Giorgio Gori ci spiega perché Renzi sbaglia e perché al Pd serve un congresso straordinario

David Allegranti

Per il sindaco di Bergamo con l'uscita dell'ex premier dal partito c'è “il forte rischio di indebolire complessivamente il centrosinistra” agevolando così “la destra di Salvini”

Roma. “L’addio di Matteo Renzi non è una sorpresa”, dice Giorgio Gori al Foglio. “I segnali c’erano già alla Leopolda dell’anno scorso, quando Ivan Scalfarotto salì sul palco per presentare i comitati civici, a proposito dei quali ebbi con Matteo uno scambio di opinioni”.

 

Il sindaco di Bergamo è rimasto nel Pd e in questa intervista spiega perché adesso “non bisogna regalare spazi al nuovo partito di Renzi”. Gori è dispiaciuto, “in questi anni sono stato legato a Matteo Renzi e alle sue idee, stavolta però i nostri percorsi si dividono. Penso che ci sia il forte rischio di indebolire complessivamente il centrosinistra, in questo modo finendo per agevolare quello che io considero il principale avversario: la destra di Salvini”. Peraltro, sottolinea Gori, “non sono tra coloro che ritengono scontato l’insuccesso di questa iniziativa, perché Renzi è intelligente, sa il fatto suo e sicuramente avrà fatto i suoi conti. Provo quindi a dare una lettura delle variabili che possono a mio avviso determinarne il successo o l’insuccesso. Le motivazioni onestamente poco convincenti esposte inizialmente da Scalfarotto ed Ettore Rosato per giustificare l’uscita – “Bandiera rossa” intonata alla Festa dell’Unità, la litigiosità interna – sono state superate da argomentazioni più serie, tra cui quelle di Luigi Marattin che sul Foglio ha proposto un ragionamento politico molto rispettabile. Dando per buoni quegli argomenti, che vanno al di là degli aspetti personali e delle difficoltà di Renzi a stare in una comunità senza esserne il capo – cosa che è fors’anche vera, almeno in parte, ma che mi interessa meno – il ragionamento politico è interessante”. E sarebbe? “Io lo leggo in questo modo. Renzi scommette sul declino del Pd”.

 

“Esattamente come pochi anni fa Emmanuel Macron ha scommesso, con successo, sul declino del Partito socialista in Francia”, dice Gori. Macron “ha creato una formazione politica ibrida che ha certamente radici nel centrosinistra ma che apre, sparigliando, al consenso di elettori di centro, centrodestra, moderati e liberali”. Questo, dice il sindaco di Bergamo, è ciò che è accaduto in Francia, con un successo “naturalmente facilitato dal sistema elettorale francese con il doppio turno, senza il quale Macron non sarebbe presidente della Francia. Va detto che Macron era nuovo, mentre Renzi anche se giovane non lo è. Nel suo curriculum ci sono successi e insuccessi, ma forse pesano di più gli insuccessi. I sondaggi gli attribuiscono un consenso personale molto basso, che certamente non rende giustizia alle molte cose buone che Renzi ha fatto come politico e come presidente del Consiglio, ma tant’è. Macron, in più, ha lavorato molto bene sull’organizzazione, grazie anche alla sua capacità di costruire una squadra di persone molto competenti, e questo – diciamo – non è esattamente il principale talento di Matteo”. Tuttavia, il rischio che si ripeta ciò che è avvenuto in Francia “c’è. Perché esiste, inutile negarlo, il rischio che il Pd – com’è accaduto al Ps in Francia, come accade in Inghilterra con Jeremy Corbyn, come succede ai democratici americani che seguono Bernie Sanders o Alexandria Ocasio-Cortez – si arrocchi intorno a valori della sinistra tradizionale, socialdemocratica, e a vecchie ricette identitarie. Gli ammiratori di quei riferimenti internazionali non mancano. Bene: imitarli sarebbe esiziale”. Il sindaco di Bergamo dice che i democratici non devono perdere la loro anima riformista. Il rischio c’è, invece. Forse da questo punto di vista la scissione dell’ex segretario va letta anche in un’altra maniera, osserva Gori. “Renzi dice che il principale avversario è Salvini. Su questo siamo d’accordo, tant’è che ho accolto positivamente il governo con i Cinque stelle proprio a partire da questa idea: fermare la destra leghista, impedirle di trascinare l’Italia fuori dall’Europa. Ma dell’inattesa apertura ai Cinque stelle da parte di Renzi si potrebbe dare un’altra lettura, più maliziosa: l’abbraccio con i Cinque stelle, da lui inaspettatamente incoraggiato, giusto poche settimane prima di avviare la scissione e di porsi quindi in una posizione di ‘mani libere’, potrebbe diventare piombo nelle tasche del Pd. Un conto infatti è una collaborazione a termine – penso alla legislatura ma pur sempre a termine – con il progetto di rinsaldare il rapporto con l’Europa e avviare politiche di investimento che ridiano fiato alla nostra economia. Ben altro è quello che sostiene qualche esponente del mio partito, per il quale è auspicabile un’alleanza strategica di lungo periodo o addirittura il formarsi di un grande blocco di sinistra fra Cinque stelle e Pd. Questa prospettiva vive intorno ad alcuni tratti ideologici, come la critica radicale della globalizzazione, l’idea di proteggere gli individui attraverso strumenti di tipo assistenzialistico, il neo statalismo, la diffidenza verso chi fa impresa, l’idea che tutto ciò che è pubblico sia per forza buono e tutto ciò che è privato sia probabilmente cattivo, eccetera. Per non parlare di una certa vena giustizialista. Se tutto ciò si verificasse, sarebbe la fine del Pd e per Renzi si aprirebbe un’autostrada”. Insomma, dice Gori, “tutto è nelle nostre mani. Se noi prendiamo quella china, cominciando a considerare strategica un’alleanza con i Cinque stelle, se ci avviamo verso quella visione del mondo e quelle politiche, credo che la scommessa di Renzi possa aver successo. Io però mi auguro esattamente l’opposto, e mi impegnerò perché non accada. Anche perché nel Pd ci sono molte energie riformiste, tra cui molti ‘renziani’ – o ex, a questo punto – ben lontani dall’essere ‘renzisti’. In Parlamento ma soprattutto nel territorio. Non ho notizia di alcun sindaco di rilievo che stia lasciando il Pd. Sta dunque a noi, oltre che ai militanti e ai cittadini, tirare su la testa e tenere la barra dritta con l’obiettivo di continuare a dare al Pd una chiara impronta innovatrice”.

