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I flop dei progetti costituenti. Come si neutralizza un avversario?

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

13 Settembre 2019 alle 06:19

I flop dei progetti costituenti. Come si neutralizza un avversario?

Massimo D'Alema (foto LaPresse)

Al direttore - Regionali assieme: umbro vale umbro.

Giuseppe De Filippi 

  

Al direttore - Ora ci prova il premier Bis-Conte, ma da D’Alema a Berlusconi, da Cossiga a Napolitano fino a Renzi, i progetti “costituenti” non hanno mai portato molta fortuna a chi li ha coltivati. Lo stesso si può dire per quelle riforme elettorali, dal Porcellum al Rosatellum, concepite anzitutto per tagliare le unghie – rispettivamente – al centrosinistra e al M5s. Adesso nel mirino c’è il populismo sovranista della Lega. Per neutralizzare il suo assalto al potere, si sceglie un ritorno ai fasti proporzionalistici della Prima Repubblica. Mi auguro che chi lo propone non si trovi in futuro di fronte a una nuova eterogenesi dei fini. Che dire poi di certa pubblicistica, a dir poco partigiana, secondo cui gli italiani avrebbero la rappresentanza proporzionale nel loro codice genetico? Non c’è niente di più falso. Al contrario, nel Dna dei nostri avi paterni (quelli materni non godevano del diritto di voto) è impresso il sistema maggioritario a doppio turno in collegi uninominali, che ha caratterizzato le elezioni tenutesi dal 1861 al 1911. Beninteso, in virtù del suffragio ristretto ai ceti abbienti, la vittoria di un candidato invece di un altro non era allora motivo di scontri memorabili. La scena muta drasticamente quando la società divenne di massa, e i fattori organizzativi e ideologici presero il sopravvento su quei fattori personali (lignaggio, censo, istruzione) che garantivano l’elezione dei notabili più in vista o politicamente più dotati. Insomma, come ha osservato Gianfranco Pasquino, troppo spesso vengono sottaciute le vere ragioni della svolta proporzionalista nel nostro paese. Oggi viene invocata per impedire a Salvini di salire a Palazzo Chigi e di eleggere il successore del presidente Mattarella. All’inizio del Novecento Giovanni Giolitti la accettò temendo l’avanzata dei socialisti e dei popolari, che poteva tagliare l’erba sotto i piedi dei candidati liberali nei collegi uninominali. L’introduzione della proporzionale, prima annunciata insieme a un allargamento del suffragio, in seguito applicata per la prima volta nelle elezioni del 1919, aveva dunque un evidente e spiccato intento difensivo. Cosa accadde tre anni dopo, non c’è bisogno di ricordarlo.

Michele Magno

L’Italia, per farsi governare, dovrebbe adottare il modello elettorale che utilizziamo per eleggere i sindaci. Ma se la scelta è tra un proporzionale puro, con soglie di sbarramento alte, e un maggioritario pasticciato, con coalizioni prigioniere di piccoli partitini, è meglio tutta la vita un proporzionale fatto bene.

 

Al direttore - La Costituzione in vigore non rende possibile adottare il doppio turno per le elezioni politiche nazionali. Ne deriva che o modifichiamo la Costituzione o continueremo a pestar acqua nel mortaio. Sarebbe interessante che il direttore, a meno che non sia convinto che la Costituzione più bella del mondo sia intoccabile, ci facesse sapere come, secondo lui, si creano le condizioni politiche che possano produrre una maggioranza parlamentare di due terzi che renda costituzionale il doppio turno alle politiche. Il M5s rivendica la democrazia diretta, la tomba del doppio turno. Già ma allora per assemblare i due terzi bisognerebbe rinnegare il governo rossogiallo. Il bellissimo bambino appena nato. Un bel casotto. Appunto: non raccontiamoci balle, in nessun senso.

Moreno Lupi

Semplice: migliorare la riforma costituzionale del 2016 e tornare al doppio turno. O meglio ancora: rilanciare il semipresidenzialismo. Sono le due strade che vennero individuate tra il 2013 e il 2014 dalla trasversale commissione di esperti scelti dal governo Letta. Oggi non è il momento, ovviamente, ma quel momento prima o poi tornerà.

 

Al direttore - Per ciò che riguarda la legge elettorale a nostro avviso non ci può essere una legge valida in assoluto indipendentemente dal quadro storico-politico di una determinata fase. Dopo il ’94 abbiamo avuto un bipolarismo anomalo per due ragioni, perché per molti anni la sinistra ha cercato di eliminare Berlusconi dalla scena politica per via giudiziaria perché le coalizioni di centrodestra e di centrosinistra erano così eterogenee che la governabilità non è mai stata a livelli molto elevati. Poi, sommando insieme questi limiti di governabilità, le conseguenze politico-elettorali della recessione e dell’adozione di politiche di austerità, fra il 2013 e il 2018 il sistema politico italiano è stato sconvolto con la affermazione di due forze politiche del tutto “straordinarie” quali sono il Movimento 5 stelle e la Lega di Salvini. Già con un sistema politico così sconvolto l’adozione di una legge proporzionale è una misura di razionalità e una salvaguardia rispetto a una autentica roulette russa. Poi l’adozione della proporzionale è una misura in certo senso obbligata di fronte alla probabile diminuzione del numero dei parlamentari. Questa misura – che il sottoscritto non condivide – specie al Senato ha già di per sé effetti “maggioritari” assai marcati, aumentando in misura esponenziale il quorum richiesto in molte regioni per l’elezione di un parlamentare. Questa asimmetria così forte deve essere riequilibrata in vari modi a partire dall’adozione di una legge proporzionale. Vedo che Prodi e Veltroni ripropongono il maggioritario come una sorta di bene assoluto, mentre il proporzionale sarebbe il male assoluto. Non sarebbe sbagliato, a nostro avviso, adottare quell’“analisi differenziata” che nel lontano passato costituì un tratto caratteristico dell’approccio di Togliatti ai fenomeni politici tant’è che l’applicò perfino all’analisi del fascismo; peccato che non adottava quello strumento di analisi all’Unione sovietica, ma questo è tutto un altro discorso.

Fabrizio Cicchitto

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