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Perché a Milano il modello “scissione viva” attrae poco. Chi va e chi resta

In risposta al nuovo partito renziano arrivano i primi rifiuti all'invito ma c'è anche chi non esce dal Pd, ma collabora

19 Settembre 2019 alle 10:27

Perché a Milano il modello “scissione viva” attrae poco. Chi va e chi resta

Matteo Renzi (Foto LaPresse)

In privato la rabbia nei confronti di Matteo Renzi e gli scissionisti c’è, eccome. In qualche caso è tracimata su Facebook. Ricorda il bellissimo “Milaneshaiku” di una cronista di giudiziaria milanese, Manuela D’Alessandro: “Scaglio un limone / pieno di rabbia contro / l’unica stella”. Del resto Matteo Renzi fa questo effetto. Amato o odiato. Ma nel caso di Milano è tutto anche più complesso. Perché la metropoli e i gruppi dirigenti l’hanno amato tantissimo, negli anni passati. Ricambiati quasi sempre, e a volte così così o per niente – e si sa che l’inferno non conosce furia simile a donna respinta. Degli eletti del Pd nelle istituzioni locali non se ne va nessuno, per ora. Del resto una casa e un indirizzo ancora non ci sono. E pure i sindaci Pd d’area renziana hanno tutti risposto picche all’invito, da Dario Nardella a Giorgio Gori. Il capogruppo in Regione Fabio Pizzul, e quello in Comune Filippo Barberis negano che ci siano ipotesi di scissione. Anche un super renziano come Samuele Astuti per adesso sta a guardare, mormorando che le acque sono davvero troppo agitate per stare sereni.

“Non sono affatto stupita del fatto che i consiglieri comunali e regionali siano rimasti al loro posto, per adesso – spiega al Foglio una invece che con Renzi ci è andata eccome, l’ex vicesindaco e avvocato milanese Ada Lucia De Cesaris – Milano si è allontanata dalla proposta renziana ormai da molto tempo”. Anche se Beppe Sala ha confermato che con l’ex premier aveva ripreso a scriversi, qualche tempo fa, al crocicchio tra interesse e interessamento. Addirittura le indiscrezioni dicono che fosse stato invitato alla Leopolda, e avrebbe potuto essere uno degli ospiti. Chissà se lo sarà ancora, dopo il post assai duro di ieri mattina: “Le ragioni politiche della scissione di Italia Viva sono difficili da comprendere. Se l’obiettivo era quello di riorganizzare lo spazio politico in modo più coerente, temo che gli effetti, almeno al momento, siano diversi da quelli sperati. In quello stesso spazio ‘liberal-democratico’ oggi c’è solo un soggetto in più. Credo che le ragioni vere di questa scelta risiedano invece altrove. Lo dico con rispetto per Matteo, ma credo che faccia molta fatica a stare in una comunità collaborativa, preferendo invece un sistema che risponda pienamente a lui. E’ questo quello che più ci distingue”.

 

Invece, Ada Lucia De Cesaris è tra le più entusiaste e appassionate in una pattuglia che comprende anche una nutrita rappresentanza di parlamentari: circa la metà dei “milanesi”: Lisa Noja, Ivan Scalfarotto, Mattia Mor, Eugenio Comincini, Gianfranco Librandi. Tanto per dire qualcuno. A cui si può aggiungere il ministro Elena Bonetti, mantovana. E il responsabile della mozione Giachetti sul territorio, quel “Sempre Avanti!” che è la vera ossatura delle truppe sotto la Madonnina insieme ai comitati civici milanesi, sulle cui reti lavorano senza sosta i giovani Gianluca Pomo e Alessia Cappello. “Abbiamo circa una trentina di comitati – spiega la De Cesaris – Vogliamo dare una mano. E’ questo che mi sento di dire agli eletti e agli iscritti del Pd. Questa è una proposta non contro, ma per: troveremo il modo per dialogare se ci sono le possibilità e la voglia da parte degli interlocutori. Noi sicuramente non ci contrapponiamo, vogliamo parlare a tutta una serie di mondi che sono rimasti soli e non ascoltati, e se si può vogliamo aiutare”. De Cesaris, famosa per l’energia, cerca di buttare acqua sul fuoco delle polemiche: “Odio da parte degli ex? Questo Pd è tante cose, diciamo la verità. Io ho un rapporto di stima e di affetto con Silvia Roggiani, la giovane e brava segretaria metropolitana. Tanti che hanno ruoli nel Pd mi hanno detto che si aspettano di fare pezzi di strada insieme. Con altri invece ci si scambia indifferenza, ma me lo aspettavo. Voglio ribadirlo però: questa nuova avventura non nasce contro ma nasce per”. Anche per i milanesi. Infatti “abbiamo intenzione di organizzare un momento aperto alla città e ai territori per spiegare, per raccogliere spunti, per incontrare i cittadini. Di certo è una sfida che si vince con l’entusiasmo e senza giudizi”. Quelli, ad esempio, che si potrebbero dare su chi ha sostenuto fortemente e duramente la battaglia di Renzi all’interno del partito ma che adesso non se ne vuole andare: “Io non giudico: ognuno deve scegliere secondo coscienza, pensando che questo è un progetto nuovo. Quindi bisogna approdarci con entusiasmo e voglia, altrimenti non funziona”. Uno che approda con entusiasmo è Gabriele Messina, ex segreteria milanese. Uno che invece non vi approda, ma propone una “terza via” è il componente della segreteria metropolitana Marco Sala, che al Foglio dice: “E’ debole limitarsi a dire ha ragione Renzi, Renzi sbaglia, sto di qua, vado di là. A prescindere dalle collocazioni personali il percorso basato sull’alleanza tra merito e bisogno per salvare il paese è ancora lungo e necessita della leale, autorevole e generosa collaborazione di tutti. A Milano ancora di più. Quindi si può stare lealmente da una parte, e collaborare generosamente, e autorevolmente con le altre”. Morale: non esce dal Pd. Ma collabora. Chissà quanti seguiranno questo esempio.

Lo scontento di Beppe Sala che puntava al campo largo

Ieri aveva anche altre gatte da pelare, Beppe Sala, tipo cercare di trovare un manager che metta d’accordo tutti per gestire le Olimpiadi (tutto rimandato al 7 ottobre) o cercare di piantare paletti attorno al vecchio Meazza, che Inter e Milan sono sempre più decisi a buttar giù, ma allora il problema minimale diventa quello di farselo pagare bene, con tutto il terreno intorno, visto che è del Comune. Però ha trovato il tempo, di mattina presto, per scrivere su Facebook cosa ne pensa di Italia Viva e della mossa (non così) a sorpresa di Matteo Renzi. Non gli è piaciuta, politicamente: “Se l’obiettivo era quello di riorganizzare lo spazio politico in modo più coerente… oggi c’è solo un soggetto in più”. Non gli è piaciuta perché la giudica un esito della psicologia renziana (e si sa che, caratterialmente, lui e Renzi sono maschi Alfa che non si sono mai annusati). Ma c’è probabilmente un motivo più generale (che del resto sembra condividere con altri sindaci di sinistra). Sala va predicando da tempo la necessità di allargare il campo a sinistra, e investire di responsabilità (e ovviamente di possibili future leadership non solo locali) proprio il livello “civico”, i sindaci. Un nuovo partito, con un (non nuovo) leader, scompiglia tutti i piani. Tocca ricominciare da capo.

Fabio Massa

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