Tor Pignattara padana

Domenico Di Sanzo

Salvini torna dove fu contestato nel 2016, adesso lo applaudono tutti: “Ti prego, liberaci dal M5s”

Roma. Al mercato di Tor Pignattara i palloncini della Lega sono verdi, bianchi e rossi come il tricolore. “Sì ma io sono di Milano”, esordisce Matteo Salvini, camicia bianca e smanicato blu, quando i residenti e i militanti, tutti riuniti intorno al banchetto per la raccolta firme per far dimettere Virginia Raggi, gli chiedono un intervento diretto per risolvere i problemi di una delle tante periferie di Roma, quadrante sud-est, multietnica e abitata da quasi 50 mila persone. “Onorevole, questo è un quartiere dimenticato”, cantilenano gli avventori cercando di contenere la calata romanesca di fronte all’ennesimo “papa straniero”. Lui abbraccia, stringe mani, scatta selfie. E risponde, con un mezzo sorriso impastato di sadismo politico per la facilità con cui riesce a sparare sull’amministrazione di Virginia Raggi, il vero anello debole dei rosso-gialli: “Eh, lo so, lo so, mi han detto”.

 

E via con l’eloquio del comiziante consumato, svezzato ad attaccare manifesti tra i palazzoni di un’altra metropoli, quella lombarda: “Noi ci siamo impegnati a girare tutte le settimane un quartiere di Roma, soprattutto partendo dalle periferie, perché è una città che il Comune ha dimenticato, abbandonato, è sporca, è caotica, è insicura…”. Informa tutti che il tour romano è già iniziato a tambur battente: “Settimana scorsa in Piazza Epiro, come a Rocca Cencia, quando arriviamo noi guarda caso puliscono le strade e raccolgono la monnezza”. Pronta la risposta del manipolo di cittadini e attivisti: “Bravo Matté, lo fanno apposta, sei un grande”. Quindi annuncia la convocazione “entro fine novembre della prima assemblea pubblica romana”. Anche perché, ripete, “non c’è solo la Raggi, ma su Roma c’è anche il fantasma di Zingaretti”. E conclude: “Se riusciamo a mandare a casa Gianni e Pinotto penso sia meglio per tutti”.

 

Ne sembra passato di tempo dal 3 marzo 2016. Quando Salvini, già a capo di una Lega a trazione nazionale, veniva contestato duramente, nello stesso quartiere, in una Piazza Malatesta spaccata a metà. I sostenitori dell’allora costola sudista “Noi con Salvini” erano in minoranza rispetto ai contestatori di “Mai con Salvini” che urlavano “vattene”. D’altronde all’epoca era il grillismo a catalizzare la rabbia delle periferie.

 

Nella Capitale, però, rischia di ripetersi, con proporzioni diverse, di nuovo lo schema dell’alleanza competitiva tra Salvini e Giorgia Meloni per l’assalto al Campidoglio. Tre anni fa il leghista aveva assicurato il suo appoggio alla leader di Fdi, candidata a sindaco. Ma alla prova delle urne la bolla sovranista si era sgonfiata, a causa del disimpegno del Carroccio. Ora pare che il Capitano abbia chiesto alla Meloni di correre in prima persona nel 2021. Lei, memore del passato, ha risposto picche: “Non se ne parla proprio”. All’orizzonte ci sono le primarie derby della destra.

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