Foto LaPresse

Roma è una città allo sbando ma la sinistra pigra vede solo i fascisti

Salvatore Merlo

Il rogo della libreria Pecora elettrica a Centocelle scatena il cane di Pavlov. Giornalismo enfatico e formulette pigre. Antifascisti su Marte

Roma. Poiché ormai la parola “fascisti” viene maneggiata dalla sinistra e dai suoi giornali con spontaneità d’ariete (una spontaneità che a volte però trascina costoro in situazioni scabrose, ridicole o impensabili), ecco che mercoledì l’incendio criminale della libreria “Pecora elettrica”, nel quartiere romano di Centocelle, in una strada, via delle Palme, che è territorio di spaccio, un posto in cui i lampioni la notte sono spenti grazie a Virginia Raggi, e in cui da aprile si sono verificati ben tre incendi dolosi contro quelle attività commerciali che chiudendo tardi disturbano i pusher, è diventato per il Pd con assoluta certezza un “raid fascista”. E Repubblica, titolazzo: “Perché bruciano la libreria antifascista”. Un rimbombo solenne e suggestivo. Sembra quasi di sentire la voce di soprano che scandisce questo titolo, il crescendo wagneriano che l’accompagna, vasti orizzonti, richiami ai roghi dei libri del 1933 si spalancano all’immaginazione del lettore. Ora però bisogna chiedersi quali strumenti (i paraocchi? i tappi? o la campagna elettorale?) impediscano di vedere e ascoltare quello che raccontano i dipendenti della libreria, i commercianti e i residenti di via delle Palme. O quello che scrivono i cronisti, anche quelli di Repubblica. Roma è una città allo sbando, e non per via dei fascisti. 

  

Il ristorante “Cento55 Pinsa Romana”, in via delle Palme 155, è stato incendiato la notte di mercoledì 9 ottobre, così come ad aprile è successo a una caffetteria pochi metri più in là, in una città, Roma, dove si spara, c’è gente che viene ammazzata per strada, si spaccia (a cento metri dalla libreria incendiata: nel parco Don Cadmo Biavati), si consuma il falò dell’abbandono amministrativo e del degrado urbano, che sempre di più diventa legge della foresta, barbarie, violenza e sopruso. Per quale motivo si debbano vedere i fascisti immaginari dove invece giganteggia orribilmente una tragedia reale, questo rimane un fatto inspiegabile se non ricorrendo alle categorie della psicoanalisi o dell’opportunismo politico. Né la caffetteria né il ristorante incendiati ad aprile e a ottobre sono evidentemente due circoli dell’Anpi, ma soltanto due attività vivaci che chiudono la sera tardi, attraggono persone, illuminano la strada colpevolmente buia, esercitano indirettamente una forma di controllo su un territorio conteso da bande criminali. E d’altra parte nemmeno la libreria “Pecora elettrica” era un circolo Anpi, come ben spiegava ieri Maria Egizia Fiaschetti, campionessa della cronaca romana del Corriere della Sera: “La Pecora elettrica viene considerata vicina alla galassia di sinistra sebbene, come sottolinea Valerio Marinelli, 24 anni, ‘non ci siamo mai considerati antifascisti’”. Non ci siamo mai considerati antifascisti. E invece (Concita), ieri, dalla prima pagina di Repubblica si poteva leggere con tanto di evidenziatore giallo uno di quegli articoli forse scritti dalla Luna, o dal salotto di casa, comprensivo di questa fulminante e assertiva affermazione: “La Pecora elettrica, libreria che per due volte in sei mesi è stata data alle fiamme, è un luogo dichiaratamente antifascista”. Boh. Se per caso Repubblica avesse qualche lettore in via delle Palme, insomma uno che questa storia la conosce bene e quella strada la vive tutti i giorni (e le notti), chissà se costui ricomprerà quel giornale, o un giornale tout court.

 

Fascismo e antifascismo, seguendo un pericoloso processo di banalizzazione, sono diventate parole puttanesche, cioè vanno con tutti. Ogni giorno i fascisti spuntano dalle prime pagine e nelle parole dei parlamentari della maggioranza come i funghi dopo la prima pioggia d’agosto. Finirà che M5s e Pd, non trovando nessun altro motivo plausibile per stare insieme, si alleeranno in Emilia-Romagna per combattere le “ombre nere”. E questo malgrado, in Italia, più che le “ombre nere” ci siano le “ombre pelose”: alle ultime elezioni europee, com’è noto, il partito animalista ha preso lo 0,6 per cento, cioè il doppio delle teste rasate di CasaPound (0,3). Sei volte di più di Forza nuova, la cui fragorosa “onda nera” ha segnato una magnitudo dello 0,09 per cento sulla scala del pericolo democratico. Parole puttanesche, dunque. Anche se, per fortuna, in politica e nei quotidiani, c’è ancora chi preferisce e rispetta solo le parole schizzinose: si fa più fatica a maneggiarle, ma i fatti di solito ricambiano la simpatia che si nutre nei loro confronti. La lotta politica in sostanza andrebbe riempita di idee contro la destra, non di pattume. Come ha detto Antonio Padellaro, qualche mese fa, proprio a chi scrive: “Più dell’antifascismo ci vorrebbe l’anti imbecillismo. Alla fine questo antifascismo più che col fascismo ha a che vedere con la campagna elettorale”. E insomma ha a che vedere con la paura per l’arrembante Matteo Salvini. Uno che però, francamente, sta al fascismo come la cara immagine del federale Ugo Tognazzi stava a Mussolini. Ricordate e paragonate: si alzava in piedi, curvava le gambe, e a chi gli domandava: “Fanteria?”, rispondeva prosaico: “Coglioni sudati”.

Di più su questi argomenti:
  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.