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Nannicini ci dice perché firma il referendum anti taglio parlamentari

Il senatore del Pd: "La scena di Di Maio che taglia poltrone davanti a Montecitorio fa il paio con l’esultanza dal balcone. Due scene che fanno male alla dignità delle istituzioni repubblicane"

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10 Ottobre 2019 alle 06:04

Nannicini ci dice perché firma il referendum anti taglio parlamentari

Tommaso Nannicini (foto LaPresse)

Roma. Il taglio del numero dei parlamentari è legge e a nessuno sembra importare del merito, si fanno soltanto calcoli sui presunti risparmi (500 milioni di euro per ogni legislatura, spiccioli per la finanza pubblica) da offrire al popolo per la prossima campagna elettorale. Non mancano i paradossi e i cortocircuiti: nel Pd, che martedì ha votato sì al taglio insieme ai Cinque stelle dopo aver detto no in tutte le precedenti votazioni, c’è chi adesso firmerà e farà raccolta firme per il referendum confermativo. Come Roberto Giachetti.

 

Anche Tommaso Nannicini, senatore del Pd, aderisce alla richiesta di referendum promossa dal senatore di Forza Italia Andrea Cangini. “Se fossi stato alla Camera avrei votato sì al taglio dei parlamentari per senso di responsabilità, ma sono contento di aver votato no per ben due volte al Senato”, dice Nannicini al Foglio. “La scena di Di Maio che taglia poltrone davanti a Montecitorio fa il paio con l’esultanza dal balcone. Due scene che fanno male alla dignità delle istituzioni repubblicane. Ma al di là della forma, il problema è la sostanza. Si incide profondamente sul funzionamento della nostra democrazia partendo dalla coda e non dalla testa. Snellire le istituzioni e anche ridurre il numero dei parlamentari va bene, ma solo come conseguenza di una riforma sensata. Da lì si doveva partire. Come faceva la riforma istituzionale fatta dal Parlamento nella scorsa legislatura, anche se ogni tanto anche noi, per venderla, abbiamo strizzato l’occhio all’antipolitica. E come si sarebbe dovuto fare adesso: arrivare alla riduzione dei parlamentari solo dopo una riforma sensata, che secondo me doveva partire dal monocameralismo e dal sistema elettorale francese a doppio turno. Io non voglio ammainare la bandiera del maggioritario e della democrazia governante, nonostante lo spirito dei tempi. I tempi cambiano, ma le buone idee alla fine germogliano”.

 

Partire dal numero dei parlamentari, dice Nannicini, “è sbagliato, ma qui siamo e ora dobbiamo provare ad aggiustare la riforma. Fai quel che puoi, dove sei, con quel che hai, diceva Theodore Roosevelt. Per questo condivido in pieno il documento dei capigruppo della maggioranza, che si impegna a far seguire tutta una serie di riforme e correttivi: una legge elettorale che dia equilibrio alla rappresentanza politica, territoriale e di genere; estendere il voto ai diciottenni al Senato e togliere la rappresentanza su base regionale; ripensare le modalità con cui vengono eletti il Capo dello Stato, i giudici della Consulta, i membri laici del Csm; rivedere i regolamenti parlamentari. Attenzione però, quel documento è una paginetta. Adesso alle parole devono seguire fatti precisi, sennò l’impianto non regge. Italia viva, per esempio, ha detto: “a noi va bene qualsiasi legge elettorale”. A me sinceramente no. Voglio una legge elettorale che serva ai cittadini per scegliere chi governa, non una legge che serva ai partiti per fare giochetti di Palazzo. Una legge che può sì essere proporzionale ma con correttivi maggioritari, come una soglia di sbarramento non inferiore al 5 percento o un premio di maggioranza per coalizioni con doppio turno”. Ma Nannicini, che ha firmato la richiesta di Cangini, come voterà poi al referendum? “Per il momento ho deciso di firmare come senatore la richiesta di un referendum confermativo, promossa dal collega di Forza Italia Andrea Cangini. Non so come voterò a quel referendum, spero di poter votare sì perché nel frattempo si sarà fatta una buona legge elettorale e si saranno inseriti i necessari pesi e contrappesi. Ma se così non sarà, non avrei problemi a votare no per la terza volta, questa volta in un referendum. Senza una democrazia che funziona i cittadini sono più deboli. Su questo non possiamo giocare. La democrazia viene prima dell’Iva”.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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