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Franceschini fa sul serio (al Mibact)

Congelati i decreti di Bonisoli. La guerra per bande sui Beni culturali

12 Settembre 2019 alle 06:23

Franceschini fa sul serio (al Mibact)

Dario Franceschini (foto LaPresse)

Per comprendere appieno il senso dell’espressione burocratica “è soltanto una misura cautelativa”, utilizzata ieri da Dario Franceschini per spiegare la decisione con cui ha ritirato i decreti attuativi della “controriforma” Bonisoli dei Beni culturali, più che le parole del ministro bisogna dare un’occhiata intorno, fuori dai musei. Ad esempio agli articoli in stile “ultimi giorni di Pompei” che ogni giorno escono sul Fatto Quotidiano (persino con pseudonimo, i più feroci o insinuanti) e anche ai siti della stampa di settore, organizzata ovviamente per bande di pro e di contro. I decreti di Bonisoli modificano in alcuni punti sostanziosi il modello pro autonomia insito nella riforma varata proprio da Franceschini col governo Renzi. La misura cautelativa viene giustificata da Franceschini “perché sono decreti fatti in agosto, quando la crisi politica era già aperta e quindi non c’è la volontà di disfare. Semplicemente guardiamo con attenzione”.

 

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La questione dunque, sotto il tono felpato del ministro, è tutt’altro che formale. E’ in corso una guerra senza quartiere da parte degli oppositori del nuovo corso dei Beni culturali – e che speravano via Bonisoli di ottenerne lo smontaggio – disperati per la missione sfumata all’ultimo miglio, malgrado l’abnegazione, un po’ grottesca, del Bonisoli ferragostano. Il Fatto è arrivato a chiedere di richiamare in servizio, e con pieni poteri Salvini style, l’ex direttore generale dell’Archeologia Gino Famiglietti, legato a Salvatore Settis ai tempi della stesura del Codice dei beni culturali, nonostante sia in pensione. E di intimare al ministro il licenziamento dei direttori stranieri nominati quattro anni fa. Lo scopo? Salvare l’arte italiana dalla mercatizzazione del barbaro Franceschini. Ieri è stato diffuso un appello alla politica firmato da intellettuali e addetti ai lavori in cui si legge addirittura che con il nuovo corso “la sorte del patrimonio” sarà segnata. Perbacco, sembra una guerra di religione, più che un dibattito politico-culturale sul futuro dei beni culturali: un tantino di laicità, e di buon senso, anche nelle dispute servirebbe. In tutto questo, Franceschini si guarda bene dal commentare. Ma sembra intenzionato a procedere coi i fatti. Mica male.

Redazione

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