Si fa presto a dire proporzionale, la scissione nel Pd rallenta tutto

Valerio Valentini

Effetti imprevisti di una mossa prevedibile. “Ottenuta la riforma, Renzi diventerebbe incontrollabile”, disse Giorgetti

Roma. A suo modo era stato facile profeta, Giancarlo Giorgetti, quando aveva pronosticato, nei conciliaboli di retropalco di Pontida, che “se davvero Renzi esce dal Pd, sulla legge elettorale si andrà con calma. Perché una volta che ottiene il proporzionale, Renzi diventa incontrollabile”. E non a caso, riportato a chi segue la trattativa sulla riforma, il ragionamento produce un sorriso di approvazione. “Buoni sì, fessi no”, se la ride, dicendo senza dire, Federico Fornaro nella buvette di Montecitorio. Poco più in là, un altro esperto della materia, ragionava sornione. “L’idea su cui si stava ragionando era quella di un proporzionale senza collegi ma con sbarramento al quattro o cinque percento”, spiega Stefano Ceccanti, giurista pisano, uno che pure nei bollettini della vigilia veniva considerato tra quelli tentanti di seguire l’ex premier nella sua nuova avventura. “Ora bisogna capire – dice invece – se questo nuovo soggetto accetterà queste soglie, appena vedrà uscire i primi sondaggi. Io ne ho vista di gente, da Fini e D’Alema, che era convinta di fare doppia cifra e si è schiantata”.

 

A sorprendere è stata soprattutto la fretta dell’ultimo miglio. “Un’accelerazione che ha sorpreso tutti”, spiega Carmelo Miceli, altro democratico in odore di ortodossia renziana che poi è rimasto – “irrevocabilmente”, dice lui – nel Pd. E certo la trattativa sui posti da sottogoverno, dove si è sentito trattato da “separato in casa”, avrà influito nel convincere Renzi all’estrema scelta. Ma molto, in questa ansia di fare presto, ha influito anche la paura che altri, prima di lui, arrivassero a occupare quel centro. Compreso Urbano Cairo, che guarda caso proprio lunedì sera, in un evento romano, è stato stuzzicato da parecchi, compreso Mario Monti, a impegnarsi in politica. E allora eccola, l’“Italia viva” di Renzi (un nome che sembra quasi un’inversione rispetto a Forza Italia). Sperava magari, l’ex premier, che si concretizzasse prima il rientro dei bersaniani, la ricostituzione di quella “ditta” da cui sarebbe stato facile, per lui uscire. “Ma non succederà, non se il Pd resta questo, non basta una direzione del partito per convincerci a rientrare”, dice in un corridoio di Montecitorio Nico Stumpo di LeU. E sembra quasi convincente, se proprio in quel momento non arrivasse Massimo Ungaro, da poco acquisito al nuovo progetto renziano, a salutarlo con una pacca sulla spalla: “Dai, Nico, ora che noi siamo usciti voi potete finalmente tornare”.

 

Ma insomma quello che sembrava un affare da liquidare in poche settimane, quel proporzionale che tanto manda nel panico Salvini, diventa nuovamente questione di dibattito e di ripensamenti, che s’intreccia con l’altra riforma cui è legata. “Noi – conferma infatti Francesco D’Uva, capogruppo alla Camera del M5s, quasi ostentando indifferenza alla frenesia del Transatlantico – “alla prima data utile chiederemo la calendarizzazione del taglio dei parlamentari. Poi deciderà il presidente Fico, ma verosimilmente entro la prima metà di ottobre lo porteremo in Aula. Tutti gli altri correttivi, compreso quello della legge elettorale, fanno parte di un discorso più ampio il cui iter andrà definito”.