foto LaPresse

A Palazzo Chigi s'avanza una strana coppia: Conte e D'Alema

Salvatore Merlo

Il premier e l’ex premier che da anni insegue e predica la necessità felice di un’alleanza tra la sinistra e i grillini. Il duo che dice molto sul futuro del governo

Roma. Poiché un po’ gli piace far sapere che c’è un pizzico della sua magia nera, della sua macumba, dietro l’iperattivismo politico di Giuseppe Conte, allora Massimo D’Alema, qui e là, quando gli capita, lascia cadere una battuta. E allora ecco una mezza parola davanti agli altri ex ministri, politici emeriti che insegnano come lui all’Università Link Campus. Ed ecco poi un sorriso a filo d’erba, come se sotto ogni parola si nascondesse un succoso sottinteso, dispiegato sotto gli sguardi sempre veneranti dei suoi discepoli dalemiani, tipo il giovane ministro Roberto Speranza: “Adesso scusate, devo andare via perché mi aspetta un altro presidente… ehehe”. Dicono che tutto sia cominciato quasi un anno fa, quando Guido Alpa, principe del foro, tra i più importanti studiosi di diritto privato in Italia, ma soprattutto maestro di Giuseppe Conte, una mattina fa visita al vecchio D’Alema nel suo studio alla Fondazione ItalianiEuropei.

 

Dopo avergli regalato una copia del suo ultimo libro, arricchita da una dedica da gran giureconsulto del secolo scorso, il professore pare abbia conversato a lungo anche di politica fino a toccare una corda – anzi un nome – che subito ha acceso la “curiosità diabolica” (il termine è dei suoi amici) di D’Alema: Conte. E infatti in un soffio, quasi consegnando un’ammissione di colpa o la parola d’ordine di una congiura, il prof. Alpa pronuncia davanti a D’Alema all’incirca queste parole: “Guarda che Conte ha sempre votato Pd”. E questo, attenzione, accadeva molto prima che Conte si confessasse in Senato, attaccando Salvini tra gli applausi della sinistra. Quelli, al contrario, erano ancora i giorni in cui, quando gli chiedevano delle sue tendenze politiche, Conte esibiva la mutria scura, chiusa, di uno che avrebbe ammesso con difficoltà anche solo di aver mai respirato.

 

Si può a questo punto soltanto immaginare l’Idea (maiuscola) sbrillucicare negli occhi spalancati di D’Alema, che da anni, senza peraltro farne mistero, insegue e predica la necessità felice di un’alleanza tra la sinistra e i grillini. “Eccolo l’uomo”, deve aver pensato mentre ancora Conte era il capo di un governo sovranista e di estrema destra, “ecco il federatore della sinistra, diciamo”. Da quel momento in poi, allora, ce lo si può anche facilmente immaginare metodico nel disporre i suoi attrezzi di allegro chirurgo della politica, fino al fatale giorno d’agosto in cui Matteo Salvini decide improvvisamente – oplà – di gettarsi dal balcone del Viminale aprendo la crisi di governo. E si arriva così a quel 19 settembre, cioè appena un mese fa, quando a Testaccio, a Roma, il vecchio D’Alema ha quasi aperto lui stesso la portiera della macchina che trasportava Giuseppe Conte, come Cenerentola in una bomboniera, il nuovo presidente del Consiglio di un governo europeista e di centrosinistra, ospite d’onore alla festa di Leu. Quel giorno D’Alema era raggiante sotto i baffi, come il principe azzurro. Sguardo, sorriso e postura praticamente identici – ricorda chi c’era – a quando regalò la maglia numero 10 di Totti a Matteo Renzi appena eletto segretario del Pd, o quando invece investì Romano Prodi della toga di leader dell’Ulivo. Di ciascuno di loro, D’Alema ha sempre pensato la stessa cosa, e cioè che si trattasse di sprovveduti, quasi degli sciocchini, poco più che strumenti, insomma mollica sciapa nelle sue abili mani gravide d’intelligenza. Ed è dunque plausibile che questo giudizio insieme paterno e sprezzante ricada oggi anche sulle spalle del povero Conte, il quale in realtà sembra accettare di buon grado che D’Alema vada in giro a raccontare di essere diventato una specie di suo consigliere, anzi quasi di manovratore, capace di ammiccare e dare di gomito in giro per Roma: “Hai visto che gli ho fatto dire ieri su Renzi?”. Il presidente del Consiglio, d’altra parte, è in grado di relazionarsi con tutti. Lui è insieme il “Giuseppi” di Trump ma anche l’amico di Merkel, il fratello di Di Maio com’era un tempo il garante di Salvini… dunque perché non anche “il Principe consigliato dal machiavellico Massimo D’Alema”?

 

Circondato com’è dalle cattive intenzioni di Renzi che vorrebbe rovesciarlo, dall’invidia di Di Maio che si vuole riprendere i 5 stelle, e adesso anche dai borbottii di Zingaretti, forse Conte non sbaglia se pensa di coltivare un mondo politico parallelo a quello ostile che si annida in Parlamento. Ma attenzione, forse non ha capito che D’Alema più che Re Mida ha la fama di Krono.

Di più su questi argomenti:
  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.