 

Dunque, dice Gori, “bisogna immaginare sì il contrasto alla povertà e alla diseguaglianza ma prima viene la produzione di valore, quindi la produttività, altrimenti non c’è niente da redistribuire. Bisogna puntare sugli investimenti in conoscenza e alfabetizzazione digitale, in innovazione, bisogna puntare sul merito nella Pubblica amministrazione e nella scuola. Tutti i grandi partiti hanno varie anime, ma se nel Pd prevale quella di sinistra tradizionale secondo me siamo destinati a essere minoritari, nella società e nel parlamento. Viceversa, abbiamo la possibilità di espanderci e relegare Renzi a posizioni quelle sì minoritarie”. Si potrebbe pensare a un ritorno di Carlo Calenda nel Pd? In fondo cosa dite di diverso? “Così avrebbe dovuto essere. Così è stato in questi anni. Io ho condiviso, da sostenitore e non da frontman, l’ascesa di Renzi nel Pd, partita dalla Leopolda e passata attraverso gli strumenti di partecipazione democratica dei nostri elettori. Abbiamo sempre detto però che chi perde non porta via il pallone. A me pare invece che adesso Renzi – che dopo l’ultimo congresso si è ritrovato in minoranza nel partito anche se non nei gruppi parlamentari – stia facendo proprio questo, e lo dico senza critiche inutili verso Matteo, ma con dispiacere, perché la mia amicizia nei suoi confronti rimane intatta. Si porta via il pallone. Ecco, penso che il mio ragionamento sia condiviso da molti che lo hanno apprezzato e stimato in questi anni. Non ho parlato se non per brevi messaggi con gli amici che stanno in Parlamento, però immagino che sia anche il loro pensiero. Sicuramente è il pensiero dei sindaci del Pd. Il nostro obiettivo, ambizioso, è rilanciare il Pd come grande partito riformista capace di fare sintesi delle diverse sensibilità che lo abitano”. Ragion per cui, dice Gori, “sarebbe certamente utile dare vita ad un un congresso straordinario, per aggiornare la linea del partito al nuovo quadro politico – tra governo e scissione – ma soprattutto per mostrare a tutti che non siamo la bad company che Renzi ha in mente ma un partito che guarda al futuro”.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.