"Con la scissione Renzi diventa il controllore del programma di governo". Parla De Giovanni

Carmelo Caruso

Il filosofo spiega perché la mossa dell'ex segretario è “diabolica, ma necessaria” ed è una buona notizia per l'esecutivo

A ottantotto anni, “ex comunista”, il filosofo Biagio De Giovanni può permettersi di dire che la scissione di Matteo Renzi “è un’azione che problematizza lo scenario”, una “mossa forse diabolica, ma necessaria”, l’abile “azzardo di un leader”. Insomma, una bellissima notizia. Al telefono è quasi sempre irraggiungibile oppure occupato: “Fa parte della mia personale strategia”. Vuole rivelarla? “Isolamento telefonico e ritiro periferico”. Professore di Dottrine politiche all’Università L’Orientale di Napoli e poi militante, eurodeputato del Pci, del Pds (“Quella storia la conosco così come i suoi uomini”), negli ultimi anni ha guardato con interesse Renzi tanto da seguirlo e ascoltarlo: “Il mio è stato più che un interesse. L’ho sostenuto e non me ne pento”. In questo momento se ne sta a Montorio Superiore, un paese in provincia di Avellino, e prepara lo ‘spirito’ per la partita Napoli-Liverpool. “Ma possiamo parlare di politica”. E se cominciassimo dalla metafora calcistica? “Ancora meglio”. “Chi perde non può sempre scappare con il pallone e farsi un nuovo partito”. Si ricorda chi lo diceva? “Certo. Lo diceva Renzi ma questa volta sono cambiate le misure del campo di calcio e il giocatore ha tutto il diritto di uscire. Renzi non si è portato via il pallone e non l’ha buttato neppure in tribuna”. La notizia della sua uscita dal Pd è arrivata anche a Montorio ed è giunta al professore che la saluta con tutto il suo buonumore e non poca ilarità: “La verità è che questa scissione mi diverte. Alla mia età, le scissioni possono anche divertire”.

 

E però, impensierisce Giuseppe Conte, fa temere la catastrofe di governo e cambia il volto del Pd. “Renzi non poteva più permanere nel Pd. Per difendere sé stesso doveva prendere le distanze da un partito che sta tornando prerenziano. Stanno per rientrare Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema. L’ingresso di Leu al governo precede il loro ritorno. È in atto la fase della restaurazione”. Ma non è stato Renzi a mandare al governo il Pd insieme a M5s e Leu? “Quando Renzi ha proposto un governo di scopo, voleva aprire a quella che sapeva già essere un’alleanza organica. Il suo potrebbe essere un ragionamento machiavellico. Ma che male c’è. La politica non è un trattato di logica ma di illogica. Sapeva che tra Pd e M5s sarebbe scoppiato l’amore. Ma li avete visti? Non fanno altro che ripetersi quanto stanno bene. Fanno promesse di matrimonio duraturo”.

 

E dunque, per De Giovanni la prima cosa certa è che, con la scissione, Renzi si autonomizza e diventa l’uomo che da fuori sta dentro. “Apre la diga della critica e diventa, in un solo colpo, il controllore del programma di governo. Non è importante sapere se riuscirà o meno a costruire un partito, ma bisogna sapere che oggi è l’uomo che può fare cadere un esecutivo. Il suo gruppo parlamentare ha un potere che in questo momento è superiore a quello di qualsiasi altro” ragiona De Giovanni.

 

Il Pd ha tuttavia profetizzato, per il fuoriuscito, l’irrilevanza, la marginalità. Dario Franceschini, in un sms, gli ha perfino scritto ‘uscirai dal Pd e non ti considererà più nessuno’. “Franceschini dovrebbe pensare al suo itinerario politico. Cosa c’entra lui con Bersani? E riguardo al Pd. Ma vogliamo chiederci cosa è il Pd? Al suo interno ci sono dorotei, cattocomunisti, comunisti... Uomini che non hanno mai fatto i conti con la loro storia”. Ma Zingaretti ha provato a tenere dentro tutti. Glielo riconosce? “Con tutto il rispetto per Zingaretti, di lui si può dire quello che diceva il mio professore di filosofia quando spiegava la filosofia minore: “Brevi cenni sul creato”. Ecco, Zingaretti è “brevi cenni sul creato” mentre Renzi rimane un leader”. È pronto a scommettere sul suo nuovo partito? “Si sono sciolte le strutture dure della politica. Nessuno può conoscere l’esito dell’operazione di Renzi, ma questa non è una buona ragione per sottovalutarlo. Solo gli stupidi possono credere che si gioca il suo nome per qualche nomina nelle partecipate. Renzi va via perché non poteva rischiare di essere il residuato di un passato fallito”. Non è che va via dopo aver avuto la garanzia che il Pd si sarebbe compromesso con il M5s? “Diciamolo francamente. La base del M5s e Pd condividono l’assistenzialismo di Stato, una certa idea di giustizia. Sono più simili di quanto appare. Lui li ha solo attirati uno nelle braccia dell’altro” risponde De Giovanni che non dimentica il rischio renziano ma che dal rischio si sente irrimediabilmente attratto: “La politica è un problema di sistema nervoso. Renzi somiglia a quei giocatori che possono giocare solo se si giocano tutto. In questa maniera, anche perdere, risulta straordinario”.

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