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“Così Salvini farà la fine di Renzi”, dice Fava, leghista dissidente

“Matteo ignora il territorio, non esiste classe dirigente”. Le epurazioni e l’autonomia al palo. Parla “l’ultimo dei Mohicani”

18 Giugno 2019 alle 10:10

“Così Salvini farà la fine di Renzi”, dice Fava, leghista dissidente

Foto LaPresse

Roma. Il paragone arriva quasi inevitabile, a metà della conversazione. “Salvini rischia di fare la stessa fine di Renzi: interessato solo ai sondaggi, obnubilato da un consenso molto fluido, indifferente alle esigenze del partito e alle istanze del territorio”. Crollerà? “Crollerà. Ci metterà solo di più, forse, visto che a differenza di quell’altro, questo Matteo non ha praticamente alcuna opposizione, né all’esterno né all’interno del suo partito”. Giovanni Fava parla con la libertà che appartiene a chi non ha niente da chiedere al potente di turno. Lui che Matteo Salvini lo ha sfidato in prima persona – alle primarie della Lega Nord del 2017 – quando era illusorio pensare di poterlo sconfiggere, lui che ha accettato la sua epurazione col cinico disincanto di chi sa come funziona la politica, si gode ore quel po’ di piacere che pure deve dare il sentirsi “l’ultimo dei Mohicani, l’unico dei dissenzienti in un consiglio federale che ormai fa dell’obbedienza assoluta la sua cifra distintiva”.

    

Tutti soddisfatti, dunque? “Al contrario”, dice Fava, mantovano classe ’68, ex assessore in Regione Lombardia e fedelissimo di Bobo Maroni. “Tra gli iscritti storici, quelli che la Lega l’hanno vista nascere e crescere, c’è molto malumore”. Che però emerge a fatica. “I dirigenti borbottano in privato, ma poi hanno da difendere le loro posizioni. I militanti invece sono disorientati”. Perché? “Prendiamo l’autonomia. Nel 2017 Salvini disse che, con lui al governo, sarebbe arrivata nel giro di un quarto d’ora. Ecco, il quarto d’ora più lungo della storia, evidentemente. I nostri elettori, qui al nord, ci chiedono spiegazioni che noi fatichiamo a dare. E, come risposta, i vertici del partito sapete cosa fanno? Censurano”. In che senso? “Nel senso che la scorsa settimana i consiglieri regionali lombardi sono stati convocati e gli è stato comunicato il divieto a partecipare a eventi e dibattiti sul tema dell’autonomia”.

     

Eppure Salvini vanta un consenso che mai la Lega aveva ottenuto. “E anche questo è un ragionamento molto renziano, direi. Perché se, per rincorrere nuovi elettori, deludi quelli storici, quelli che allestiscono i gazebo e tengono aperte le sezioni, allora rischi di minare le basi del movimento, che infatti sono già saltate. Se alle Europee, come è accaduto in vari comuni del Mantovano, prendi il 40 per cento, e nello stesso giorno il tuo candidato alle amministrative prende il 20, allora vuol dire che hai un problema evidente di mancanza di classe dirigente, di cui Salvini del resto non si cura affatto, circondato com’è dalla sua schiera di yesmen. Nella sua idea di partito personalista, il territorio, che era la ragione stessa dell’esistenza della Lega, diventa un fardello”. Eppure la diaspora non si vede, al momento. “Certo, lo zoccolo duro resta attaccato al partito perché non ci sono alternative. Io stesso, alle scorse europee, ho votato Lega. Cos’altro avrei dovuto fare? Dare il voto al Pd?”. Non vede nessuna possibile novità all’orizzonte? “Leggo con interesse le dichiarazioni di Giovanni Toti quando dice di volere federare un partito ancorato al territorio, liberale, attento alle esigenze del nord produttivo. E forse è anche per questo che Salvini lo ostacola”.

      

Non vuole proprio morire sovranista, eh? “La Lega per trent’anni è stata l’alternativa al sovranismo. Gli autonomisti seri, in Europa, non a caso sono tutti europeisti. I nostri invece sognano di portare l’Italia in Africa. Pensi all’euro, che fu il mio primo motivo di scontro con Salvini. Ma come? Facciamo la guerra a Roma per decenni, e poi abbandoniamo una moneta europea per tornare all’italica liretta? A me pare una follia”.

Valerio Valentini

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