Come archiviare Virginia Raggi

Roberto Morassut

A Roma può nascere una rivoluzione mettendo da parte vecchi simboli di partiti e nuove demagogie populiste. Appello per un’alternativa vera (da costruire subito)

Sento il bisogno, come cittadino romano, di una diversa narrazione di Roma. Non mi piace il racconto dominante, la rappresentazione unilaterale di una città maledetta, piegata sulle sue emergenze. Non condivido la descrizione di una comunità sconfitta, parassitaria, inutile se non dannosa per le sorti della nazione. Questo non vuol dire nascondere gli enormi problemi attuali né tantomeno occultare le responsabilità delle classi dirigenti, di chi ha governato Roma in questi ultimi anni e nel complesso di una politica nazionale che continua a sottovalutare la “nuova questione romana”. Del resto la tradizione politica, letteraria e pubblicistica antiromana è ricca. Lo stigma di Roma come luogo “eletto” che nel suo splendore nasconde, tuttavia, il male è antico. Fu Diocleziano il “restauratore” a scegliere Milano come capitale dell’Impero per meglio difenderne i confini ma anche per allontanarsi dagli intrighi del Palatino; fu Costantino il Grande, suo successore e forse l’ultimo vero Imperatore, a scegliere Costantinopoli, dai sette colli sette, come porta verso l’Oriente, da cui affluiva la nuova linfa commerciale e spirituale della società romana e da cui Roma appariva lontana e impenetrabile. Ricorda Edmondo de Amicis, nel suo “Roma Capitale”, raccolta degli articoli di cronaca scritti per la Nazione durante i giorni della presa di Porta Pia, che i piemontesi presero Roma per il suo significato simbolico e per consolidare la giovane nazione italiana col mito universale di Roma ma consideravano gli abitanti di Roma e dei dintorni degli zotici senza voglia di lavorare. Roma come mito, come simbolo e non come risorsa produttiva della nazione, è uno dei nodi contraddittori e mai risolti del Risorgimento italiano e della formazione della coscienza nazionale. Una Roma “capta” e non protagonista dell’unificazione nazionale. Ma Roma oggi è una città profondamente cambiata ed è stata la globalizzazione a decretare la vetustà di una discussione su Roma tutta chiusa dentro la storia nazionale. La metropoli è cresciuta, si e modernizzata, ha assunto un nuovo passo, un nuovo ritmo ma paga il fardello delle vecchie sclerotiche categorie nazionali. Non si riesce, in sostanza, a governare questa modernità, a dirigerla verso obbiettivi più avanzati e fatalmente le spinte globali che la attraversano degradano, si decompongono e a volte danno il peggio di sé, sommandosi ai vecchi vizi. Ne è un esempio evidente la criminalità organizzata che agisce, ormai da anni anche a Roma, come un sistema di scala internazionale e globale, con reti interne, alleanze internazionali, patti criminali e contro la quale non valgono a nulla gli appelli ma serve una nuova organizzazione del potere democratico e della ragione pubblica, una forza più compatta e strutturata che sorregga l’azione quotidiana delle forze dell’ordine: serve una istituzione metropolitana più forte. Ne è una prova la nuova mappa delle diseguaglianze, ben indagata da un recentissimo saggio di Keti Lelo, Salvatore Monni e Federico Tomassi. Il problema principale di Roma, quindi, è come organizzare le forze progressive e dinamiche che si sono prodotte con la sua trasformazione da città a metropoli e con la transizione di questi ultimi venti anni da un mondialismo simbolico e quasi esclusivamente rappresentato dalla presenza del Vaticano a una dimensione globale più complessa e più piena che ne sta progressivamente cambiando la natura ma che non è governata, indirizzata, incanalata in alcun modo.

