Luigi Di Maio e Giuseppe Conte (foto LaPresse)

Capire la grande scomposizione

Claudio Cerasa

Zingaretti con Conte. Grillo contro Di Maio. Renzi con Di Maio (e Salvini) contro Conte. Il Cav. contro il governo ma non contro Conte. Salvini contro gli estremisti ma anche con gli estremisti. Perché stavolta l’instabilità renderà il governo più stabile

Quella che segue non è una tradizionale nota politica con cui provare a fare il punto dei complicati rapporti tra i partiti della maggioranza ma è un tentativo un po’ pazzo di entrare nella testa dei principali leader italiani e provare a spiegare il futuro della legislatura con un po’ di sana e robusta psico-politica. Non si può capire nulla su quello che ci aspetterà nei prossimi mesi senza provare a comprendere quali sono i sogni e quali gli incubi dei protagonisti-chiave della fase politica vissuta oggi dal nostro paese.

 

 

E per provare a mettere subito un punto fermo nella nostra ricostruzione è forse utile individuare un nuovo e sorprendente bipolarismo costituito da due fronti formati da tre soggetti teoricamente distanti l’uno dall’altro. Nel primo fronte si trovano Nicola Zingaretti, Giuseppe Conte e Beppe Grillo. Nel secondo, Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Matteo Renzi. I due fronti, come è evidente, sono formati da un lato da coloro che hanno scelto di difendere a spada tratta un governo di cui sono protagonisti assoluti e dall’altro da coloro che con sfumature diverse hanno scelto di essere all’opposizione se non del governo quanto meno del presidente del Consiglio. E all’interno di questi due fronti si trovano molte storie spassose intrecciate l’una con l’altra. C’è Giuseppe Conte, ovviamente, nuovo beniamino oltre che del Fatto anche del giornale dei vescovi, Avvenire, che pur essendo stato voluto alla guida del governo più da Di Maio che dal Pd si ritrova oggi a essere più vicino al Pd di Nicola Zingaretti (e Dario Franceschini) che al M5s di Luigi Di Maio (e di Davide Casaleggio).

 

 

C’è Beppe Grillo, ovviamente, nuovo beniamino del Pd di governo, che oggi si ritrova a essere più il garante di Conte che il garante del M5s, e che se potesse, di fronte all’ansia da titolo in prima pagina di Di Maio, mollerebbe due scappellotti alla Giggino e Associati. C’è Nicola Zingaretti, poi, che da giorni – facendo leva sulla debolezza elettorale di Matteo Renzi e di Luigi Di Maio – fa sapere ai giornali di non considerare possibile in questa legislatura nessun altro governo che non sia quello attualmente in carica, mentre Matteo Renzi, da giorni, fa sapere invece ai giornali che questa legislatura sarà quella che ci porterà alla scelta del prossimo presidente della Repubblica ma non è certo che sarà questo governo ad arrivare a quell’appuntamento.

 

C’è Di Maio, poi, che, pur avendo scelto di fare squadra al governo più con Renzi che con Conte, soffre il protagonismo di Renzi e per la disperazione di Grillo cerca ogni giorno un modo per ricordare l’ovvio, ovvero che se non fosse per lui questo governo non ci sarebbe e che l’esecutivo continuerà ad andare avanti solo fino a che lo vorrà Di Maio e non solo fino a quando lo vorrà Renzi. C’è poi Matteo Renzi, naturalmente, che sa perfettamente di non potersi permettere di far cadere il governo, un po’ come Luigi Di Maio, ma che nonostante questo deve trovare ogni giorno un modo sia per dimostrare di poterlo far cadere in qualsiasi momento, come Luigi Di Maio, sia per non fare nulla che lo possa far cadere davvero, ché misurarsi oggi alle elezioni potrebbe non essere una grande idea. E poi, ovviamente, c’è Matteo Salvini, che come Beppe Grillo è ostaggio dei mostri creati da lui, e che per questo lascia intendere che alla Lega serve un po’ di tempo, “ora dobbiamo studiare”, e che come il fondatore del M5s cerca periodicamente di lanciare messaggi rassicuranti (vedi l’euro, che ieri è tornato a essere reversibile, anche se la Lega, ha detto Salvini all’“Aria che tira”, “non sta lavorando per uscire dall’euro”) – salvo poi non potersi concedere il lusso di mettere da parte del tutto la sua ambiguità sui temi europei, al punto da aver fatto salire sabato scorso sul palco di San Giovanni un teorico della dottrina No euro come Alberto Bagnai.

  

E poi, in tutto questo, c’è Silvio Berlusconi, che al contrario di tutti quelli che si trovano all’opposizione della triade Zingaretti/Grillo/Conte ha scelto di essere molto prudente con il presidente del Consiglio, consapevole anche lui che far cadere il governo sarebbe una buona opportunità per il centrodestra a trazione Salvini (la cui tentata svolta moderata chissà non abbia a che fare con la paura che l’estremismo possa portare consensi al partito di Renzi) ma consapevole anche del fatto che non farlo cadere sarebbe anche una buona opportunità per la Forza Italia presente in Parlamento, che difficilmente in una prossima legislatura, in vista della nomina del nuovo capo dello stato, potrebbe contare tanto come conta oggi. Nella fase politica vissuta in questi giorni dal nostro paese – dove tutto è in movimento, dove il Pd tenta di rubare voti al M5s, dove Renzi tenta di rubare voti a Forza Italia, dove Di Maio tenta di rubare voti a Conte, dove Conte tenta di rubare voti al M5s, dove Salvini tenta di rubare voti a Di Maio, dove Berlusconi tenta di non farsi rubare voti da tutti quanti – tutti danno insomma l’impressione di avere molta fretta di fare pazzie ma in verità a guardarlo con un po’ di attenzione e un pizzico di malizia il nuovo bipolarismo è lì che suggerisce qualcosa di diverso: per una maggioranza debole avere un premier debole è il modo migliore per avere un governo stabile, a meno che la maggioranza debole, un giorno, non trovi un premier ancora più debole di quello attuale per allargare ancora un po’ di più il suo perimetro e continuare a far camminare ancora a lungo Salvini sui carboni ardenti che il leader della Lega si è in fondo acceso da solo. E’ la grande scomposizione, bellezza, e tu, almeno per oggi, non puoi farci proprio niente.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.