L'eterogenesi di Giggino

Salvatore Merlo

Come Di Maio salvò Roma dal flagello Raggi che voleva più poteri

Alla fine bisognerà ringraziare la goffaggine di Luigi Di Maio, perché è soltanto grazie alla sua ormai conclamata limitatezza sul piano politico che è stato scongiurato il paradosso tragicomico, certamente inspiegabile se non ricorrendo alle categorie della psicopatologia, secondo il quale un governo nato per non dare i pieni poteri a Matteo Salvini si stava allegramente organizzando per dare poteri speciali a Virginia Raggi, l’ottava piaga di Roma. Il prossimo sarebbe stato Attila? E Nerone? Perché non Bokassa?

 

Spinto dall’urgenza di smentire il suo amico e sottosegretario Vincenzo Spadafora che aveva criticato la fallimentare amministrazione grillina dando voce a pensieri che anche Di Maio intimamente condivide, circondato in Parlamento da una fronda ringhiante di cinque stelle che stava utilizzando Spadafora come una scusa contundente per colpirlo e minarne ancora di più il ruolo di capo, mercoledì sera a Luigi Di Maio doveva essere sembrata una mossa geniale, l’uovo di Colombo: adesso annuncio il decreto sui poteri speciali a Roma, voglio vedere chi dei nostri mi accuserà ancora di non essere solidale con Virginia!

 

Di Maio pensava così di tacitare le accuse sottintese e indirette, le trame e i trabocchetti che i tanti piccoli rivoltosi del Movimento, tutti gli scontenti che lo vorrebbero sostituire con Fico con un direttorio o persino con Di Battista, gli avevano piazzato come tagliole lungo il cammino. E allora: “E’ pronto un ddl sui poteri speciali per Roma”. Boom! Una sparata senza avvertire nessuno, non solo i grillini romani i quali avevano chiesto di aspettare almeno la fine delle elezioni in Umbria, ma nemmeno gli alleati di governo, il Pd, i renziani… E infatti: “Di pronto non c’è niente”, gli aveva subito risposto Dario Franceschini, spazientito, lui che pure, com’è noto, è il migliore alleato dei Cinque stelle dentro al Pd.

 

In un attimo, Di Maio ha così compiuto il miracolo di mettere d’accordo Renzi e Franceschini, Zingaretti e Calenda, ha trasformato un provvedimento che doveva appartenere a tutto il governo, che necessitava tempo e un morbido lavoro di diplomazia dentro alla stessa maggioranza, in una sparata secca e solitaria del M5s che ha inalberato l’intero centrosinistra costringendo tutti a prendere le distanze. “Altro che poteri speciali. Raggi si dimetta”, ha chiuso la faccenda Luciano Nobili, plenipotenziario di Renzi a Roma. Ed è così che ieri su questa faccenda è calato un silenzio definitivo e terminale. Insomma va ringraziato, Di Maio. Davvero. Questo ragazzo di Pomigliano, miracolosamente issato a colpi di vaffa fino alla sommità del ministero degli Esteri, ha scongiurato una catastrofe. Perché dare più poteri a Virginia Raggi sarebbe stato all’incirca come consegnare una latta di benzina e dei fiammiferi a un piromane.

 

Roma è la città in cui mercoledì notte un ragazzo di venticinque anni, Luca Sacchi, è stato freddato con un colpo alla testa perché si era opposto a uno scippo. E’ la città che oggi sarà coinvolta da uno sciopero generale dei servizi, come tutto il resto del paese, da Milano a Catania, ma è tuttavia l’unica città d’Italia in cui l’amministrazione si rivolge ai cittadini consigliando loro di tenere i rifiuti dentro casa. E’ una città oggettivamente allo sbando. Esattamente un anno fa crollavano, con il loro povero contenuto di carne umana, le scale mobili della fermata metro di Repubblica. Da allora, a intermittenza, per i successivi dodici mesi, sono state chiuse circa cinquanta stazioni della metropolitana, quasi novanta impianti fermi su tutta la rete del trasporto pubblico, per non citare la centralissima fermata di Barberini che ha appena compiuto un record forse mondiale: sette mesi di chiusura consecutivi.

 

Persino a Santiago del Cile, dopo le devastazioni da guerra civile degli scorsi giorni, con i blindati dell’esercito per strada e le stazioni della metropolitana incendiate e prese d’assalto, hanno fatto ripartire i treni dopo cinque giorni… E poi ancora le buche, gli scooter che si schiantano perché le radici degli alberi hanno divelto il manto stradale, gli autobus flambé, i miasmi delle immondizie accatastate a ogni angolo di strada, dentro, di lato e davanti a cassonetti putrescenti e spesso carbonizzati. Guasti di manutenzione, incapacità, incompetenza, ideologia, tutti fatti ed evidenze che trovano unità nella complessità disarmante di Roma, una città in cui si consuma il falò dell’abbandono amministrativo e del degrado urbano, che diventa legge della foresta, barbarie, violenza: colpi di pistola nella notte, l’altro ieri a Colli Albani, per una borsetta e qualche euro, come a febbraio ad Acilia, quando il giovane nuotatore Manuel Bortuzzo fu gravemente ferito da due balordi e costretto su una sedia a rotelle.

 

La malattia senile di Roma fa girare la testa, certo. Non da oggi. E la città è pur sempre quella odiata da Moravia, sporca, sbracata e capitale di nulla. Ma questi tre anni di governo Raggi non sono stati nemmeno una Tachipirina sulla febbre delle oscenità, semmai un revulsivo, un’orticaria sul corpo già pieno di vesciche. Visto che non si possono rimuovere il sindaco e la sua giunta proprio come non si riescono a smaltire i sacchi d’immondizia per strada, allora bisognerebbe cogliere al volo l’occasione generosamente offerta da Luigi Di Maio sui poteri speciali e immaginare un sistema per togliere a Virginia Raggi anche i poteri ordinari. La si potrebbe avvolgere nel cellophane, come una ecoballa. Finalmente inoffensiva.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.