Nel Pd è ora di un congresso

Gianni Dal Moro*

La scissione e l’alleanza con il M5s hanno cambiato il profilo del partito. Caro segretario, serve una svolta

Al direttore - Siamo arrivati a una separazione, a una rottura di una delle più grandi comunità riformiste d’Europa e in molte capitali c’è stupore e preoccupazione. Quando ci si divide ci si indebolisce sul piano politico, non è una sola questione numerica. E’ una divisione che non va sottovaluta e non mi tranquillizza l’affermazione che i partiti personali hanno avuto poca fortuna, o che scadono in fretta. Siamo in un’altra epoca della politica, nel tempo delle leadership e della comunicazione, basta guardare in giro per il mondo. Prima ce ne rendiamo conto meglio è.

 

Renzi è un leader, indubbiamente, uomo di relazioni e di potere, probabilmente non più tanto amato, ma è intuitivo e veloce comunicativamente. Questi primi giorni di governo dimostrano che se il Pd lo sottovaluta commette un grave errore. Lui scommette sulla formula centro-sinistra immaginata da D’Alema molto tempo fa, come teorizzato da diversi anni da Cacciari, come enunciato da Bettini qualche settimana fa. Il centro compia la sua missione, così come la sinistra e poi ci si allea. E’ una idea contro natura rispetto alle ragioni fondative del Pd e alla sua vocazione maggioritaria. L’idea appare più quella di essere un progetto di centro macroniano che prende la scena dei moderati e un pezzo del Pd. Ora speriamo che questa divisione non incida come dichiarato dallo stesso Renzi sulle sorti del governo, ma di certo il suo potere sul governo aumenta, le sue richieste non saranno più mediate dalle liturgie del Pd ma avranno una contrattazione diretta con il premier, che a mio modesto parere sarà il suo vero obiettivo.

 

Ora dopo quanto successo con la nascita del nuovo governo e dopo la scissione penso che sia urgente riflettere su questa nuova fase, per rispondere al meglio alle sfide che arriveranno dentro e fuori il perimetro della maggioranza. Per questo ritengo prioritario l’avvio di una fase straordinaria di discussione e rilancio del partito democratico, non rinchiusa dentro le nostre dinamiche interne ma coinvolgendo la società civile, gli amministratori, il mondo ambientalista moderno e del sociale, le migliori esperienza amministrative civiche, il mondo della cultura. Servirà qualcosa in più di una conferenza programmatica, forse un congresso straordinario, non per cambiare il segretario, al quale va dato atto di aver dimostrato grande disponibilità e saggezza nella scelta di dar vita al nuovo governo tenendo unito tutto il partito, superando le sue iniziali posizioni.

 

Zingaretti deve completare il suo mandato, ma con una nuova forte investitura unitaria: accompagnare il partito democratico in un nuovo percorso modificando radicalmente la nostra presenza nella comunità italiana. Mi domando ma se dopo un importante abbandono (Calenda), una scissione (Renzi), una alleanza di governo con il movimento politico che più di altri abbiamo contrastato negli ultimi 10 anni, non sentiamo il bisogno di metterci tutti in discussione fino in fondo, forse c’è un problema. Ora siamo al governo, non all’opposizione, abbiamo una sfida straordinaria e complicata, serve un partito forte, unito, determinato che superi l’ultima fase congressuale per rispondere al meglio al nuovo scenario competitivo. In una società attraversata da radicalismi e populismi il riformismo per competere, ha bisogno di un soggetto politico forte, autorevole, un partito con una grande forza elettorale che attorno a se raccolga altre espressioni politiche di centro sinistra e questo può essere per la sua dimensione, radicamento e pluralità solo il Partito democratico. Nella società c’è bisogno oggi ancor di più di ieri di un grande partito riformista, non dello spezzatino delle posizioni. Per questo ora serve una nuova fase costituente per aggiornare la proposta politica di un partito riformista europeo di fronte ai nuovi scenari economici e sociali che la globalizzazione impone. Occorre adeguare lo strumento-partito come lo abbiamo ereditato perché non solo non funziona più, ma corre il rischio di essere controproducente; serve rielaborare un nuovo rapporto tra leadership e corpi intermedi generando un nuovo modello di confronto, non di corporativismo ma di collaborazione.

 

Dobbiamo fare in fretta. Il tempo della politica, ma soprattutto il tempo della società non aspetta, quello che oggi vediamo fra qualche mese potremmo non scorgerlo più. Spetta ora al segretario Zingaretti e alla maggioranza che lo ha eletto cogliere non solo la gravità del momento ma rilanciare per rispondere in modo unitario alle sfide che vengono lanciate al partito democratico. Al Pd non servono aggiustamenti di vecchie maggioranze, sarebbe sbagliato e riduttivo, ora serve un nuovo progetto identitario, per rilanciare e rilanciarsi; per ritornare ad essere protagonisti di una scommessa nel campo della sinistra riformista italiana ed europea.

 

Certo la conferenza programmatica di Bologna può essere un passaggio importante, anche per affrontare in modo definitivo la questione identitaria del Pd mai risolta fino in fondo, immaginando anche un nuovo brand.

 

Due scissioni subite negli 11 anni di vita del Partito Democratico da parte di due ex segretari che sommato il loro mandato hanno guidato il partito per quasi 7 anni, rappresenta i limiti di questo progetto e dimostra che ancora molto deve essere fatto per completarne il processo.

Ora non è più il tempo delle vecchie liturgie: è il tempo della consapevolezza e dell’unità è il tempo soprattutto del coraggio di andare oltre il nostro orizzonte.

 

*deputato del Pd

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