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Lo schema Franceschini può accelerare l’uscita di Renzi dal Pd

Il ministro vuole alleanze Pd-M5s anche alle regionali. Il M5s per ora non ci sta. I bersaniani esultano. I renziani fanno i conti

13 Settembre 2019 alle 09:43

Lo schema Franceschini può accelerare l’uscita di Renzi dal Pd

Matteo Renzi e Dario Franceschini (foto LaPresse)

Roma. L’idea, in verità, c’è da tempo. E non a caso i vertici del Pd emiliano avevano già provato, nei giorni scorsi, a sondare il terreno. “Un’alleanza elettorale? Dobbiamo chiedere a Roma”, s’erano sentiti rispondere, dai consiglieri regionali grillini, gli uomini di Stefano Bonaccini. E infatti subito il dibattito s’è trasferito a livelli più alti. “Ne ho parlato con Luigi Di Maio”, dice il modenese Michele Dell’Orco, sottosegretario uscente ai Trasporti e uomo forte del M5s in Emilia, “ma abbiamo convenuto che non ci sono le condizioni. D’altronde, il regolamento parla chiaro”. E il regolamento del M5s, appena modificato, consente delle alleanze territoriali solo con liste civiche. E insomma, a guardarla dal fronte grillino, questa ipotesi di riprodurre l’alleanza rousseagialla anche nelle regionali emiliane sembra solo una suggestione di fine estate. E lo stesso vale per l’Umbria, a giudicare dalla nettezza con cui il senatore ternano Stefano Lucidi sentenzia che “no, la possibilità che noi del M5s, che abbiamo contribuito a far cadere la giunta del Pd, ora andiamo insieme al Pd, non esiste”.

 

E però, se Dario Franceschini ha deciso di rilanciare con tanta veemenza l’ipotesi di un’intesa per le regionali, e se Nicola Zingaretti ha subito condiviso l’appello, forse è perché ci credono davvero – soprattutto il primo – di riuscire a iniziare i nuovi alleati grillini alle regole semplici e spietate del realismo politico. “A Franceschini va riconosciuto di essere l’unico a recitare un ruolo coerente in questa commedia di basso livello”, osserva Pier Ferdinando Casini. E allora ben venga l’offerta prospettata al M5s di sostenere congiuntamente un candidato grillino in Calabria, in cambio di un’intesa speculare, ma a parti invertite, in Emilia (“Non c’è stato ancora nessun vero contatto, e del resto le stesse proposte ce le sentivamo fare dal leghista Furgiuele settimane fa”, dice Riccardo Tucci, grillino di Vibo Valentia). E bene venga anche l’idea – che il Pd sta valutando, dopo aver pensato invece di accelerare i tempi – di ritardare le regionali in Emilia e Calabria così da dare all’accordo i tempi necessari per la maturazione.

 

Ma dietro la convenienza contingente, quella cioè di scongiurare la razzia salviniana nelle terre che un tempo erano rosse, c’è forse anche qualcosa in più. Qualcosa che ha a che vedere coi destini del Pd, e del governo nazionale. E infatti Chiara Gribaudo – deputata vicina a quel Matteo Orfini che non a caso è stato tra i primi a rigettare la proposta di Franceschini (“Un grave errore di prospettiva pensare al M5s come a una costola della sinistra”) – dice che sì, “la mossa di Dario contribuisce ad aprire il portone di uscita per Matteo Renzi, che è lo stesso che Bersani e altri userebbe per rientrare”. Perché è evidente che l’idea di considerare questo governo nato in condizioni d’emergenza come l’embrione del nuovo centrosinistra, consentirebbe all’ex premier di rispolverare il suo “#senzadime”, portando fuori dal Pd una sua pattuglia, magari già alla Leopolda del 19 ottobre come lui va promettendo (o minacciando, a seconda dei casi).

 

Chi ci starebbe? “C’è fermento, al centro”, dice Casini, dopo avere chiuso una delle molte telefonate con parlamentari di Forza Italia che provano a fiutare l’aria. E in effetti, proprio la capacità o meno di uscire dal Pd senza terremotare il governo, ma anzi rafforzandolo nei numeri alle Camere, potrebbe essere il discrimine tra l’azzardo e la follia, per Renzi. “Noi di Base Riformista”, dice Enrico Borghi, “mercoledì abbiamo ribadito che, in ogni caso, non andiamo via dal Pd. Ma è chiaro che se Renzi aggrega anche una parte del centrodestra stabilizzando l’esecutivo, diventa naturaliter un punto di riferimento di qui alla fine della legislatura”. Ci riuscirà? “Tutto è in movimento”, risponde Renato Brunetta. “L’ipotesi di un allargamento del perimetro della maggioranza nell’area moderata, può diventare concreta solo se risponde al bene degli italiani. Se il centrodestra è quello liberale di matrice berlusconiana, non si discute. Se diventa la destra sovranista, viva il centro, Renzi o non Renzi, purché sia un centro plurale”.

Valerio Valentini

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Commenti all'articolo

  • nike13

    14 Settembre 2019 - 06:49

    Ripeto quanto già espresso in precedenti commenti. Valentini e non solo lui, continua a rappresentare le vicende politiche come trattative per assicurarsi posizioni di regia sia nel governo nazionale che in quelli locali. Ma sotanzialmente nessuno ci dice quali idee, interpretazioni della realtà e valori rappresentano queste alleanze. Gli opinionisti ed i talk show continuano a rappresentarci la realtà come accordi dettati dall'emergenza per guidare il paese ed evitare la catastrofe. Si incartano tutti su opinioni a favore e contro citando e super citando la volontà del popolo. Con un codazzo di sondaggi che nessuno valuta nel merito e nell'efficacia. Detto senza termini, questo che accade e dettato solo da sopravvivenza di posizione, non certo dalla interpretazione del sociale secondo nuovi parametri altrettanto efficaci come furono nel secolo scorso i concetti destra e sinistra.

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  • Giovanni Attinà

    13 Settembre 2019 - 12:46

    Caro Cerasa, sì, però, ma anche Renzi deve decidersi su cosa vuole fare , visti i tira e molla oramai dal referendum del dicembre 2016. E la considerazione vale per tutti coloro che sognano il Centro, considerato che questo partito, sognato da tutti, dopo il tramonto della Dc e di Forza Italia, poi alla fine non nasce, con grande delusione di coloro che, spesso non vanno a votare.

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