Così il Pd di Zingaretti rischia la sindrome dell'Unione

Il responsabile Lavoro dei Democratici propone di ridiscutere il Jobs Act e spostarsi più a sinistra. Ma cancellare una stagione di riformismo è un rischio che un partito d’opposizione non può permettersi di correre

Di sicuro non era necessario aspettare tre mesi per capire che il Pd di Nicola Zingaretti è quanto di più lontano da quello immaginato dai suoi predecessori. Non era nemmeno necessario aspettare la formazione della nuova direzione che, se possibile, ha reso questa distanza ancora più evidente. Basta leggere le parole affidate da Giuseppe Provenzano, nuovo responsabile del Lavoro dei Democratici, al Fatto Quotidiano. “L'abolizione dell'articolo 18 - dice Provenzano - è stato un errore al di là del merito, per la valenza simbolica che ha avuto”. Da qui la necessità di ridiscutere il Jobs Act “guardando al futuro. Serve uno Statuto dei nuovi lavori e dei lavoratori”.

 

Ma la “ricetta” di Provenzano non si limita al tema del lavoro, per il vicedirettore di Svimez occorre ripensare anche la linea politica del partito che, però, deve smettere di guardare al centro. “Il tema esiste - ammette -: presidiare il centro e impedire che l'elettorato sprofondi a destra. Ma non può essere compito del Pd. Il centro si è ridotto, l'elettorato radicalizzato. Dobbiamo tornare alla distinzione tra destra e sinistra. Chi è nato dicendo di non essere né di destra né di sinistra finisce per portare acqua al mulino della nuova destra. Come il M5s”.

 

Insomma, più sinistra e meno Jobs Act. Un'equazione che non piace all'anima renziana del Pd. “Ho il dubbio che Peppe Provenzano abbia sbagliato partito - commenta il presidente dei senatori democratici, Andrea Marcucci -. Le sue considerazioni sul lavoro, sul Pd, e sul centro, sono totalmente diverse da quanto ha detto in direzione il suo segretario Zingaretti. Se qualcuno avverte il nuovo componente della segreteria, fa una cosa utile”. Sulla stessa posizione Teresa Bellanova: “Urge un chiarimento del segretario Zingaretti. Sul tema se il Pd debba o meno presidiare il centro. Il Pd nasce come forza riformista la cui mission è parlare alla sinistra ma anche al centro. Negare ciò vuol dire negare il Pd. O volere altra cosa”. E anche Dario Parrini: “Dire, come fa Peppe Provenzano della segreteria, che la rappresentanza del centro non è più compito del Pd, significa minare le basi su cui il Pd nacque come casa comune e plurale del centrosinistra italiano e negare la vocazione maggioritaria richiamata anche da Zingaretti”.

 

Ma c'è un altro passaggio dell'intervista di Provenzano che merita di essere sottolineato. Quando, parlando della “strada giusta” che il partito dovrebbe intraprendere, risponde: “Fino a qui abbiamo messo al centro l'unità, ora serve anche la discontinuità”.

  

Un tema già affrontato due giorni fa dal direttore Claudio Cerasa: “Fino a oggi, giustamente, il segretario del Pd ha cercato in tutti i modi di far capire che la vera discontinuità del suo partito, rispetto al passato, riguarda l’unità: un tempo eravamo divisi, oggi siamo uniti. Le liste alle europee a questo sono servite: inclusione, inclusione, inclusione. Oggi però la nuova segreteria del Pd offre ulteriori elementi di riflessione che sembrano indicare il tentativo di mettere in campo un altro tipo di discontinuità”.

 

“Le segreterie dei partiti, si sa, valgono quello che valgono, e di solito valgono poco, e ciò che conta sono i messaggi che vogliono veicolare - aggiunge Cerasa -. E se i messaggi contano qualcosa nella nuova e simpatica segreteria del Pd non si può non notare che (a) il responsabile delle riforme, Andrea Giorgis, allievo molto stimato di Gustavo Zagrebelsky, ha fatto campagna per il No al referendum costituzionale nel 2016; che (b) la responsabile al welfare, Marialuisa Gnecchi, è un’allieva di Cesare Damiano e non è contraria né a quota cento né al reddito di cittadinanza; e che (c) il responsabile del Lavoro, Giuseppe Provenzano, sincero estimatore di Corbyn, è stato, come tutti coloro che due anni fa scelsero di uscire dal Pd, un nemico del Jobs Act. L’unione, specie quando si sta all’opposizione, fa certamente la forza, ma passare da un’unione con la u minuscola a un’Unione con la U maiuscola è un attimo. E dare l’impressione di voler fare quello che il segretario dice di non voler fare, cancellare una stagione di riformismo, è un rischio che un partito d’opposizione forse non può permettersi di correre”.

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