Direzione Zinga

Valerio Valentini

Il Pd scopre che la minoranza del partito è ancora più unita della maggioranza (e vuole il congresso)

Roma. L’episodio di per sé era talmente marginale, così circoscritto all’interno delle oscure dinamiche parlamentari, che fuori dal Palazzo nessuno se ne è curato granché. E però, mercoledì scorso, quando c’è stato lo spoglio dei voti per capire chi fosse il nuovo segretario d’Aula del Pd, al Nazareno qualcuno deve aver sentito la terra tremargli sotto i piedi. Perché, è vero, il candidato indicato dal capogruppo Graziano Delrio sulla base di un accordo stretto tra la segreteria del partito e Maurizio Martina, aveva effettivamente trionfato: ma quelle 46 preferenze per Andrea De Maria erano terribilmente poche. Anche perché, nel frattempo, la sua concorrente interna, quella Giuditta Pini indicata da Matteo Orfini per pura necessità di segnalare la sua presenza, di voti ne prendeva 26, assai più dei cinque prevenienti da chi fa capo alla corrente dell’ex presidente del Pd. E a conti fatti, significava che almeno in 21, nel corpaccione di Base riformista, avevano dirottato la loro scelta sulla deputata di Carpi.

 

Piccolo episodio, per carità. Ma sufficiente, nella sua marginalità, a lanciare un segnale a Nicola Zingaretti, che proprio oggi dovrà dirigere una direzione di partito che s’annuncia delicata. “Gli abbiamo dimostrato – si compiacevano, tra sé, parlamentari vicini a Luca Lotti e Lorenzo Guerini – che, se vogliamo, possiamo marciare divisi per colpire compatti”. Il che, poi, non è detto che sia davvero la strategia preferita. Perché in realtà quello che Guerini e Lotti si augurano è che proprio per scongiurare la deflagrazione dei malumori interni in guerriglia dichiarata, il segretario accetti di includerli, con ruoli magari non di secondo piano, nella annunciata riorganizzazione dei vertici del partito. Oggi, infatti, Zingaretti dovrebbe formalmente annunciare – stando a quanto lo stesso Guerini anticipava ieri ai suoi seguaci – l’azzeramento della segreteria, come richiesto proprio dai “basisti”, per aprire una fase nuova, che superi di fatto la dinamica congressuale considerata ormai superata dopo il varo del governo giallorosso. Sarà l’occasione, dunque, per capire se il segnale di mercoledì scorso è stato recepito oppure no: se insomma si possa inaugurare un periodo di non belligeranza, al Nazareno, o se invece saremo alle solite.

 

Senza contare, poi, che a auspicare un innalzamento della tensione all’interno del Pd è proprio Orfini. Il quale, rimasto un po’ marginalizzato nel convulso gioco di riposizionamenti interni, e di fronte alla prospettiva di una grande maggioranza allargata – una “stagione unitaria”, la definisce Guerini – che veda insieme Zingaretti, Franceschini e Lotti, non disdegnerebbe affatto d’intestarsi la guida della minoranza interna. Le pietre d’inciampo, d’altronde, non mancano. E lo si vede in queste ore sulla baruffa che s’è accesa intorno a quota 100: Matteo Renzi, attraverso il fido Luigi Marattin, ha fatto sua una battaglia – quella per l’abolizione della dannosa riforma salviniana – che ha senz’altro degli obiettivi di natura contabile, ma che ha anche, e forse soprattutto, delle indubbie ricadute sugli equilibri interni al Pd. Perché a invocare la soppressione di quota 100, nelle settimane scorse, erano stati per primi Tommaso Nannicini, area Martina, e appunto l’orfiniana Chiara Gribaudo. E non a caso a sposare la causa renziana, ieri, sono stati ex ministri del Pd, come Pier Carlo Padoan, e autorevoli padri nobili come Arturo Parisi, oltre a semplici deputati come Alessia Rotta. Ora, cosa farà Zingaretti? Accontenterà una parte del suo partito che chiede l’abolizione di quota 100, anche a costo di seguire la scia di Italia viva, oppure si appiattirà sulle posizioni del M5s pur di non cedere al rivale scissionista?

 

E’ proprio lungo queste faglie che la dissidenza di Orfini, nutrendosi anche di vecchi e mai smaltiti rancori personali con Zingaretti, potrebbe trovare terreno fertile. Anche rivendicando, ad esempio, la sua lunga e, obiettivamente, mai rinnegata propensione proporzionalista: quella a cui Zingaretti ha provato a non arrendersi, subito dopo la scissione di Italia viva, in una logica strettamente anti-renziana. Anche per questo il segretario aveva provato a capire se, nella necessaria opera di correzione delle storture prodotte dal taglio dei parlamentari, fosse possibile conservare l’impianto del Rosatellum, magari limitandosi solo a superare l’ancoraggio del voto al Senato su base regionale. E invece, già oggi in direzione Zingaretti potrebbe annunciare due possibili proposte, in tema di legge elettorale: un doppio turno di coalizione, che è l’ipotesi preferita dal segretario, o un proporzionale con soglia di sbarramento al 4-5 per cento. Entrambe, però, lontane dalle tentazioni maggioritarie che Zingaretti aveva lasciato intravedere, forse già pensando all’idea di convincere, o costringere, il M5s ad accettare un’alleanza organica col Pd.

 

Che è poi, a ben vedere, il vero nodo politico intorno a cui s’avviluppano le discussioni dei dem. La fuga in avanti del segretario non è stata gradita da molti: e il primo a prenderne le distanze, manco a dirlo, è stato proprio Orfini. Anche in questo caso, però, seguito da molti parlamentari gueriniani, seppure con toni meno netti. Perché, come qualcuno scherza intorno alle posizioni dell’ex presidente del partito, “lui ora non sta né con lo stato né con le Br”, alludendo a una sostanziale equidistanza da Zingaretti – specie da uno Zingaretti un po’ grillinizzato – e da Renzi. E però, pur non stando con le Br, Orfini potrebbe in fondo ritrovarsi supportato da una parte di Br. E questa strana saldatura potrebbe, già da oggi, far abortire sul nascere quella stagione più o meno recitata concordia all’interno Nazareno, invocando innanzitutto quella cosa che, guarda caso, pretendono sia Orfini sia alcuni “basisti”: e cioè un congresso vero.