Psicoanalisi di Matteo Renzi

Guido Vitiello

Rileggendo il vecchio saggio "Personalità 'come se' e politica" di Paul Roazen si capisce che, al contrario di quel che si pensa, l'ex presidente del consiglio è un buon politico ma un cattivo comunicatore

Ho visto Renzi l’altro ieri da Gruber e ho capito finalmente qual è il suo problema. Più che un problema è una iattura mitologica, un flagello da re Mida: qualunque cosa dica, suona falso. Foss’anche: “Piacere, Matteo Renzi”. Eppure non è affatto il più bugiardo dei politici in scena: suvvia, potrebbe mai competere con quello della finta bambina di Bibbiano, o con quello della stamperia delle tessere del reddito di cittadinanza, che pure agli occhi di molti appaiono più genuini? Per la diagnosi, consiglio un saggio del 1983 dello psicoanalista Paul Roazen, “Personalità ‘come se’ e politica”. La personalità “come se”, per farla semplice, indica un’emotività contraffatta, la simulazione di una vita interiore autentica. Dice Roazen che è molto diffusa tra i politici, e che non è detto sia un male: devono saper manipolare gli elettori, usare l’empatia in modo strumentale e diffidare dell’introspezione: “Cambiare schieramento politico, per loro, spostarsi a destra, a sinistra o al centro, può non comportare lotte interiori maggiori di quelle nelle quali incorre un avvocato per difendere un nuovo cliente o per inventare un’arringa originale”. Il buon politico deve saper difendere la sua posizione in modo da apparire coriaceo, ma senza farsi coinvolgere su un piano troppo intimo. E allora cosa manca, al povero Renzi? Gli manca il tocco finale: l’arte di far sembrare genuino il prodotto di questa catena di simulazioni. Altro modo per dire che, al contrario di quel che si pensa, è un buon politico ma un pessimo comunicatore.

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