Matteo Renzi (foto LaPresse)

Le buone notizie dal partito di Renzi

Claudio Cerasa

La rottura con il Pd è sbagliata ma ci sono buone possibilità che da una mossa molto pericolosa nasca un progetto giusto finalizzato a rafforzare il fronte anti populista e a degrillizzare il governo. Mito dell’unità no grazie

Nelle prossime ore, salvo sorprese che non ci saranno, Matteo Renzi ufficializzerà quello di cui tutti nel Pd parlano da diverse settimane e spiegherà le ragioni che lo hanno spinto a prendere una decisione che va nella direzione opposta rispetto a quanto teorizzato a lungo proprio dall’ex segretario del Pd: scappare con il pallone e farsi un movimento tutto suo.

 

 

Ci sono moltissime ragioni per criticare la scelta di Matteo Renzi e da molti punti di vista ha ragione chi sostiene che le migliori battaglie riformiste sono quelle che vengono fatte all’interno di un partito plurale e contendibile (lo ha detto Giorgio Gori) e chi sostiene che l’ex presidente del Consiglio avrebbe fatto bene a far valere le sue posizioni cercando di ritornare maggioranza in un grande partito a vocazione maggioritaria e non inseguendo avventure minoritarie all’interno di un nuovo partitino velleitario (lo ha detto Stefano Ceccanti). Chi ha coltivato a lungo in Italia il sogno di poter avere una moderna socialdemocrazia capace di ospitare sotto un’unica tenda buona parte delle esperienze riformiste del nostro paese non può che soffrire di fronte allo smembramento di quello che resta oggi l’unico partito potenzialmente alternativo alle forze antisistema.

 

Ma una volta che si è evidenziato quello che sulla carta si presenta come un errore politico, occorre riconoscere che dietro a una mossa sbagliata si nasconde una strategia sensata che in prospettiva potrebbe offrire al fronte antipopulista più opportunità che rischi. L’opportunità principale è legata al fatto che nel contesto politico attuale un partito come quello di Renzi potrebbe svolgere un doppio e utile ruolo. Da un lato, può permettere a Nicola Zingaretti di avere all’interno del governo un alleato che dia la possibilità al segretario di non spostare su molti dossier la barra del governo su posizioni eccessivamente grilline (giustizia, ambiente, tasse). Dall’altro lato, può permettere al centrosinistra di avere un Pd capace di non essere più ostaggio del demonizzato renzismo (ragione per cui i vertici del partito sono tutt’altro che disperati per la scissione renziana: uno dei fondatori del Pd, e uno degli uomini più vicini culturalmente al segretario del Pd, Goffredo Bettini, ha detto tre giorni fa al Corriere che non sarebbe “uno scandalo” se le “istanze più riformiste e liberali” si accomodassero fuori dal Pd insieme a Renzi) e di avere però allo stesso tempo qualcuno che all’interno del perimetro del governo possa fare quello che il Pd di oggi non sembra avere molta intenzione di fare. Ovvero: dare agli elettori un’alternativa possibile a un centrosinistra grillizzato intenzionato a sottoscrivere alleanze con il M5s anche quando in ballo non c’è più lo stato di necessità (che c’entra con l’alleanza europeista al governo per evitare la Brexit italiana l’alleanza con Di Maio per non perdere l’Umbria?).

 

 

Da questo punto di vista, per il fronte antipopulista la scissione renziana può essere più un’opportunità che un trauma a condizione che i protagonisti della scissione non raccontino sciocchezze (come facciamo a stare in un partito che sventola le bandiere rosse?, come facciamo a stare in un partito che canta “Bella ciao”?, come facciamo a stare in un partito che si è alleato al governo con il M5s?) e vadano dritti al cuore di una questione che suona grosso modo così: il progetto del Pd a vocazione maggioritaria è purtroppo morto con la vittoria del No al referendum del 2016, lo slittamento del sistema elettorale dal maggioritario al proporzionale è figlio di quel passaggio storico, il ritorno a un sistema proporzionale è una conseguenza diretta dell’impossibilità di avere un maggioritario non farlocco e in questo scenario mutato avere un soggetto politico che punti a conquistare i voti del M5s (il Pd) e un altro che punti a conquistare i voti della Lega (il partito di Renzi) provando a non perdere per strada gli elettori che sognano di avere un giorno un partito alternativo sia al grillismo sia al leghismo (in questo percorso presto o tardi Calenda e Renzi sono destinati a incontrarsi di nuovo) è nel suo complesso una proprietà molto più importante di una fumosa difesa dell’unità.

 

Le scissioni sono spesso sbagliate e sono spesso più dannose per chi le fa che per chi le subisce (chiedere a Francesco Rutelli quando nel 2009 uscì dal Pd per fondare Api), ma se c’è un argomento inutile da contrapporre alla nascita del partito di Renzi quell’argomento riguarda il famigerato dovere di una comunità politica di difendere un progetto unitario. Quando in un partito frutto – come diceva Massimo D’Alema – di un amalgama non ben riuscito l’unità diventa non un mezzo per raggiungere un fine ma un mezzo che si trasforma automaticamente in un fine, significa che quel partito tende a considerare l’essere uniti come una condizione sufficiente per esprimere la propria identità. La scissione di Renzi resta una mossa sbagliata ma nelle condizioni di oggi da una mossa sbagliata potrebbe nascere un progetto giusto finalizzato a raggiungere obiettivi precisi, alcuni volontari e altri involontari: controbilanciare le tentazioni estremiste dei grillini di governo, permettere al Pd di rimettere insieme tutta la comunità che negli anni ha demonizzato il renzismo considerandolo il cavallo di Troia dei nemici della sinistra, ricordare al Pd che l’incontro con il M5s è frutto di un momentaneo compromesso strategico e non di uno strutturato compromesso storico e cercare di dare una casa a tutti gli europeisti di centrodestra non intenzionati a morire salviniani. Ci sono buone ragioni per criticare la mossa renziana. Ma ci sono altrettante buone ragioni per non farne una tragedia. E in prospettiva le seconde ragioni hanno buone possibilità di pesare molto più delle prime.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.