Renzi e Salvini, due complici nemici

Salvatore Merlo

I due Matteo a “Porta a Porta”, avversari eppure alleati in un medesimo codice

Roma. Nel cortile degli studi Rai di Via Teulada, Lucio Presta, Adidas e giubbotto di renna, il manager delle star tv diventato ormai inseparabile da Matteo Renzi, viene raggiunto dall’urlo di una sua collaboratrice: “Lucio vai, sali, sbrigati perché sennò Matteo si perde!”. E Presta, calmissimo: “No, no, quello non si perde mai”. E infatti Matteo non si perde, entra carico nello studio di Bruno Vespa (persino troppo e abbronzatissimo: praticamente color terracotta) e comincia subito all’attacco aggressivo gettando la sabbia del Papeete negli occhi dell’altro Matteo, Salvini, che un po’ subisce, sbuffa, e un po’ replica, ma restando sempre sulla difensiva con l’aria di quello che non riesce, o forse non vuole, trovare fino in fondo l’argomento decisivo: “Ho capito che è un reato andare in spiaggia con il proprio figlio ma io sono un sempliciotto e vado in vacanza in Italia invece di portare i soldi all’estero”.

 

E allora Renzi gli imputa di essere un assenteista, di andare in giro a mangiare senza governare (“lei sa tutto sulle sagre di questo paese ma niente sui ministeri”), di aver fatto la guerra a Francia e Germania “per prendere un like in più”, di essere una “banderuola”, di aver urlato che i napoletani puzzano, di essersi alleato con CasaPound, di aver provocato un aumento dei morti in mare… Mentre Salvini, ben vestito e con un bel nodo alla cravatta delle Fiamme gialle, risponde tirando fuori slide e cartelli, ricordando le tasse sulle merendine promesse dal governo rossogiallo, le stupidaggini del ministro Fioramonti, l’emergenza rifiuti a Roma e in Campania, e ancora sbuffando: “Sono bugiardo, razzista… vabbè”. Ma forse senza riuscire mai ad affondare davvero e personalmente sul suo avversario, che al contrario nella polemica diretta e dura si trova perfettamente a proprio agio (e probabilmente, più di Salvini, si era preparato a tirare morsi). Renzi, infatti, dopo la scissione, e coltivando il sogno di un rilancio personale adesso non più impossibile, aveva bisogno di questo incontro-scontro molto più di Salvini. Renzi aveva bisogno di distruggere l’avversario per costruire se stesso, anche attraverso colpi bassi e un po’ volgari – “lei ha detto a una donna stuprata che ‘la pacchia è finita’” – parole che a un certo punto hanno fatto strabuzzare gli occhi all’altro Matteo. 

 

Ecco Salvini che assume la faccia di un’educanda caduta dall’altalena, e per un attimo, forse colpito, si dimentica anche del “lei” finto e televisivo che i due si sono rimpallati per oltre un’ora, e si abbandona al tono veritativo del “tu”: “Ma che stai dicendo? Dai basta!”.

 

Ma la formula civile del faccia a faccia, alla quale l’Italia politica si era disabituata – “un incontro televisivo tra leader non avveniva dal 2006”, ricorda Vespa introducendo i suoi ospiti – lascia alla fine piacevolmente stupiti. Anche nei momenti di noia, tremenda noia, che non sono mancati. Perché malgrado i colpi bassi (e i colpi di sonno), il faccia faccia – che vorrebbe essere l’ultimo duello cavalleresco, una giostra dove i colpi non sono mortali – è comunque fatto non per addormentare lo scontro ma per imporre la propria ragione su quella dell’altro. E i due Matteo si sono cimentati generosamente, lasciando intuire agli spettatori che nei loro rapporti c’è forse qualcosa di nemico ma anche di complice, negli occhi, nei gesti, che li rivelano avversari eppure alleati in un medesimo codice, legati a paralleli sortilegi di rappresentazione.

 

Infatti il nuovo Salvini pacato, pettinato, pulito, ben incravattato e persino moderato, quello che adesso dice “credo che l’euro sia irreversibile”, “voglio andare d’accordo con Francia e Germania”, questo nuovo Salvini è potuto venir fuori soltanto grazie all’aggressività efficace e insistita di Renzi, il quale – specularmente – ha ritrovato forza e identità nel contrapporsi al suo avversario e nel martellarlo dall’inizio alla fine della trasmissione. Renzi e Salvini, dunque, come i duellanti nel racconto di Conrad: l’articolazione di un unico protagonista, ciascuno in guerra con il proprio doppio, e dunque complici come il caldo con il freddo, il nord con il sud, la luna con il sole. E infatti entrambi i Matteo, mentre litigarellano, sanno bene che la loro guerra significa l’oscuramento di Zingaretti e Berlusconi, Conte e Di Maio, che non a caso spariscono nelle loro parole – puff! – non vengono citati quasi mai nei settantacinque minuti di “Porta a Porta”, mentre lo schermo viene integralmente occupato dalla presenza vasta e debordante di Renzi e di Salvini. Unici protagonisti del proscenio italiano, che si muovono come in una realtà alternativa nella quale non esistono Franceschini e Meloni, Orlando e Martina, la manovra economica, il Consiglio dei ministri in corso o la festa dei Cinque stelle appena finita a Napoli. E così alla fine politicamente non è successo niente. Niente di niente. Ma è iniziata una lotta che è come una reciproca legittimazione. Chissà quale sarà la prossima tappa di questo duello itinerante costruito per escludere il resto del mondo.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.