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Dieci ragioni per votare subito

Claudio Cerasa

Aprire gli occhi. Le ragioni che spingono Salvini a far saltare il governo sono oggi infinitamente superiori a quelle che lo spingono a non farlo saltare. Il meglio non si sa quando arriverà, ma il peggio è passato, l’esecutivo è finito e ci sarà da divertirsi

Forse ci rovineranno le vacanze, forse ci faranno passare mesi terribili, forse usciranno dall’euro, forse faranno arrivare il debito pubblico al duecento per cento del pil, forse ci faranno rimpiangere persino lo spasso di avere al governo dei ministri più comici dei comici, o forse no. Ma per quanto possa essere difficile da accettare, e per quanto possa essere tutto sommato divertente sgranocchiare popcorn mentre i populisti combattono nudi tra loro un’appassionante lotta nel fango, la realtà dei fatti ci dice che per Matteo Salvini la pacchia è finita, che la farsa del governo del cambiamento potrebbe non avere una vita molto lunga e che pur essendo difficile per un ministro scansafatiche accettare di doversi assumere qualche responsabilità ci sono almeno dieci buone ragioni che ci portano a pensare che per il leader della Lega sarà complicato evitare che nei prossimi mesi il paese vada verso le elezioni anticipate.

 

Giocare con la palla di vetro è sempre rischioso e di solito le previsioni servono solo a essere smentite dai fatti. Ma se si osserva la particolare condizione in cui si trova oggi Matteo Salvini non ci vuole molto a capire che le ragioni che spingono il leader della Lega a far saltare il governo sono infinitamente superiori a quelle che lo spingono a non farlo saltare.

 

La prima ragione riguarda la parabola del consenso, la necessità di capitalizzare ciò che si ha, e Salvini sa perfettamente che cosa rischia un leader copiosamente premiato dagli elettori quando tradisce le aspettative: i voti, come hanno dimostrato Matteo Renzi prima e Luigi Di Maio poi, possono andare via alla stessa velocità supersonica con cui sono arrivati.

 

La seconda ragione riguarda la parabola dei suoi alleati e se ci si mette nella prospettiva di Salvini, effettivamente, l’occasione di avere un’egemonia come quella di oggi sull’intero centrodestra chissà quando potrà ricapitare (e chissà se è vero quello che raccontano nel cerchio magico del Cav., ovvero che Salvini ha fatto sapere a Berlusconi di essere pronto ad andare a votare a settembre e di essere disposto anche a creare una lista unica con tutto il centrodestra, senza escludere Forza Italia).

 

La terza ragione riguarda la parabola dei suoi avversari e anche qui se ci si mette nella prospettiva di Salvini, effettivamente, l’occasione di avere un’alternativa al governo debole come quella di oggi potrebbe non esserci più andando a votare dopo aver affrontato la prossima legge di Stabilità e dando agli avversari il tempo di riorganizzarsi.

 

La quarta ragione riguarda la parabola dei suoi compari di governo e come dimostra la storia del Pd renziano gli elettori in prestito da altri partiti fanno presto a disinnamorarsi dei partiti per cui hanno preso improvvisamente una cotta.

 

La quinta ragione riguarda l’assenza di alternative a questo governo in Parlamento, e più la legislatura andrà avanti e più potrebbero maturare le condizioni che oggi non ci sono per far sì che al posto di un governo tra Lega e M5s ce ne possa essere uno tra M5s e Pd.

 

La sesta ragione riguarda la necessità di Salvini di non deludere il suo storico blocco sociale, che coincide con quello governato dai suoi presidenti di regione, ed è sufficiente parlare in privato con i governatori della Lega, da Luca Zaia a Massimiliano Fedriga ad Attilio Fontana, per capire che più questo governo va avanti e più saranno i danni che verranno creati alle regioni amministrate dalla Lega.

 

La settima ragione riguarda la prossima legge di Stabilità e per quanto il M5s possa essere oggi particolarmente malleabile (pur di non andare a casa, Di Maio sarebbe disposto a costruire personalmente una Tav da Pomigliano a Lione) un conto è fare una Finanziaria difficile dopo aver capitalizzato il consenso, e spalmando magari i sacrifici negli anni successivi, e un conto è farla mettendo in gioco il proprio consenso, dovendo quindi spalmare i sacrifici nei mesi successivi.

 

L’ottava ragione riguarda la necessità assoluta di stabilizzare il paese e per quanto oggi i rendimenti dei titoli di stato a dieci anni facciano meno paura rispetto a qualche mese fa (il merito è del nuovo ombrello aperto da Draghi, non del governo) Matteo Salvini è il primo a sapere che l’unico modo che ha l’Italia per ridare fiducia agli investitori è cancellare il prima possibile un governo che riesce a essere credibile solo nella misura in cui rende non credibile il contratto che ha reso possibile questo governo.

 

La nona ragione riguarda le molte sorprendenti aperture di credito che, tanto nel mondo delle imprese quanto nel mondo della diplomazia, la Lega di Matteo Salvini è riuscita a conquistarsi negli ultimi mesi in qualità di unica alternativa credibile al disastro grillino: oggi ci sono, e sono vero, domani chissà.

 

La decima ragione riguarda più che una questione strategica una questione fisica: pensare che un politico che diventa padrone d’Italia senza avere gli strumenti per esercitare il suo potere possa accettare di non sfruttare la finestra che gli consentirebbe di esercitare fino in fondo il suo potere (il partito di cui Salvini è leader non si chiama Lega nord, si chiama, come recitano i truci braccialetti leghisti, “Lega Salvini premier”) è come sperare che una pallina posizionata su un piano inclinato possa andare indietro piuttosto che andare in avanti.

 

Il governo di cui Salvini è azionista di maggioranza esiste ancora nella forma ma non esiste più nella sostanza e per quanto possa essere piacevole, come un simpatico bagno di bromuro, immaginare un governo guidato da un leader che fino a qualche mese fa andava in giro con le magliette no euro bisogna non perdere il buon umore, pensare alla bellezza di un Parlamento degrillizzato, pensare alla velocità con cui gli elettori cambiano idea, pensare al fatto che non c’è nulla di meglio per stendere i populismi che farli avvicinare alle leve della realtà. Non sappiamo se le dieci ragioni per andare a votare subito siano sufficienti per spingere Salvini a votare presto, e a toglierci dalle scatole il peggior governo mai avuto dall’Italia dal Dopoguerra a oggi, ma sappiamo che comunque andranno le cose ci sarà modo di divertirsi, di restare di buon umore e di dire: coraggio, il meglio deve ancora venire ma il peggio forse è passato.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.