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Contro i finti difensori del Parlamento

Le vere battaglie in difesa della casta che i critici del taglio si rifiutano di fare

10 Ottobre 2019 alle 06:00

Contro i finti difensori del Parlamento

Foto LaPresse

La stragrande maggioranza degli osservatori intervenuti a commentare la riforma relativa alla riduzione del numero dei parlamentari italiani ha scelto di utilizzare parole molto dure nei confronti di coloro che due giorni fa hanno approvato la norma che prevede il taglio di deputati e senatori a partire dalla prossima legislatura. Si può sorvolare sul fatto che in molti casi coloro che accusano di demagogia i parlamentari che hanno votato per il taglio sono gli stessi politici e gli stessi commentatori che per anni hanno avallato a vario titolo campagne contro il numero dei parlamentari (Gian Antonio Stella, chiamato ieri a giudicare con durezza sul Corriere della Sera il sì alla riforma, è uno degli autori della “Casta”, e abbiamo detto tutto, e buona parte dei parlamentari europeisti, compreso il nostro amico Carlo Calenda, che oggi critica la riforma nel non lontano 2013 aveva sottoscritto con orgoglio il programma presentato da Mario Monti ai tempi di Scelta civica, che prevedeva al punto numero uno la seguente affermazione: “Un Parlamento più snello costa meno, garantisce una migliore qualità della classe politica e celerità nella produzione legislativa, senza limitare l’esercizio della democrazia”).

 

Si può sorvolare su questo, e ci si può anche ridere sopra, ma non si può sorvolare sul fatto che la difesa delle prerogative del Parlamento è un tema troppo serio per lasciarlo agli pseudocostituzionalisti da quattro soldi che hanno scelto di trasformare il taglio del numero dei parlamentari in un’occasione utile a mettere in campo una nuova grammatica antipolitica, finalizzata a dimostrare, come nella migliore tradizione del linguaggio populista, che i politici alla fine sono tutti uguali e che sono tutti schifosamente populisti.

 

Se ci fosse davvero amore e cura per la difesa del Parlamento, gli stessi osservatori e gli stessi politici impegnati oggi a portare avanti la propria campagna antipolitica contro la casta dei populisti dovrebbero mostrare un’attenzione quanto meno simmetrica alla protezione di altri princìpi non meno importanti per il futuro della democrazia rappresentativa. Dovrebbero combattere contro tutti coloro che sognano di introdurre il vincolo di mandato e che sognano di portare in Parlamento deputati e senatori eletti per rappresentare il proprio partito e non la propria nazione. Dovrebbero combattere contro tutti coloro che sognano di restringere ogni giorno di più gli spazi di immunità concessi ai parlamentari e che sognano di trasformare in nemici del popolo tutti coloro che di fronte a un caso di richiesta di autorizzazione all’arresto si rifiutano di essere dei semplici schiacciabottone. Dovrebbero combattere contro tutti coloro che sognano di regalare ogni giorno al potere giudiziario uno spazietto in più per esercitare la propria supplenza sul potere politico e che sulla base di questo principio trasformano in diritto di cronaca il diritto allo sputtanamento avallando senza battere ciglio l’utilizzo politico di intercettazioni penalmente irrilevanti (chiedere al povero Filippo Penati). Dovrebbero fare tutto questo e, se ci si pensa bene, dovrebbero anche combattere per difendere tutti coloro che a costo di cambiare idea scelgono di trasformare la sovranità del Parlamento in uno scudo contro il sovranismo populista. Si può difendere il Parlamento solo per trasformare tutti i parlamentari in populisti e si può invece difendere il Parlamento per difendere i diritti non negoziabili di una democrazia rappresentativa. Noi sapete da che parte stiamo.

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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  • oliolà

    10 Ottobre 2019 - 17:11

    Indubbiamente "un parlamento più snello costa meno" e non limita, di per sé, lo "esercizio della democrazia". Quanto a garantire una migliore qualità della classe politica e una produzione legislativa più celere, sorvoliamo o scompisciamoci. Ma senza fretta, direttore. I progressisti, soprattutto in Italia, sono così: "festina lente". A spron battuto all'andata, piuttosto lenti al ritorno. In attesa di rimettere le vele al vento. Io ricordo il 74 quando Montanelli fondò Il Giornale, allora "Nuovo". Passarono più di venti anni prima che Indro ridiventasse "Italiano" a tutti gli effetti, a babbo morto, come si dice.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    10 Ottobre 2019 - 15:52

    Caro Claudio – Forse sfugge che il popolo, le masse, l’opinione pubblica ritengono che proprio le prerogative del Parlamento siano le armi della Casta. Ma cosa vuoi che sappiano del peso dei corpi intermedi, della grande e piccola burocrazia, delle partecipate, dei cento poteri di categoria diffusi e ubiquitari e trasversali, sia al centro che nelle Regioni, che sono il nerbo, l’humus, del nostro modo d’intendere e praticare politica. I fautori, i seguaci di una riduzione, inutile, demagogica nel contesto dato, dei parlamentari, incoraggiano, e s’adeguano al sentire della pubblica opinione. La stessa che ha deciso che tutte le infamie, le storture della politica siano legate alle prerogative del Parlamento. Il baco è nella latitanza del senso di responsabilità, personale e collettiva, che è alla base dell’amata politica, del carpe diem, sorretto dal metodo che le colpe sono sempre della parte avversa. Il rimpallo che blocca ogni provvedimento strutturale.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    10 Ottobre 2019 - 13:05

    Caro Claudio – Forse sfugge, la vis polemica è il sale del contendere politico, che il popolo, le masse, l’opinione pubblica ritengono che proprio le prerogative del Parlamento siano le armi della Casta. Ma cosa vuoi che sappiano del peso dei corpi intermedi, della grande e piccola burocrazia, delle partecipate, dei cento poteri di categoria diffusi e ubiquitari e trasversali, sia al centro e maxime in periferia, che sono il nerbo, l’humus, del nostro modo d’intendere e praticare politica. I fautori, i seguaci di una riduzione, inutile, demagogica nel contesto dato, del numero dei parlamentari, incoraggiano, seguono e s’adeguano al sentire della pubblica opinione. La stessa che ha deciso che tutte le infamie, le storture della politica siano legate alle prerogative del Parlamento. Può apparire surreale ma il baco è nella latitanza del senso di responsabilità, personale e collettiva, che è alla base dell’amata politica, del carpe diem, a sua volta sorretta dallo sconcio metodo che le co

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  • carlo.trinchi

    10 Ottobre 2019 - 10:49

    Tutto vero direttore, tutto giusto. Ma è dai tempi della crostata a casa Letta, (Gianni), che parliamo di riforma parlamentare. D’Alema dove ti sei nascosto. Se siamo a questo punto lo dobbiamo alla classe politica di sempre, se siamo arrivati a Grillo, a Salvini, alla Meloni lo dobbiamo all’ immobilismo politico di sempre, lo dobbiamo ad una sinistra becera e cialtrona che vaga senza logica politica e sociale e imprenditoriale. Dare al popolo significa seguire il popolo e non prenderne i lati migliori e guidarli nelle difficoltà del presente. Fare un referendum su questa riforma “mutilata” e’, sarà un suicidio a favore dei 5S. Puntare su un cambiamento di sistema elettorale presidenziale alla francese potrà essere la via per uscire da un impasse senza ritorno. Basta referendum, basta cialtronate e milioni buttati buttati al vento.

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