“E se Renzi diventasse un avversario del Pd anziché un alleato?”. Parla il dem Benamati

Valerio Valentini

Dubbi intorno a una scissione che Zingaretti, Franceschini e gli altri stanno sottovalutando

Roma. Scuote la testa, Gianluca Benamati. “Temo che nel mio partito si stia sottovalutando la portata di questa scissione”, dice il deputato bolognese del Pd, vicepresidente della commissione Attività produttive. Lui che, sempre concentrato sui temi dell’industria e dello sviluppo economico, ammette di provenire “da una cultura e da una formazione che, per tanti aspetti, è simile a quella di Matteo Renzi”, avverte un rischio. “Sento in giro alcuni nostri dirigenti dire che in fondo questa separazione non è chissà quale danno, che in fondo, perfino, Renzi con la sua nuova ‘cosa’ potrebbe attrarre elettori che mai si sarebbero sognati di votare il Pd, ma che pure rifuggono gli estremismi della Lega. Ecco, mi sembra una analisi che può riportarci indietro, a una concezione arcaica, quasi pre-Pd, fatta di soggetti che poi si alleano fra loro in maniera meccanica, quasi come nell’Unione. Stiamo insomma pensando di dare in appalto a Renzi una parte del nostro elettorato attuale e potenziale, stiamo delegando a lui la responsabilità di convincere le imprese, le partite iva, i tessuti produttivi del paese. Ma se davvero fosse questa la strategia – dice Benamati, ingegnere chimico alla terza legislatura, che nel Pd gioca da battitore libero – si metterebbe in imbarazzo quella parte del Pd che è più affine a una cultura cattolico-sociale che interpreta la sinistra come riformismo sociale”.

 

 

Il che, ridotto alla bieca, ma pur sempre imprescindibile, dialettica correntizia, significherebbe che ad esempio Base Riformista, la componente meno “a sinistra” del partito e che è stata in parte tentata dal seguire Renzi nella sua nuova avventura, potrebbe entrare in subbuglio. “Io temo la dinamica del serpente che si morde la coda”, osserva Benamati. Che spiega: “Se si fa un soggetto stretto, più identitario, si mettono in sofferenza alcune parti del Pd, che a quel punto potrebbero uscire e allora il soggetto si restringerebbe ulteriormente e per davvero. Ecco, io credo che non basti la presenza di alcune personalità rispettabilissime e dalla grande capacità di inclusione e mediazione, per garantire nei fatti la pluralità del Pd. Che resta un valore fondante”.

 

 

E poi c’è l’altro rischio, che Benamati addita. “In molti stanno dando per scontato che la nuova formazione di Renzi sarà necessariamente alleata del Pd, in futuro, e col ruolo di socio di minoranza di una eventuale coalizione elettorale o post-elettorale”. E invece? “E invece non credo proprio che Renzi voglia il centro-sinistra col trattino. A mio avviso potrebbe, semmai, avere in mente un modello più macroniano, per cui con lessico e metodi nuovi può provare a sparigliare e ridefinire gli equilibri e i confini degli attuali schieramenti. Se il Pd con l’intento giusto di costruire una alleanza vasta, un campo largo, rinuncia in premessa ad esserne il centro ordinatore ma regredisce a un soggetto che rappresenta un segmento ristretto di società, e abdica al ruolo di rappresentare anche il mondo produttivo, fallisce nella sua missione originaria. Che è quella del partito-società, della forza a vocazione maggioritaria che si concretizzò sia coi 12 milioni di voti di Veltroni, sia col 41 per cento di Renzi stesso”.

 

 

Altri, tempi, però. Di quando, cioè, il ritorno al proporzionale sembrava impossibile. “Io non lo darei per scontato neanche oggi. So che è un tema presente nell’accordo di governo, certo, ma va ancora discusso e ben valutato”. Lo mette in dubbio, quindi? “Dico solo che dobbiamo ancora confrontarci bene sul tema e sulle sue conseguenze. Ci confronteremo e decideremo, come abbiamo sempre fatto nel nostro partito”. Ma non è che, per svolgere una funzione interdittiva nei confronti di Renzi, si finisca col favorire l’altro Matteo, che dovrebbe essere il vero nemico da battere? “Certo, tanti di noi ritengono il proporzionale lo strumento migliore per limitare la deriva degli estremismi. Lo capisco, ma al contempo ricordo che da solo un sistema elettorale non basta a salvare il paese. Tanto per capirci: anche l’ingovernabilità è un male dell’Italia. E di certo il maggioritario è più in sintonia con l’idea originaria del Pd, con la sua funzione. Ma in ogni caso anche se passiamo al proporzionale – e anzi: tanto più se passiamo al proporzionale – dobbiamo impegnarci per avere la garanzia di essere la forza trainante nella nostra area politico-culturale di riferimento. Altrimenti faremo pure il ‘campo largo’, ma noi in quel campo ci ritroveremo a fare il ‘soggetto stretto’. Considerando Renzi come un alleato naturale, e magari scoprendo, quando sarà troppo tardi, che lui è un nostro competitor”.