 

Impariamo a guardare l’altra faccia di questa luna. A Roma non c’è solo degrado e abbandono ma esiste una società civile vitale, moderna, dinamica, innovativa e creativa e una stragrande maggioranza di cittadini che ogni mattina si alzano ben presto e vanno a lavorare, mettendosi in viaggio sulle consolari, producendo ricchezza e pagando le tasse più alte d’Italia, che sono stufi di essere rappresentati in modo massificato e unilaterale come attori di degrado o al meglio come vittime della politica. Questo racconto è da respingere, c’è un orgoglio dei romani da raccogliere ed elaborare in forme democratiche, positive e propositive, costruttive, lontane dal solito ciarpame della destra romana che ha sempre e solo mescolato vittimismo e protesta populista pescando nei ferrivecchi del plebeismo romano, al tempo stesso rabbioso e prono verso il potere. La sinistra democratica romana, se vuole riconquistare una legittimità e un sentimento nel popolo di Roma, deve tentare di percorrere questa strada, la strada di un “riformismo civico” che elabori l’orgoglio di Roma e dei romani in una visone di lungo respiro, identitaria e in un programma di breve e medio tempo che tenda verso quella visione.

 

Roma è innanzitutto una grande metropoli d’impresa. La Camera di Commercio segnala i dati di una costante crescita del numero di imprese nel territorio metropolitano. Lo ha ricordato recentemente in un importante evento su Roma il presidente della Camera di Commercio Lorenzo Tagliavanti. Un fenomeno che sconta anche contraddizioni e si presta a letture non sempre univoche perché è anche il portato della crisi del sistema pubblico e perché resta un sistema pulviscolare con un difficile rapporto con la ricerca e con il credito ma che segnala lo spirito e il battito della città, il ritmo di una comunità che costantemente si reinventa, che non aspetta sussidi ma combatte la crisi puntando sulle sue forze, sul suo talento. I dati segnalano la crescita consistente delle imprese giovanili e femminili, delle sturt-up in settori innovativi, con particolare riguardo ai temi ambientali (rifiuti, acque, energie rinnovabili), al settore agroalimentare, al turismo. Tra i giovani sta tornando la passione per la manifattura e le nuove tecnologie, anche con la stampa in 3D, aprono nuove possibilità e prospettive nel campo artigianale e della produzione di beni di consumo non seriali ma originali. E’ opportuno ricordare il primato che Roma conserva nel campo della ricerca e della formazione universitaria con un sistema pubblico, privato e legato alle istituzioni ecclesiastiche che spazia in ogni settore ed è diffusissimo sul territorio, che ospita la più grande popolazione studentesca d’Europa ma che sconta ancora problemi di collegamenti infrastrutturali, di servizi, di ricettività e di razionale localizzazione nel territorio. Anche il mondo della finanza sta cambiando velocemente e al vecchio sistema monopolistico e rigido si vanno affiancando nuovi protagonisti. Stanno arrivando grandi investitori, grandi fondi che colgono le opportunità delle vocazioni mondiali e globali di Roma, interpretano le sue vocazioni di città della cultura e dell’ambiente ma la loro azione non è diretta e indirizzata e non trova interlocuzione presso le istituzioni locali, rivolgendosi quindi ai settori alti di mercato, di sicuro rendimento, del lusso (soprattutto nel settore immobiliare, così importante per Roma e per ogni grande metropoli), facendo buoni affari che non lasciano però, nella gran parte dei casi, un beneficio tangibile alla città pubblica e alle sue parti più in difficoltà perché non esiste una policy in grado di stabilire giuste ed eque convenzioni e partnership vantaggiose per tutti. Stanno cambiando anche l’edilizia e la pubblica amministrazione, cosi centrali nello sviluppo moderno di Roma, ed è sbagliato leggerle pigramente come dei vecchi sistemi in decadenza.

 

Dobbiamo poi abolire la parola “palazzinari”. E’ un modo di concepire l’impresa immobiliare che non ha più alcuna base strutturale nella realtà di Roma. Gli eredi delle vecchie famiglie cercano nuove strade, innovative e sostenibili, ma le istituzioni non appaiono in grado di garantire che le vecchie ricette, come è apparso chiaro nella vicenda di Tor di Valle. La pubblica amministrazione è la matrice fondamentale di Roma ed è molto cambiata anche grazie alle riforme introdotte nel settore da Marianna Madia e dal progressivo affacciarsi di nuove figure professionali al suo interno. Ma restano enormi problemi di innovazione tecnologica e logistica, di ulteriore adeguamento dei profili e dei servizi. In questo momento Roma sembra anche attraversare un momento magico nella capacità di influenza sulla classe dirigente nazionale ed europea. Le massime istituzioni europee sono guidate da esponenti politici legatissimi a Roma: il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, il commissario europeo per gli Affari economici e monetari Paolo Gentiloni, il presidente della Bce Mario Draghi, il ministro dell’Economia e delle Finanze del governo italiano, Roberto Gualtieri e non da ultimo lo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, romano di adozione. Nei giorni scorsi ci è giunta la bella notizia della nomina cardinalizia di don Matteo Zuppi, attualmente vescovo a Bologna ma romano, figura centrale della Comunità di Sant’Egidio, già vescovo ausiliario di Roma e parroco di Torre Angela.

