Perché il Pd fa notizia solo per ciò che fa e non per ciò che dice

David Allegranti

Gli scazzi, i tweet, la tregua non tregua, le scissioni non scissioni. Cronaca di un’ordinaria giornata democratica

Roma. Il Pd è un’acquasantiera che ribolle e fa più notizia di chi è al governo, la tregua post-congressuale fra correnti è già liquefatta, il “caso Lotti” è solo un’aggiunta, neanche definitiva e risolutiva, al caos preesistente. La scena prevale sul retroscena, con Carlo Calenda che usa Twitter come una mitragliatrice contro Luca Lotti (l’etica suggerisce “che un rinviato a giudizio, parlamentare, non usi il suo status per cercare di influenzare la nomina del procuratore della procura che lo ha indagato”) e i turbo renziani (“Linguaggio, fanatismo e contenuti non difformi da un invasato 5s. Stai molto lontano. Del tuo voto e del voto di quelli che parlano e pensano come te faccio volentieri a meno”, ha risposto l’ex ministro a un utente pronto a “mandarlo affanculo” a nome di una fantomatica “area renziana”).

 

La scena è Alessia Morani che sul suo blog su HuffPost dice che “il nuovo Pd è malato di propaganda: Salvini la fa sulla balla dei porti chiusi, loro su quella del partito aperto e plurale. La segreteria varata da Zingaretti ne è la prova più palese: è l’esercizio di bullismo correntizio più potente mai visto dalla nascita del Partito democratico”.

 


Pacificazione non può esserci perché il centrosinistra è pieno di fantasmi, di cose che non esistono più. Dai Ds che qualcuno evoca come uno spettro, alle stagioni d’oro del renzismo, nell’eterna attesa che torni il momento di Rignano sull’Arno e che questa di piazza Mazzini e della sinistra romana sia solo una parentesi


 

La scena è anche Luigi Zanda che chiede a Lotti di valutare se lasciare il Pd e l’ex ministro, in risposta, si autosospende – qualsiasi cosa voglia dire – portandosi dietro una scia di veleni contro il “vecchio moralista” tesoriere del Pd, descritto come un faccendiere da seduta spiritica della Prima Repubblica. Ma la scena è anche Paolo Gentiloni che va in tv a definire “altamente inopportuni” i comportamenti di Lotti e Cosimo Maria Ferri agli incontri per decidere la presunta strategia sui capi delle procure da indicare, mentre Zingaretti diceva di non volere processi mediatico-giudiziari. Sicché, nel frasario di Base Riformista, Gentiloni è diventato ormai un avversario, quello che “ha commissariato Zingaretti” e ha un suo obiettivo, dicono i post-renziani: la ricostituzione del centrosinistra con il trattino, un Pd molto di sinistra, con un minimo di componente liberale, alleato con il centro calendiano (e addio alla vocazione maggioritaria). In questa marmellata di correnti (zingarettiani, guerinian-lottiani, giachettian-ascaniani, martiniani), la vecchia guerra fra renziani e antirenziani non è più utile a capire che cosa sta succedendo nel centrosinistra, dove persino fra i renziani ci si è divisi sull’opportunità di dialogare con il nemico, in questo caso Nicola Zingaretti, il capo della ditta che ha fatto una “segreteria di maggioranza”. Di maggioranza, sì, ma va detto anche che la minoranza, quantomeno quella giachettiana, per nulla era interessata a entrarvi al grido di “ce ne freghiamo”.

 

La scena insomma prevale sul retroscena e gli intransigenti, i turborenziani, sono alla continua ricerca dello spirito del 2014, quando era tutto loro quel che luccicava e non dovevano chiedere permesso a nessuno; sono adesso in “Sempre Avanti”, che si è appena riunita, domenica scorsa, ad Assisi, per dire che la ditta non funziona, manca una linea politica e, come dice Anna Ascani, “questa segreteria non è il nuovo Pd che aveva promesso Zingaretti”. E’ la linea di Maria Elena Boschi, che al congresso ha appoggiato Giachetti e Ascani, alternativa a quella di Lotti, che un tempo aveva anche accarezzato l’idea di sostenere Zingaretti, convinto che meglio di perdere con un candidato che non è dei tuoi c’è solo vincere con un cavallo da corsa che non è il tuo ma ti permette di stare comunque al governo del partito (e governare prevale sul resto, come la scena sul retroscena). Insomma, di unità non ce n’è punta, nel Pd; sono solo dichiarazioni di facciata, c’è una coabitazione forzata, ma è un altro discorso, nell’attesa che ciascuno prenda le proprie decisioni. “Ma cosa stiamo aspettando ancora?”, chiede appunto Matteo Richetti a Calenda, evocando scissioni da destra e quindi la nascita di questo partito lib-dem di cui si favoleggia da mesi.

 

La scena, dunque, prevale sul retroscena. La scena è la segreteria senza renziani (o meglio, senza attuali renziani) e senza toscani, al punto che bisogna parafrasare Stanis La Rochelle di Boris: “Però c’è un’altra cosa che voglio dirti, che credo sia il vero, grande merito di questa segreteria del Pd: è che non ci sono i toscani, capisci? Cioè nessuno che dice ‘la mi’ mamma’, ‘il mi’ babbo’, ‘passami la carne, la carta…’ eh? Perché con quella ‘c’ aspirata e quel senso dell’umorismo da quattro soldi i toscani hanno devastato questo paese”. Stanis Zingaretti ha detoscanizzato il Pd, per trovarne uno bisogna andare a pescare i Forum tematici, coordinati da Marco Furfaro, che è di Agliana (Pistoia), ma lì poi bisognerebbe aprire l’archivio dei Natali passati e trovarci “L’altra Europa con Tsipras”. La detoscanizzazione è feroce anche se la Toscana è l’unica ad aver dato qualche soddisfazione al Pd, tra europee e amministrative. Dario Nardella ha vinto al primo turno a Firenze, Livorno è tornata nelle mani del centrosinistra, Prato non è diventata leghista. Fra le regioni rosse la Toscana è l’unica dove la Lega è arrivata seconda dietro il Pd (citofonare Umbria, Emilia-Romagna, Marche). Eppure, pur avendo la nuova dirigenza in mano il lanciafiamme, dal Nazareno arrivano inviti alla pacificazione, all’unità, e nel Pd è tutto un mix di sensazioni contrastanti in cui convivono aspiranti piromani e presunti pompieri che passeranno i prossimi mesi a rinfacciarsi il voto al referendum costituzionale del 2016, una costante dell’analisi politica del Pd degli ultimi anni. E pacificazione non può esserci perché il centrosinistra è pieno di fantasmi, di cose che non esistono più; dai Ds che qualcuno sogna o, se antipatizzante, evoca come uno spettro da scacciare, alle stagioni d’oro del renzismo, nell’eterna attesa che torni il momento di Rignano sull’Arno e che questa di piazza Mazzini e della sinistra romana sia solo una parentesi e non già l’espunzione dei marziani che avevano un patrimonio enorme a disposizione e l’hanno buttato via, fino a sciogliersi come lacrime nella pioggia.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.