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Richetti unchained

“In nome dell’antisalvinismo, il Pd si allea con chi ha contribuito a far crescere Salvini. Addio”

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allegranti@ilfoglio.it

12 Settembre 2019 alle 06:27

Richetti unchained

Matteo Richetti (foto LaPresse)

Roma. Non ne fa soltanto una questione di coerenza, Matteo Richetti, che non ha votato la fiducia al governo Conte II e ha dato l’addio al Pd. “Non ho mai detto ‘non ci si dialoga con quelli’. Non ero per il no preventivo, come Carlo Calenda. Ma il Pd ha utilizzato il pericolo Salvini, che è un pericolo vero, per legittimare qualsiasi tipo di decisione. Si è andati oltre il consentito”, dice al Foglio il senatore ex Pd che è passato al Gruppo misto. “Anzitutto, sarebbe servito un premier diverso da quello che ha governato con Salvini. Non possiamo pensare che Salvini sia stato da solo il protagonista degli ultimi 14 mesi di governo, altrimenti non avrebbe avuto bisogno di chiedere pieni poteri”. Insomma, “va bene tutto nella vita ma per la seconda volta Conte in aula ha dato lezioni di democrazia e Costituzione a Salvini dopo che ne ha sopportato le scorribande, cessate solo quando Salvini si è stufato”.

 

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Ma lei come si spiega il cambio di rotta nel Pd? “A un certo punto nel Pd è prevalso un atteggiamento, che io pure rispetto: il governo a ogni costo. Al punto tale che i miei ex compagni di partito avrebbero accettato pure Di Battista agli Affari europei… Abbiamo fatto due direzioni in cui neanche si è aperto il dibattito. In una di queste, mi sono sbracciato per dire qualcosa ma ho solo potuto votare contro un mandato ambiguo. Poi il gruppo parlamentare si è riunito, dopo un mese, quando però tutto era già stato deciso. C’è stato un deficit di condivisione enorme”. Le decisioni sono state prese senza consultare nessuno. L’attuale presidente del Consiglio è stato confermato mentre invece “la complicità di Di Maio e Conte andava esclusa”.

 

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Ma non poteva fare una battaglia restando dentro il Pd? “E’ una questione di compatibilità. Qui siamo andati oltre una certa soglia, che è quella che non mi permette di condividere l’idea di giustizia, o meglio di giustizialismo, che ha Bonafede. La sua idea è contro il garantismo della Costituzione”. C’è poi la questione della legge elettorale e della democrazia rappresentativa. “Sui giornali, e solo lì, leggo di accordi con i Cinque stelle per fare una legge elettorale proporzionale e ridurre il numero dei parlamentari. Ma il Pd avrebbe dovuto avviare una consultazione con il suo popolo, non fare accordi in quattro con Fraccaro e Di Maio. Fraccaro, il teorico della democrazia diretta antitetica alla cultura del Pd! Come stanno insieme l’idea di Stato di Fraccaro e quella del Pd sul ruolo della società, dei corpi intermedi e della rappresentanza?”.

 

Ma che fine hanno fatto i “senza di me”? “Vede, io non ho mai usato l’hashtag ‘senza di me’, perché per mia cultura politica l’avversario si rispetta. Io ho sempre detto: utilizziamo gli strumenti del dialogo, si faccia un governo nuovo e non si mandi gli italiani al voto. Un governo guidato da Enrico Giovannini, da Fabrizio Barca, da Raffaele Cantone. Non sarebbe stato un governo tecnico, perché Barca è un politico. Con Mauro Magatti, Leonardo Becchetti, Marco Bentivogli, che sono profili politici, perché la politica non sta solo nei partiti ma anche nelle forze sociali. Ecco, io avrei detto: ‘Caro Pd, cari Cinque stelle, adesso mostrate senso di responsabilità, non correte dietro alla poltrona ma a chi ha un’idea di progetto per il paese. Così avremmo avuto un dialogo più duraturo e coerente. Non per trovare a tutti i costi un accordo di governo ma una visione di paese. Io avrei detto di sì. Invece su tre punti - premier, squadra e programma - è stata tradita l’idea fondativa del Pd. Non c’è stato un premier di discontinuità. Quanto alla squadra autorevole, dire che lo è la scelta di Di Maio alla Farnesina ci vuole un bel coraggio. Siamo arrivati al terzo stadio del sovranismo e del populismo: il qualunquismo che diventa governo”.

 

L’addio al Pd è stato difficoltoso, dice Richetti. “Mi sento qualcosa di più di un figlio di questa comunità, mi sento anche il padre di un partito che ho contribuito a fondare. C’è un pezzo di vita che si interrompe. Uno schema di relazioni che è anche un miscuglio di sentimenti ed emozioni”. In questo momento si sente in sintonia con l’idea di Calenda, il quale “giustamente richiama il Pd a un mestiere coraggioso, quello di chi non ha paura di sfidare la destra in campo aperto. Invece il Pd a qualunque costo ha cercato di scampare il voto”. Le questioni fra Pd e Cinque stelle tuttavia emergeranno. Sul Jobs act, per esempio. Richetti è convinto che sarà uno dei punti “su cui il governo andrà a sbattere”. A quel punto come si comporterà il mondo liberaldemocratico tutt’ora presente nel Pd? C’è poi l’Europa, aggiunge Richetti. “Sono molto felice della svolta europeista avvenuta in sole due settimane. Tuttavia, erano Conte e Salvini insieme a Steve Bannon a dire quanto il populismo facesse bene alla società. Ma da Bannon a Berlinguer c’è un limite a tutto. Così come sono felice del ruolo di Paolo Gentiloni e David Sassoli. Tuttavia, abbiamo abbandonato tutta la filiera di crescita, formazione, lavoro e sviluppo economico, dove la gestione di una crisi determina la perdita o meno dei posti di lavoro. Di tutto questo se ne occuperanno i grillini, quelli che facevano i banchetti per uscire dall’euro”.

 

In definitiva, il Pd “in nome dell’antisalvinismo si allea con chi ha contribuito a farlo raddoppiare nel paese. Il Pd vuole sfruttare l’inconsistenza dei Cinque stelle pensando di riempirli di provvedimenti di sinistra così come Salvini li ha riempiti di chiusure dei porti. Non capisce però che quando si trovava di fronte un medesimo populismo il M5s allora cedeva, ma quando avrà a che fare con lo spiccato senso istituzionale che spero avrà il Pd, allora rispolvererà la ribellione al sistema. Bastava ascoltare le dichiarazioni di voto del M5s: i nemici ancora una volta sono le banche, i concessionari. Non so come il Pd possa diventare il partito della destrutturazione di regole chiare”.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    12 Settembre 2019 - 14:26

    Matteo Richetti si fa da parte, Dario Franceschini, studia da prossimo segretario Pd. Infatti va a lezione dai 5S. Bene, bene, la propria bottega prima di tutto.

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  • leless1960

    12 Settembre 2019 - 13:19

    Quando una coppia si separa le ragioni sono sempre validissime, ma il risultato è sempre uno solo: i figli soffrono e scontano problemi non loro. Lo stesso per le scissioni a sinistra. In questo caso, i fondatissimi dubbi di Richetti sono condivisibili al cento per cento, ma almeno poteva aspettare che da dubbi diventassero certezze. E poi, mi chiedo, qual era l'alternativa?

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  • miozzif

    12 Settembre 2019 - 07:49

    Dei 'malpancisti' (come si diceva ina volta) non è il caso di occuparsi troppo ma la questione del ministro della Giustizia giustizialista è serissima, e preoccupante il silenzio dei cosiddetti garantisti.

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