 

Le energie positive di Roma pur in un momento di crisi non si fermano all’economia e alle massime istituzioni nazionali e internazionali ma investono la società civile ed i quartieri. Si calcola che a Roma circa 500 mila romani siano impegnati nelle reti del tessuto associativo, civiche e di volontariato; un esercito di volontà e di impegno che fa impallidire il tessuto organizzato dei partiti e delle organizzazioni tradizionali. Sono centinaia di migliaia di persone ma per brevità mi piace citarne tre in particolare che rappresentano, secondo me, esempi (non i soli) di dirigenti civici in grado di rappresentare la città che cambia. Parlo di Rebecca Spitzmiller, animatrice del poderoso movimento dei comitati retake che con Simone Vellucci ha inventato e costruito un fenomeno meraviglioso di mobilitazione per la tutela e la valorizzazione dei beni comuni; penso a Valerio Carocci e al gruppo dei Ragazzi del Cinema America, alla loro esperienza unica di promozione culturale in tutta la città, penso a Fosca Nomis e alla realtà di Save the Children, alla loro rete di esperienze che cerca di farci capire come la città vista dagli occhi dei bambini e dei ragazzi sia la vera città sostenibile del futuro. A fronte di un racconto quotidiano della città e della periferia in cui prevalgono il male, l’abbandono e la sconfitta, la realtà quotidiana ci descrive, tuttavia, anche un’altra città e un’altra periferia, fatta di talento e creatività culturale e imprenditoriale e che si esprime in mille occasioni e in mille forme.

 

Roma appare dunque come un grande vulcano, una grande area carica di energia alla quale mancano una guida e un progetto e alla quale manca un percorso fatto di gradualismo operativo, di obbiettivi di breve e medio termine inseriti, però, in una visione consapevole delle linee fondamentali di movimento. Serve un’Agenda 2030 per Roma e non dovrebbe essere troppo difficile immaginarla, stando ai dati disponibili.

 

Roma, come spesso si ricorda, è la città più verde d’Europa e il comune agricolo più grande d’Europa. Ci sono tutte le condizioni per fare di questa immensa risorsa di 88 mila ettari di suolo libero su 129 mila totali del territorio comunale (ben i 2/3) non solo una garanzia per la tutela della biodiversità ma anche una grandissima risorsa economica e turistica: servono reti ciclopedonali, attrezzature e patrimoni per gli Enti Parco, promozione internazionale e serve un programma poliennale di progressiva delocalizzazione delle attività industriali incompatibili con queste aree; progetti possibili e importantissimi soprattutto per il Parco dell’Appia, per il quale si dovrebbe procedere alla chiusura definitiva del traffico automobilistico da Porta San Sebastiano. Roma è la città italiana con il più grande stock edilizio realizzato, che ammonta a 700 milioni di metri cubi. Il 70 per cento di questa enorme massa di costruzioni è stata realizzata prima degli anni 80 e il 50 per cento tra gli anni 50 e gli anni 80. Sono edifici vecchi, in cemento armato, rivestiti di eternit e amianto, ad alta dispersione energetica, spesso di bassa densità e sono da tempo entrati nella fase calante e di deperimento dei materiali e degli impianti. Nel percorso di un grande Green New Deal italiano ed europeo, Roma può puntare a essere in un arco temporale non troppo lungo un esempio mondiale.

