Fornaro (Leu) dice che l'asse solido con il M5s può spingere Renzi fuori dal Pd

Valerio Valentini

“Io credo che a Bersani si debba innanzitutto chiedere scusa, visto che quando disse, tre anni fa, che il M5s è un partito radicale di centro, fu sommerso dalle critiche”, dice il capogruppo di LeU alla Camera

Roma. Con quella sua pacatezza che a volte sembra quasi indolenza, Federico Fornaro lo dice in un sospiro: “Credo che una fuoriuscita di Matteo Renzi dal Pd, se l’alleanza col M5s si strutturasse meglio, sarebbe nelle cose. Un po’ perché lui non sa e non può fare il secondo di nessuno – ragiona il capogruppo di LeU alla Camera, che nelle trattative che hanno portato alla nascita del governo ha avuto un ruolo non marginale – e un po’ perché lui appartiene a una storia che non è certo assimilabile a quella della sinistra. La sua cultura è di tipo liberal-democratico, più affine a una forza di centro moderno e riformista”. E insomma, se davvero Renzi decidesse di fare la sua nuova “cosa”, per Fornaro “non sarebbe una manovra di trasformismo, ma un’operazione che avrebbe una sua coerenza, una sua dignità”. Una operazione indolore, per il governo rosso-giallo? “Difficile da dire. In teoria, potrebbe perfino allargare il perimetro della maggioranza coinvolgendo nel suo progetto anche parlamentari altre forze moderate. Il che, peraltro, gli permetterebbe di conseguire il suo vero obiettivo, e cioè sedersi al tavolo delle trattative per le elezioni del presidente della Repubblica, nel 2022, in una posizione autorevole. Il punto, però, è capire quanto ci si può fidare. Quanto, per dirla con una battuta, uno come Renzi sarebbe in grado di fare il bravo. Senza contare che costruire dal nulla un partito, senza finanziamenti pubblici, non è facile”, dice il deputato piemontese, forte dell’esperienza di chi in questa impresa si è già misurato, tenendo peraltro le chiavi della cassa di Articolo 1. “Di certo, c’è che la geografia politica italiana – prosegue – tra tre anni risulterà radicalmente cambiata”. Anche perché c’è chi, come Dario Franceschini, vede in questo nuovo governo non una soluzione di emergenza, ma l’embrione di un nuovo centrosinistra organico. Il che, oltre ad agevolare l’uscita di Renzi dal Pd, favorirebbe anche il ritorno di chi, come Fornaro, si riconosce nelle posizioni di Pier Luigi Bersani. “Io credo che a Bersani si debba innanzitutto chiedere scusa, visto che quando disse, tre anni fa, che il M5s è un partito radicale di centro, fu sommerso dalle critiche”. Ma il M5s è davvero un partito di centro, o non, più semplicemente, un partito che ha la stessa forma dell’acqua? “Certo, nell’analisi di Bersani c’era una certa dose di provocazione, e il modo in cui il M5s si è lasciato manipolare dalla Lega dimostra la loro identità malleabile. Ma appunto per questo, sarebbe un errore respingerli a priori”. Meglio allearcisi, dunque? Già da questa tornata di regionali? “E’ difficile, in tempi così brevi. Ma vediamo”.

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