Prendere in parola il Salvini 2.0

Giuliano Ferrara

Rimangiarsi le parole è una dieta sempre nutriente, ma bisogna saperlo fare

Anche se si è rimangiato la parola e le parole, prendiamolo in parola. Il senatore Salvini, ex Truce, ha affidato a Annalisa Chirico il suo nuovo pensiero. L’euro è irreversibile, sic, sebbene sia nato male. L’atlantismo è la pietra miliare della politica e dell’identità italiana, detto ora che è quasi esaurito. Erdogan sta provocando un carnaio. Israele è un avamposto dell’occidente democratico e liberale. La giustizia deve garantire imprescrittibili diritti individuali. L’economia va guidata con occhio attento e competente per far crescere la ricchezza sociale in ogni campo, a partire dal decremento delle tasse. Il reddito di cittadinanza è stato un inciampo, per lo meno per come lo si è concepito e realizzato. L’acciaio è una merce di una certa rilevanza. Le infrastrutture sono utili. I “pieni poteri” sono stati un’espressione forse incauta, sebbene fatale, che va giudicata in combinazione con la richiesta di elezioni politiche. Per regolare l’immigrazione, l’Italia deve prima di tutto contare sulle sue forze e diffidare della concertazione europea. In alcune cose ha sbagliato, il senatore, per il resto è stato equivocato, non è fascista, anzi è un libertario, sebbene gli piacciano un casino quelli della tedesca AfD. I simboli religiosi sono doni dei seguaci ai quali si è affezionati, punto. L’immagine che si dà di lui non piace prima di tutto a lui stesso (renzismo verbale puro: “Mi sto sulle palle da solo quando vedo che cosa dicono di me”). Niente sul contratto di governo, staffilate ai grillini ex alleati, tutta la colpa è di Giuseppi e di Giggino, mai il dubbio che le cose pensate da lui anche prima del nuovo pensiero non si potessero realizzare nell’ambito di un contratto mitomane e soltanto strumentale a una nuova scalcagnata e minacciosa campagna elettorale costata parecchio all’Italia. Previsione di un ingresso a Palazzo Chigi per la porta principale, e il tempo è gentiluomo (renzismo verbale purissimo).

 

Obliterare o rimangiarsi i toni da spiaggia, le divise, i messaggi da stato di polizia all’arrivo di Battisti, gli insulti razzisti, i censimenti dei rom, la guerra sprezzante alle ong, la trasformazione della Rai in una succursale sovranista, l’esibizionismo pseudocattolico del cuore mariano, le gite ambigue a Mosca (l’accusa non è aver preso i rubli, è averli chiesti con un contraccambio promesso), le parate milanesi con i peggio ceffi dell’internazionale nazipop, l’apologia di Kim Jong Un eccetera, tutto questo è encomiabile e la politica lo rende possibile senza bisogno di esami di coscienza o autocritiche flagellanti. 

Jacob Rees-Mogg ha ricordato giusto ieri quel che diceva Churchill a proposito della parola rimangiata. Diceva di averlo fatto molte volte, trovandola sempre una dieta molto nutriente.

 

Avevamo auspicato la normalizzazione del senatore ex Truce, e non saremo noi a lamentarci di questo primo passo. Ancora uno sforzo, però. Vorremmo sapere qualcosa di più su Mosca, qualcosa di più sugli interlocutori euroirreversibili, qualcosa di più sulle democrazie illiberali, qualcosa di più su un minimo comune denominatore istituzionale che non prevede il disprezzo e la lapidazione verbale dell’avversario, qualcosa di più sulla nuova alleanza di centrodestra che il capo della Lega vuole costruire dopo averla rinnegata, fino a invocare in piena crisi agostana un governo Di Maio in cambio della permanenza al Viminale, anche se solo simbolica, vorremmo che la finisse di parlare di poltrone in modo sciatto e bassodemagogico, e che combinasse meglio i colori assunti da Caudillo con i toni grigi della sua nuova grisaglia. Non è chiedere troppo. La parola bisogna sapersela rimangiare in modo diverso da come ci si abboffa di Nutella e pizze su Instagram, e sopra tutto bisogna saperla digerire e far digerire a un pubblico di amici e avversari che può reagire attonito a un esercizio dietetico nient’affatto nutriente.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.