore generale della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Nazionale Braidense per i prossimi quattro anni. Il direttore anglo-canadese, che era stato nominato quattro anni fa nel processo di attuazione della riforma Franceschini per l’autonomia dei grandi musei nazionali, si è alzato in piedi, sfoggiando uno dei suoi ormai celebri gilet e un poco intimidito dall’affetto. Ma quell’applauso aveva in sé anche qualcosa di liberatorio, abbracciava non solo Bradburne, non solo Brera, ma tutto il sistema museale italiano che potrà riprendere a respirare, dopo aver rischiato per un anno abbondante il soffocamento in culla a furia di controriforme, di spazi di autonomia (per quanto parziale) progressivamente ridotti, di accorpamenti non giudiziosi tra grandi istituzioni. E soprattutto sotto l’effetto di una guerra ad personam anche a mezzo stampa che ha riguardato non solo il direttore di Brera ma tutti i direttori (molti stranieri, ma non tutti: più che il sovranismo poté il nervosismo per gli automatismi saltati) scelti quattro anni fa. Un clima negativo, aggravato da un assurdo tirare in lungo per le riconferme (o le non riconferme) che avrebbero dovuto essere comunicate mesi fa da parte del ministro Alberto Bonisoli, che avevano indotto Bradburne a prepararsi a rinunciare. Con conseguente cielo grigio sopra Brera e incertezza per la continuazione dei progetti futuri, anche tra i partner economici, gli sponsor e i sostenitori del museo che negli anni scorsi avevano molto aiutato le iniziative della Pinacoteca (dai riallestimenti alle aperture straordinarie, alla sistemazione provvisoria delle collezioni destinate al Brera Modern di palazzo Citterio, che restava bloccato). Privati e aziende disposte a mettere mano per concorrere al finanziamento di istituzioni pubbliche (Brera è statale, “ma è innanzitutto un bene comune”, ripete Bradburne) ce ne sono. Tanto più in una città come Milano. Ma di fronte a progetti mirati, definiti, controllabili. Cioè gestiti in autonomia. L’idea che il controllo di ogni attività di Brera tornasse sotto il solo controllo dei direttori generali del Collegio romano, preoccupava non poco.

 

Ora Brera riparte, così come, con ogni probabilità, anche gli altri musei nazionali i cui direttori sono in attesa di rinnovo, e riparte soprattutto la possibilità di una strada che si è dimostrata positiva, e non solo a Milano: i dati dei grandi musei che si sono più o meno rinnovati in questi anni sono tutti positivi, e non solo per i biglietti staccati. “Il numero dei visitatori è l’ultimo degli indicatori, per interesse – spiega come fa sempre Bradburne – ha un valore se le persone vengono e fanno un’esperienza di conoscenza, di scoperta. Se riescono a collegare il museo al resto della città, della sua storia”. Ed è quello che si è provato a fare con il riallestimento completo delle sale, con il nuovo sistema di didascalie che accompagna la visita, con i progetti per l’accessibilità, con le iniziative editoriali, “con un lavoro che deve essere soprattutto di valorizzazione (oltre che ovviamente di conservazione) delle collezioni stabili”. Valorizzare un museo, ama ripetere, non è riempirlo di eventi tanto per riempirlo. Ma significa renderlo vivo, fruibile, non soltanto un deposito conservativo. Bradburne cita una frase di Franco Russoli, il direttore di Brera negli anni 70, tra i primi a capire la grande rivoluzione culturale – e la responsabilità civile e pubblica – che attendeva i musei: “Occorre dimostrare che il museo significa tutt’altro da ciò che si crede sia un museo. E credo che la via più diretta ed efficace per farlo, e per salvare così anche tutte le altre sue funzioni istituzionali e specialistiche, sia proprio potenziare al massimo l’immagine del museo come crogiuolo e produttore di cultura”. Ora il lavoro, che Dario Franceschini ha intenzione di rimettere in carreggiata, riprende per quattro anni. Non solo a Milano ma in tutta Italia. A Milano resta aperto il cantiere del Brera Modern, che dopo il via libera ai lavori richiesti dal direttore nei mesi scorsi dovrebbe essere pronto per il 2021. Molta curiosità per quel che accadrà al Cenacolo, che in agosto un decreto di Bonisoli, ora bloccato dal nuovo ministro, aveva accorpato alla Pinacoteca di Brera. Con tutta probabilità rimarrà in carico al Polo museale della Regione, e James Bradburne lascia intendere di non essere scontento: “Il Cenacolo è della città, Brera deve essere sempre più della città. Questo significa che sono beni comuni”.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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Commenti all'articolo

  • lucet

    01 Ottobre 2019 - 09:04

    Buongiorno, davvero non capisco tutto questo entusiasmo del Foglio per l'orribile riforma Franceschini. i benecomunisti non c'entrano nulla con lo scempio che si è compiuto e si compie su questi musei e suoi gli improbabili direttori che sono stati nominati con stipendi stellari. Sono delle aziende, che come molte delle aziende italiane, sono state svendute se non regalate! Non sapete di che parlate !

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