 

C’è però un orizzonte più ravvicinato, fatto di obbiettivi di breve e medio termine, coerenti con la visione di fondo di una metropoli sostenibile, che deve essere delineato e condiviso nel modo più ampio possibile. Questa immediata prospettiva si riassume in due parole: servizi e manutenzione. Una crisi finanziaria pur difficile non può giustificare l’abbandono senza precedenti dei beni comuni, dello spazio pubblico, del patrimonio pubblico, delle strade. Occorre porsi, in modo pratico ed efficace, il problema di come far ripartire gli investimenti comunali indirizzati in primo luogo verso un grande piano di manutenzione ordinaria e straordinaria degli spazi pubblici, avendo cura di innovarne la forme di gestione e vigilanza, costruendo una forte alleanza di “sussidiarietà urbana” con le reti civiche e con l’associazionismo che ha ormai le energie per supportare egregiamente l’azione diretta ma insufficiente delle istituzioni. Da questo punto di vista è molto interessante l’esperienza che si sta facendo in molti municipi come quello del Centro storico diretto da Sabrina Alfonsi o quello del VII Municipio diretto da Monica Lozzi e dell’VIII Municipio guidato da Amedeo Ciaccheri, dove esistono convenzioni che regolano il rapporto tra l’istituzione comunale e i nuclei dei volontari che liberamente prestano la loro azione per gestire e mantenere il patrimonio collettivo. Una ripresa degli investimenti per i servizi è essenziale anche per completare il programma delle urbanizzazioni primarie e secondarie in tante parti della città di periferia che ne è priva. Mi riferisco alle opere a scomputo nei consorzi di recupero urbanistico che attendono l’approvazione dei progetti di perimetrazione o delle opere di urbanizzazione, dove sono depositati nelle banche e bloccati oltre 70 milioni di euro e che non possono partire a causa di una ideologica avversione verso programmi che invece rappresentano una grande opportunità di risanamento urbanistico e ambientale e soprattutto esprimono una domanda sociale di oltre 150 mila cittadini romani. Una politica attiva per far ripartire gli investimenti e migliorare i servizi, soprattutto in periferia, contando su efficaci pratiche di sussidiarietà urbana chiama in causa un virtuoso utilizzo del patrimonio pubblico sia esso di proprietà comunale sia esso di altri enti pubblici o livelli amministrativi e organi dello stato.

 

Una buona politica del patrimonio riguarda anche il patrimonio pubblico agricolo. A dispetto di tanti ignari e ignoranti commentatori del processo che ha portato tra il 1995 e il 2008 ad approvare il nuovo Prg di Roma, va sempre ricordato che la poderosa manovra di transizione tra il Prg del 1965 e quello del 2008 ha portato gratuitamente nella Conservatoria comunale oltre tremila ettari di suolo agricolo, in parte ricompreso all’interno di riserve naturali. Questa enorme ricchezza può essere una straordinaria opportunità produttiva e di occupazione per centinaia di giovani imprenditori e di consumatori che stanno riscoprendo il valore della produzione agricola biologica e a chilometro zero, come si può verificare dalla diffusione sempre più ampia delle esperienze degli “orti urbani”. Occorre infine un programma chiaro e partecipato per realizzare con le risorse disponibili alcune opere infrastrutturali e di scala metropolitana.

 

Un programma chiaro e credibile di quattro o cinque opere in un tempo di breve termine, senza promettere la luna ma che siamo fondate su una maggiore certezza di tempi e risorse. Tra queste opere figurano senz’altro la prosecuzione della metro C fin’oltre il Tevere e con stazioni intermedie da Colosseo a Clodio, a partire da Piazza Venezia (va scongiurata anche solo la lontana ipotesi di interrare le talpe sotto la Colonna Traiana), il prolungamento di alcune linee esistenti (senz’altro la B fino a Casal Monastero e la linea A fino a Romanina) e la realizzazione di alcuni corridoi riservati del trasporto pubblico in periferia con vettori ecologici ed economici senza inseguire i tempi lunghi e i maggiori costi del classici tram.

