Le opposizioni nel Pd

David Allegranti

Correnti e nomine. La geografia del governo apre spazi di manovra tra i dem. Renzi con un piede fuori

Roma. Il governo Franceschini-Di Maio, ultimato con le nomine di viceministri e sottosegretari di ieri, apre spazi d’opposizione anche interni al centrosinistra. Il maggior indiziato è il senatore di Scandicci, Matteo Renzi. Tutto sembra concorrere alla formazione dei suoi gruppi parlamentari (anche se al Senato, regolamento alla mano, servirebbe il passaggio al Gruppo misto). Basta ripercorrere i passaggi degli ultimi dieci giorni per capire che forse c’è un copione già scritto (magari pur concordato). A cominciare dal ritorno di Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani per interposto Roberto Speranza, appena diventato ministro della Sanità. La possibilità che i fuoriusciti rientrino nel Pd è all’ordine del giorno. Dentro Articolo Uno se ne discute da settimane e anche tra i Democratici.

 

I renziani la vedono quasi come una certezza, tant’è che ormai ne ragionano apertamente. “E’ chiaro che se dovessero cambiare le condizioni, si parla ad esempio di un rientro nel Pd di Bersani e di D’Alema, credo sarebbe giusto discuterne tra di noi e con Zingaretti”, ha detto ieri Maria Elena Boschi a “Il tempo delle donne”. In effetti per l’ex presidente del Consiglio e l’ex segretario del Pd il Conte II è un successo. Vedono realizzato quello che teorizzano da anni: i Cinque stelle come costola della sinistra. Il prossimo passo, dopo il governo, è la costruzione di un’alleanza elettorale. E’ Dario Franceschini a teorizzarlo. “Questo esecutivo può essere un laboratorio, l’incubatore di un nuovo progetto”, ha detto in un’intervista a Repubblica. L’incubatore di una nuova alleanza “politica ed elettorale. Che parta dalle prossime elezioni regionali, passi per le comunali e arrivi alle politiche”. Anche questo sembra un ulteriore passo in avanti per accompagnare Renzi all’uscio. La proposta di Franceschini, che piace a Zingaretti, trova la resistenza del ministro della Difesa Lorenzo Guerini, che ha un certo potere contrattuale in parlamento: “Adesso bisogna lavorare molto sul governo, sulle cose che il governo deve realizzare nell'interesse del Paese. Far scaturire da qui nuovi equilibri politici io credo che sia molto prematuro e possa avere anche il rischio di una forzatura”. L’uso della parola forzatura lascia intendere un facile epilogo: la scissione. Peraltro l’idea di Franceschini piace poco non solo fra i renziani. Anche Matteo Orfini è contrario. “Un conto è un accordo tra forze diverse e alternative per reagire a una forzatura pericolosa per il paese come quella di Salvini. Un conto è immaginare che il M5s sia diventato improvvisamente una costola della sinistra col quale condividere il futuro. Sarebbe un grave errore di prospettiva”. Anche Orfini si è ritagliato uno spazio critico nei confronti del nuovo governo. Pur non avendo mai detto “senza di me”, a differenza di chi lo twittava compulsivamente e oggi è nel governo con i Cinque stelle, l’ex presidente del Pd ha scelto di non mettere uomini o donne fra i sottosegretari. C’è poi la questione dell’assenza della Toscana al governo, sottolineata da molti esponenti di punta del renzismo. Da Dario Nardella a Francesco Bonifazi. “Qualcuno a livello nazionale dovrà spiegare ai tanti militanti ed elettori toscani il motivo, ad oggi incomprensibile, per il quale la Toscana non sia stata considerata degna di avere un rappresentante ai massimi livelli, o se ci sia una purga Renzi che ancora oggi la Toscana deve pagare”, dice Simona Bonafè, segretaria del Pd toscano. “L’assenza di toscani al governo è clamorosa, così clamorosa che sembra quasi concordata. La cosa che colpisce è che Zingaretti non ha neanche messo uno dei suoi dalla Toscana. Eppure di persone lì ne aveva”, dice un parlamentare vicino a Base Riformista.

 

Insomma, è come se ci fosse un accordo per una gestione (più o meno) ordinata della scissione. La domanda è: in quanti sarebbero disponibili a seguire l’ex sindaco di Firenze? Guerini, che è sempre stato vicino a Renzi ma è per natura un mediatore, potrebbe restare nel Pd. Dice che “Renzi è stato protagonista di questa svolta politica, ha messo in campo grande coraggio, grande responsabilità e ha saputo superare anche le difficoltà che stavano alle nostre spalle con il M5s, perché ha messo al centro l'interesse del Paese. E credo che lo abbia fatto anche in relazione allo strumento che avevamo a disposizione, cioè il Pd. Perché se questa svolta si è fatta anche secondo le indicazioni che Renzi ha giustamente e coraggiosamente dato è stato perché il Pd unito ha saputo cogliere la prospettiva che ha indicato”. Quindi, ha aggiunto uno dei due capi di Base Riformista, “mi auguro che Matteo, che è una grande personalità della politica italiana e del Pd, continui a essere una grande personalità del Pd”. Siamo praticamente in zona “sei una risorsa” e Guerini sembra dire a Renzi: il governo l’hai fatto nascere anche te, caro Matteo, perché adesso dovremmo andarcene dal Pd?

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  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.