Caro Franceschini, no: il fascismo non proliferò grazie alle divisioni degli altri

Sergio Soave

All'alba del primo governo Mussolini, il vero problema era l'assenza di una comune ispirazione antifascista. Appunti per il ministro per i Beni culturali

Dario Franceschini, per stigmatizzare la secessione di Matteo Renzi dal Partito democratico, ha istituito un paragone tra la situazione attuale e quella degli anni immediatamente precedenti alla marcia su Roma. Ha scritto che “nel 1921-22 il fascismo cresceva sempre più, utilizzando rabbia e paure. Popolari, socialisti, liberali avevano la maggioranza in Parlamento e fecero nascere i governi Bonomi, poi Facta1 poi Facta2. La litigiosità e le divisioni dentro i partiti li resero deboli sino a far trionfare Mussolini nell’ottobre 1922. La Storia dovrebbe insegnarci a non ripetere gli errori”.

 

La lettura fornita di quella crisi cruciale dello stato liberale è però piuttosto tendenziosa. Il problema non è mai stato quello di una maggioranza parlamentare, che i partiti non fascisti avevano anche dopo la marcia su Roma, ma quello dell’incapacità o della mancanza di volontà di impedire la formazione di un partito armato. La tolleranza verso le violenze squadristiche nasceva dalla paura che aveva colpito i ceti medi per le agitazioni (comprese le violenze e le intimidazioni) del biennio rosso, periodo in cui la sinistra massimalista proclamava la rivoluzione e poi non sapeva e in realtà non voleva organizzarla. La reazione degli agrari della valle padana alle agitazioni bracciantili determinò il salto di qualità delle squadre fasciste, che da fenomeno combattentistico quasi folkloristico divennero il braccio armato di una reazione padronale.

 

E’ vero che le varie correnti socialiste erano divise, ma restavano fortissime, anche dopo la scissione comunista del 1921 e l’espulsione dei riformisti di Filippo Turati e Giacomo Matteotti. Nessuna di esse, però, forse a eccezione dei riformisti, comprese la portata e la qualità della minaccia fascista, per il fatto che non erano interessate a difendere il regime liberale e parlamentare. Quando se ne resero conto, dopo l’assassinio di Matteotti, non erano più in grado di reagire.

 

D’altra parte mettere nello stesso elenco socialisti, popolari e liberali, come fa Franceschini, dà l’impressione che tra queste grandi correnti esistesse una comune ispirazione antifascista, il che non solo non è vero, ma è il contrario della verità: i popolari appoggiarono anch’essi il primo governo di Benito Mussolini e i liberali, compresi i giolittiani, entrarono nel listone maggioritario nelle elezioni del 1924. Non si tratta solo delle ovvie differenze che emergono quando si esamina qualsiasi paragone tra epoche e situazioni lontane e diverse. E’ l’insistenza sulla denuncia delle “litigiosità e le divisioni all’interno dei partiti” come causa della vittoria fascista che ha solo un senso polemico sulla situazione attuale, senza un fondamento storico attendibile. Si potrebbe replicare che partiti senza conflitti interni sono antidemocratici, cadendo nello stesso corto circuito. Sulla scissione renziana tutti possono dire e pensare quello che vogliono (il che non spesso coincide, visto che non manca chi si straccia le vesti in pubblico e si frega le mani in privato). Invece, sulle vicende consegnate alla storia, si possono dare interpretazioni diverse ma non aggirare i fatti, che hanno la testa dura.

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