 

Roma ha poi bisogno di un ordinamento che consenta di indirizzare e programmare la sua crescita e la sua dimensione globale. Pertanto ha bisogno dei poteri legislativi e di programmazione che la Costituzione assegna alle regioni e di un diretto rapporto con l’Unione europea per accedere più direttamente alle risorse dei programmi europei. Tale ordinamento darebbe, in prospettiva, maggiori chance alla stessa riorganizzazione e rafforzamento del sistema delle aziende di servizio pubblico oggi al collasso. Tutte le grandi capitali europee hanno questo tipo di ordinamento (seppur con varianti); le capitali dell’est europeo sono tutte regioni autonome e hanno largamente beneficiato di questa condizione raggiungendo straordinari risultati sul piano della rigenerazione urbana proprio grazie al buon uso dei fondi strutturali. La stessa necessità hanno altre due città italiane come Milano e Napoli, pertanto tale riforma potrebbe riguardare non solo Roma ma le tre maggiori città italiane, tre capitali di fatto e di diversa natura, tre metropoli mondiali.

 

Per percorrere e ampliare questo sentiero serve un nuovo schema politico; serve un “riformismo civico”. Negli ultimi anni a Roma hanno fallito sia una politica “ufficiale” chiusa e autoreferenziale, sorda alla società civile, sia un “civismo” demagogico e antipolitico. Bisogna unire invece le attitudini migliori del riformismo e della politica con quelle del civismo e della società civile. La città è in fermento ed è piena di energie, di volontà e di buone pratiche che vanno organizzate in un percorso aperto, senza pregiudizi, senza imperialismi partitici e senza speculari istinti giacobini.

 

Nel suo ultimo libro Walter Veltroni ha ripercorso e sintetizzato la storia straordinaria della sinistra di governo della Capitale dagli anni 90, della sua giunta e di quella di Francesco Rutelli, una storia che traeva origine dalle battaglie ancora precedenti condotte da figure come Goffredo Bettini e Walter Tocci durante la lotta per liberare Roma dal peso della corruzione degli anni 80 e dall’esempio delle giunte rosse di Argan, Petroselli e Vetere. Chi, in questi anni, ha cercato di equiparare questa storia lunga e gloriosa al disastro della destra e di giocare a suo pro la carta del “tutti uguali” ha sbagliato, ha fatto un danno alla storia di Roma e a se stesso perché ha reciso una tradizione sana alimentando il nichilismo. Nello stesso tempo, a sinistra, abbiamo sbagliato a guardare con sufficienza al sorgere di nuovi soggetti politici e nuovi movimenti che pur nella loro inclinazione demagogica e nel radicalismo antipolitico esprimevano (a Roma prima che nel resto d’Italia) una rivolta e una voglia di rappresentanza diversa ed erano parte di quel nuovo ritmo, di quel nuovo battito che non riusciva ad incontrare la politica tradizionale. Ritengo, senza diplomatismi, che l’esperienza della giunta Raggi sia stata fallimentare e che vada archiviata presto.

 

Nel corso di questi tre anni numerose sono state le prove di inquinamento di un autentico civismo e di una sordità alla città e ai suoi bisogni, persino superiore a quella dei partiti. Tuttavia non ho problemi nell’usare le parole di Beppe Grillo e dire che molti di “questi ragazzi ci hanno provato” ed erano e sono ancora oggi, in gran parte, mossi da volontà positive e di effettivo cambiamento. Ma un “riformismo civico” non potrà mai essere né a Roma né in Italia un patto tra partiti e movimenti. Non servirebbe a nulla un mero accordo elettorale bilaterale tra Pd e Cinque stelle, una statica somma tra ceti politici. Occorre un patto civico aperto e federato con le energie di mille territori, sulla base di un programma da scrivere insieme e per costruire uno schieramento elettorale molto aperto e simbolicamente nuovo in cui le attuali rappresentanze migliori e di buona volontà dei soggetti costituiti sappiano mescolarsi e aprirsi per dar vita a un nuovo, articolato schieramento civico e riformista. Non più un “centrosinistra”, espressione geometrica lineare priva di vero significato, ma un soggetto tridimensionale o circolare, un riformismo civico che metta insieme il basso e l’alto. Sarebbe una rivoluzione democratica e Roma ha bisogno di questo.

Roberto Morassut, deputato del Pd, romano, oggi sottosegretario all’Ambiente

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