“Liberiamoci dal fantasma di Renzi, basta terapia di gruppo”, ci dice Marcucci

David Allegranti

"Alla Leopolda? Non andrò. Sarebbe sbagliato. I sindaci con Renzi? Non ne ho incontrato neanche uno finora...". Parla il capogruppo al Senato del Pd

Roma. “Bisogna saper leggere la nuova fase”, dice al Foglio Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato. “Il Pd deve liberarsi dal fantasma di Renzi, non può continuare a fare terapia di gruppo sull’ex presidente del consiglio”. Ora, dice Marcucci, in passato molto vicino a Renzi, “c’è un nuovo partito, ‘Italia Viva’, che è un partner di governo, importante come gli altri, che come tutti può staccare la spina. Renzi va sfidato sul tema delle riforme, non demonizzato o inseguito. Il Pd deve avere più orgoglio, correre di più, continuare ad essere la casa dei riformisti. Oggi non c’è più il tema Matteo Renzi, c’è il tema riforme”.

 

 

Un tema su cui il Pd, secondo Marcucci, deve essere più presente, proprio per non lasciare spazio all’ex sindaco di Firenze. “Il Pd dovrebbe continuare a essere la casa comune dei riformismi, a tutti i livelli. Oggi che Renzi è definitivamente fuori dal Pd la questione da affrontare riguarda la linea politica del nostro partito. E ho la sensazione che anche la maggioranza che ha espresso Zingaretti si aspetti da noi, che rappresentiamo l’area liberal-democratica del Pd, un’azione incisiva. Da parte loro, per essere chiaro, non ci può essere sopportazione, ma solo una richiesta di contributo fattivo”.

  

 

Insomma, dice Marcucci rivolto agli ex renziani e in generale a tutto il Pd, “dobbiamo riprendere a far politica non maniera difensiva, portando avanti i nostri progetti a prescindere da Renzi, che resterà, ripeto, un nostro interlocutore. Ma è un interlocutore come altri. Dobbiamo dettare la nostra agenda, piuttosto che interessarci a che cosa dirà Renzi alla Leopolda”. Lei ci andrà? “Ritengo che sarebbe sbagliato, essendo capogruppo del Pd al Senato. Sbagliato sia per la comunità del Pd, sia per il nuovo partito che si sta formando e che avrà in quell’evento il suo momento fondativo”.

 

C’è chi dice che anche lei se ne andrà dal Pd. “Guardi, io ho sempre dimostrato di essere una persona e un uomo libero, ho la mia storia, sono un fondatore del Pd, dove ho portato le mie istanze politico-culturali. Ero vicino a Rutelli, ma sono rimasto nel Pd quando se n’è andato. Ho condiviso le battaglie di Renzi, ma sono rimasto capogruppo del Pd dopo che se n’è andato. Le altre supposizioni non mi interessano”. Renzi dice che a breve lo raggiungeranno molti sindaci. Lei sa chi sono? “Ah, non ne ho idea. Non ne ho incontrato neanche uno finora. Vede, le classi dirigenti sono fatte da tanti componenti. Noi abbiamo molti sindaci bravi di centrosinistra, come Giuseppe Sala, Dario Nardella, Matteo Biffoni, Antonio Decaro. E poi ci sono tanti sindaci di piccoli comuni che praticamente fanno volontariato e fanno buona amministrazione. Crediamo in loro”. In attesa di riprendersi dallo sbandamento post scissione, per il Pd, intanto, gli scivoloni non sono mancati. Come la multa in Umbria per chi se ne va. “Sì è stato uno scivolone, ma tutti abbiamo preso una posizione chiara: la Costituzione non si tocca e tra le prerogative dei parlamentari c’è la non esistenza del vincolo di mandato. Punto”.

 

 

Ma non vede rischi di grillizzazione del Pd? “Mah, no. Vedo semmai un’opportunità. Siccome abbiamo fatto un nuovo governo e c’è una nuova maggioranza, dobbiamo essere chiari sulle priorità. Abbiamo deciso insieme al M5s di condividere un programma e questo è ciò che stiamo facendo. Ci sono poi situazioni locali territorialmente delimitate, come l’Umbria, in cui possono esserci specifiche alleanze. Quando c’è vicinanza programmatica è giusto cogliere un’opportunità”. Anche nella sua Toscana? “Ecco, in Toscana non vedo questa vicinanza programmatica. Senza quella, senza obiettivi comuni, senza un’idea di sviluppo comune, non ci può essere un’alleanza. In Toscana mi pare molto complicato”. A proposito, ma in Toscana come lo scegliete il candidato? “Tutti noi desideriamo non fare le primarie, vogliamo un candidato unitario. Ma bisogna darsi dei tempi certi, qualora non ci fosse un candidato che rappresenta tutti sarebbero necessarie le primarie”.

 

Senta, a proposito di grillizzazione del Pd, ma il taglio dei parlamentari, fatto così, non è un regalo al M5s? “Al taglio dei parlamentari manca una sola lettura, fino a oggi ci eravamo opposti non perché fossimo contrari per principio, ma perché serve un equilibrio in termini costituzionali. Per questo sono necessarie la modifica dei regolamenti parlamentari e la modifica della legge elettorale. La riduzione del numero dei parlamentari senza una modifica condivisa della legge elettorale, sulla quale però c’è un impegno politico molto forte, creerebbe un vulnus alla rappresentanza. Anche perché sicuramente in sei regioni al Senato verrebbe eletto solo chi vince”. Dario Franceschini dice che il Pd deve costruire una “casa comune” con il M5s, lei? “Dico che siamo troppo diversi, anche solo per pensarci. Un conto è un accordo per costituire una maggioranza nell’interesse del paese, un altro conto è fare una casa comune tra persone che ritengono che la politica sia una dimensione superate e persone che credono nella buona politica”.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.