Il Pd è un Casu

David Allegranti

“Segretario desaparecido e partito in coma. Se vinciamo le elezioni, poi sono guai”. Parla Livio Ricciardelli

Roma. “La direzione romana del Pd non si riunisce da giugno. Era stata convocata per il 16 ottobre, ma ventiquattr’ore prima è arrivata la richiesta di sconvocare la direzione, che poi non è più stata riconvocata”, dice al Foglio Livio Ricciardelli, consigliere del I Municipio e membro della direzione romana del Pd. 

 

Morale della favola?

“Il partito romano non riunisce neanche uno dei suoi organismi da giugno. Eppure ne sono successe di cose”. 

 

E non poche.

“Nell’ordine: è nato un nuovo governo a livello nazionale, di cui il Pd fa parte, c’è stata una scissione di molti esponenti del partito, tra Consiglio. Anche questo, per il Pd romano, non è mai esistito. A livello comunale c’è stato l’ennesimo rimpasto di giunta e quella è roba nostra, sono i nostri temi. Se non li trattiamo, di cosa parliamo? E’ palese l’incapacità di Virginia Raggi nel tenere in piedi la giunta, ma anche di questo il Pd non discute. Segnalo mestamente che manca un anno e mezzo alle elezioni comunali e noi siamo del tutto impreparati e già in ritardo per cercare di vincere o quantomeno di essere competitivi. A meno di un anno e mezzo, non abbiamo un candidato sindaco, ma quello paradossalmente è il problema minore. Il Pd non ha neanche una squadra né tantomeno un programma per la città. Mi sembra di essere tornato a quando c’era Alemanno”. 

 

Ovvero?

“Anche lui traccheggiava a furia di rimpasti. Poi ci furono le elezioni e le vincemmo, ma eravamo del tutto impreparati. Ora, uno può essere d’accordo o no sulla caduta di Marino via notaio ma era un sindaco improvvisato e non ha governato bene”. 

 

E adesso il Pd è in quella stessa condizione?

“Nella peggiore delle ipotesi perdiamo perché non abbiamo un candidato né abbiamo fatto niente in questi anni. Nella migliore, vinciamo ma non abbiamo una classe dirigente adeguata e rischieremmo di fare come nel 2013. Certo, un Pd funzionante a Roma è condizione necessaria ma non sufficiente a vincere. Ma intanto vanno ribadite le dimissioni del segretario, che è scomparso e non si fa sentire. Non resiste nemmeno, prima quantomeno resisteva. Adesso non si sa nemmeno che cosa fa e se vuole passare a Italia viva. Il segretario non piace a nessuno, ma tutti hanno una certa ritrosia a chiedere le sue dimissioni. Il mio invito è: non abbiate paura di niente, svegliamoci prima del tempo. Io continuo a chiedere la dimissioni del segretario del Pd Roma da mesi. Spero faccia un passo indietro e si vada al più presto ad un nuovo congresso di rifondazione reale del partito in città”.

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  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.