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Il piano di Franceschini per allontanare Di Maio da Renzi

Nell’ottica di Zingaretti e del ministro Pd bisogna convincere il leader del M5s sulle virtù del maggioritario: il che presuppone la costituzione di un nuovo centrosinistra organico demogrillino

10 Ottobre 2019 alle 06:00

Il piano di Franceschini per allontanare Di Maio da Renzi

Dario Franceschini (foto LaPresse)

Roma. La cena del rinnovato accordo pare l’abbia propiziata il solito Dario Franceschini. Che serrando e disserrando il cuore di Nicola Zingaretti la scorsa settimana gli avrebbe suggerito di rinsaldare il rapporto, anche personale, col leader del M5s. Perché, come s’è raccomandato, “non si governa se non ci si conosce”. E siccome di slancio, questo neonato esecutivo, non ne sta mostrando granché, ecco che il fiutarsi, il capirsi, anche quello può servire. Tanto più che alle orecchie di Franceschini, e non solo alle sue, era arrivata l’eco del ragionamento che Matteo Renzi aveva consegnato ai suoi parlamentari di Italia viva, mercoledì scorso. E cioè che si debba tutelare il capo grillino e i suoi fedelissimi, e pungolare semmai il premier. “Anche perché – aveva concluso Renzi – Di Maio non sarà un genio, ma rispetto a Conte è uno scienziato”. E allora è scattata l’operazione simpatia, dopo che già sulla battaglia contro l’Iva Di Maio e l’ex premier si erano ritrovati, sia pur casualmente, vicini. “Bisogna rompere quest’asse”, si diceva nel weekend al Nazareno. E così, mentre Zingaretti andava a cena con Di Maio al Circolo degli esteri, lunedì sera, e contemporaneamente Franceschini, negli studi di La7, elogiava coram populo il capo grillino.

 

E però le lusinghe sono destinate a non sortire l’effetto sperato. Perché l’obiettivo ultimo di questa strategia dell’amicizia ha a che fare con la legge elettorale. Nell’ottica di Zingaretti e Franceschini bisogna convincere Di Maio sulle virtù del maggioritario: il che presuppone la costituzione di un nuovo centrosinistra organico demogrillino. Per cementare il quale, però, bisogna innanzitutto assicurarsi la fedeltà del capo M5s. Perché, come s’è sentito spiegare Zingaretti dalle sue sentinelle parlamentari, “per ragioni di realismo politico non possiamo puntare a coinvolgere tutto il M5s in questo disegno, ma solo una parte, quella guidata da Di Maio”. Che poi è, specularmente, lo stesso piano cui mirava Matteo Salvini: spaccare grillini e portare con sé “l’amico Luigi”. Che sarà quel che sarà, ma è pur sempre il più potente tra i veri o sedicenti pezzi grossi del M5s. Ed è così che ognuno lo corteggia, lo blandisce con l’aria di chi magari spera poi di circuirlo, lasciando agli avversari la “bad company” del Movimento. Non fosse, però, che Di Maio mira, come un anguilla che sguscia via dalla morsa di chiunque provi a stringerlo, solo alla sua sopravvivenza. E per questo lascerà deluso Zingaretti come aveva già fatto col precedente alleato: “Infatti Luigi, dal palco di Italia a 5 stelle di Napoli – rivela chi gli sta vicino – sabato annuncerà che noi siamo per il proporzionale, altro che alleanze organiche”.

 

D’altronde, è solo con quella legge elettorale che il M5s potrà avere, se pure, uno spazio di manovra. “Non credo che a noi ci convenga entrare in uno schema bipolare”, dice non a caso Giuseppe Brescia, relatore grillino della riforma sul taglio dei parlamentari. “Un taglio che impone dei correttivi nel sistema elettorale – spiega Brescia – che non non possono che essere di tipo proporzionale”. Lo sa anche Zingaretti, questo. E tuttavia il segretario del Pd ha chiesto ai suoi consiglieri se non ci possa essere un rimedio che salvi l’impianto maggioritario del Rosatellum. E il responso è stato positivo: “Basta superare l’elezione su base regionale al Senato, disegnando anche lì delle circoscrizioni più ampie, per evitare il rischio della sottorappresentazione delle regioni più piccole”. Soluzione un po’ ardita, che mira evidentemente a danneggiare Renzi, ma che non tiene conto, oltreché della contrarietà del M5s, di quella di chi anche all’interno del Pd – da Orfini alla corrente gueriniana – spinge per la “mozione Parrini”, quella cioè di un proporzionale con sbarramento intorno al 4-5 per cento. Senza contare, poi, gli alleati di sinistra, che alle prime voci di fregole maggioritarie si sono subito allarmati. “Fare il maggioritario per costringere i grillini a venire con te?”, Fornaro, di Leu, scuote la testa. “E se poi non vengono? Sei morto”.

Valerio Valentini

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Commenti all'articolo

  • g.burlando

    10 Ottobre 2019 - 09:47

    ma non ci si rende conto che siamo stufi di cambiare ogni volta il sistema elettorale ?

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