Sfida all'O.K. Corral

Perché Renzi triangola con Di Maio per togliere il M5s dalle mani di Conte

Salvatore Merlo

Governo debole legislatura solida. Le telefonate tra il segretario del Pd e il premier, i sospetti sulle manovre degli altri due, i diversivi e il rischio esplosione

Roma. Adesso insiste, molto più di Matteo Salvini, nell’inchiodare Giuseppe Conte alla faccenda dei servizi e del prof. maltese scomparso, Mifsud. E che Matteo Renzi abbia messo nel mirino il presidente del Consiglio è ormai un dato di quelli consolidati nella letteratura di Palazzo, almeno quanto il timore diffuso nel Pd che l’ex segretario “intenda fare con noi quello che Macron ha fatto con il Partito socialista” (cioè liquidarli). D’altra parte i compagni di banco di Renzi, al Senato, ricordano benissimo il giorno della fiducia al nuovo governo. Ricordano Renzi che mormorava queste esatte parole: “Quello lì è il nostro avversario”. I due senatori del Pd ricordano di essere rimasti sorpresi, storditi, perché il capo non si riferiva al senatore Salvini che aveva appena smesso di parlare, ma al professor Conte che se ne stava seduto ad ascoltare tra i banchi del governo. Strategie e necessità.

 

Ma il manovrare di Renzi, che ha bisogno di tenere tutti sulla corda e di comparire sui giornali, di fare notizia, perché ha un partito da lanciare, sempre più descrive un conflitto vario e multiplo nell’alleanza che compone il nuovo governo. Lui infatti critica Conte e scopre di avere un alleato, cioè Luigi Di Maio, che con il premier fa buon viso a cattivo gioco, ma ordisce fantasie velenose sotto la fronte liscia: riprendersi la guida del M5s usurpata da Conte. Quel Conte che è diventato leader del M5s grazie a Nicola Zingaretti, il segretario che rifiutando a Di Maio il ruolo di vicepremier ha sostanzialmente statuito che Conte non è un premier “super partes”, “terzo”, ma un’espressione politica diretta del M5s, dunque di fatto, il vero capo del Movimento. Così anche Zingaretti rientra in questa sparatoria all’O.K. Corral che si consuma per adesso a bassa intensità secondo una logica antica e prevedibile: il nemico del mio nemico è mio amico. Dunque Renzi e Di Maio da una parte, per convergenza d’interessi, e Zingaretti e Conte dall’altra. Nessuno sta particolarmente simpatico all’altro, ma la contingenza li spinge a costruire relazioni forzate. Al punto che, si è a lungo scritto, Renzi e Di Maio hanno ripreso a parlarsi spesso e a messaggiarsi su whatsapp come facevano a inizio legislatura. E lo stesso fanno ormai Zingaretti e Conte. Al punto che nel Pd sospettano che esista una specie di piano diabolico, escogitato da Renzi e Di Maio, “per farci passare come il partito delle tasse”. Mentre Renzi è certo che la faccia dura che gli ha recentemente mostrato Conte in pubblico, nelle ultime interviste – “non abbiamo bisogno di fenomeni” – sia un preciso suggerimento di Zingaretti.

 

E insomma se si volesse immaginare una crisi del governo del Bisconte è da queste tensioni che potrebbe scaturire, ancora prima che dalla gara sommersa per la presidenza della Repubblica. C’è un adagio che si sente pronunciare sempre più spesso: il governo è debolissimo, la legislatura solidissima. Come spesso succede nella politica italiana è un ossimoro a spiegare la realtà delle cose.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.