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Il ’900 e Brera, una storia italiana

Il riallestimento delle sale e il Brera Modern ancora chiuso. Una buona riforma che qualcuno vuole smontare

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

7 Maggio 2019 alle 06:00

Il ’900 e Brera, una storia italiana

Umberto Boccioni, Rissa in galleria (dett.), 1910, olio su tela, Collezione Jesi

Milano. “Il ritorno del ’900 a Brera” è un bel titolo, da revenge art, e anche un bel successo per una Pinacoteca che, negli ultimi tre anni, è cambiata molto sulla spinta della riforma che l’ha trasformata in uno dei venti musei di interesse nazionale dotati di autonomia tecnico-scientifica. Dopo avere rinnovato, step by step e grazie al sostegno dei privati, l’allestimento di tutte le stanze, da metà maggio torneranno visibili al pubblico le collezioni del ’900: Boccioni, Morandi, Modigliani, Sironi e molto altro. Un centinaio di opere, il nucleo della collezione novecentesca di Brera, radunate in gran parte ai tempi del leggendario direttore di Brera Franco Russoli, il primo a sognare una “Grande Brera” è la seconda più importante per l’arte italiana moderna nel mondo dopo il MoMa di New York. Ieri, con una conferenza di presentazione piuttosto flamboyant, il direttore di Brera, James Bradburne, ha presentato l’iniziativa spiegando, e lasciando intuire, anche un po’ di cose che vanno oltre Milano, ma che fanno di questo “ritorno del ’900” un caso di scuola interessante per chi voglia capire come sono messi i Beni culturali in Italia, nell’epoca del governo del cambiamento.

  
Il “ritorno del ’900 a Brera”, è una bella operazione. Tornano visibili la donazione Emilio e Maria Jesi e la sezione pittorica del lascito “America” e Lamberto Vitali. Ma è anche un’emergenza: quelle opere erano state spostate in attesa del definitivo, glorioso quando avverrà, trasloco delle opere moderne nella nuova sede di Palazzo Citterio: il Brera Modern, il museo dell’arte italiana (e non solo) moderna che Milano attende da decenni, esattamente dalla metà degli anni Settanta, quando si cominciò a parlare della nuova destinazione di questo storico palazzo, proprietà dello stato. Ma il museo non è pronto, e in base al contratto che regola le collezioni Jesi e Vitali è necessario tornare ad esporle al pubblico. Perché “il ritorno del ’900 a Brera”, guardato dall’altra parte (e con un po’ dell’ironia anglosassone con cui Bradburne ha voluto attutire le sue idee) è anche un fallimento: non di Brera, ma del “sistema Italia”. Procediamo con ordine.

        
“Il riallestimento delle collezioni moderne non serve solo a riportare il Novecento nel cuore della Pinacoteca di Brera, aspettando Palazzo Citterio” ha detto ieri il direttore, “ma fa parte della nostra filosofia di museo visibile, con il museo che continua a mostrare in modo trasparente la sua rilevanza, la sua partecipazione e il suo impegno”. Si tratta di un allestimento-istallazione, ben trovato, in quanto provvisorio, realizzato ispirandosi ai “sistemi a rastrelliere per i dipinti nei depositi”, ma completamente visibile attraverso contenitori con vetrate trasparenti. Un allestimento “provvisorio” e reso possibile attraverso alla generosità di contributi privati (ah, l’autonomia che secondo qualcuno sarebbe una mercificazione) come quello della Fondazione Giulio e Giovanna Sacchetti, molto attiva nel sostegno del patrimonio storico, culturale e artistico, e che già nel 2018 aveva offerto un importante contributo al riallestimento delle sale ottocentesche del museo. Il ritorno del ’900 a Brera è quindi parte di un lavoro più complessivo, in attesa di Palazzo Citterio. Bradburne, che sperava di chiudere il suo (primo) mandato da direttore con l’apertura del Brera Modern – un sogno che Milano coltiva dai tempi di Franco Russoli – ha spiegato ieri, senza polemizzare, ma col suo stile anglosassone pragmatico e puntuto, perché invece il Brera Modern non è pronto. Nonostante lui ne abbia preso la consegna (molto il ritardo sulla timeline), nel marzo scorso. Preso in consegna allo stato dell’arte e con tutte le sue fragilità, “come i bambini che venivano lasciati nella ruota dell’Ospedale degli innocenti”. Il direttore di Brera si è preso il bambino e l’acqua sporca. Perché di acqua sporca bisogna pure parlare.

 

Facendo un passo indietro. Un riallestimento, anche provvisorio, è sempre una notizia: significa che i musei “riformati” hanno lavorato bene. Non solo a Milano: vale per Capodimonte a Napoli, per le Gallerie Estensi a Modena e Ferrara, per la Reggia di Caserta, il Bargello a Firenze o Palazzo Ducale a Mantova. Tutti luoghi che hanno fatto, chi più chi meno, un balzo in avanti: non solo in “bigliettificio” o in “maquillage” – come dicono i critici prevenuti e i burocrati legati all’ancien régime dei Beni culturali – ma in gestione, orari di aperture, rapporto col pubblico e il territorio, tutela e valorizzazione. Eppure, soprattutto Brera – secondo tutti gli indicatori uno dei musei più attivi, si è trovato spesso sotto critiche il più delle volte pretestuose. L’ultimo caso è quello montato ad arte attorno a una perdita d’acqua in una sala, dovuta alla rottura di una tubatura. (Bradburne ne è rimasto molto irritato, a giudicare dalle sue dichiarazioni al Corriere in cui un paio di settimane fa ha parlato di “almeno due aspetti scorretti” nelle ricostruzioni della stampa, che aveva gridato alla mancata manutenzione, Primo “nella manutenzione noi abbiamo sempre investito”, ha detto. Secondo: “Non abbiamo spostato un centesimo dalla manutenzione al riallestimento delle sale, fatto con fondi privati”. Denaro privato: una cosa impensabile fino a prima della riforma per una istituzione statale. Gli ispettori mandatiti dal ministero hanno stabilito giorni fa che non c’è stata nessuna mala gestione. A Brera si è lavorato in modo ineccepibile. E’ un altro segnale: qui, come altrove, il regime di autonomia stabilito dalla riforma Franceschini, ha funzionato, rendendo possibili migliori manutenzioni, riallestimenti, i siti online rinnovati, una maggiore accessibilità, un’offerta didattica (o per le categorie di persone deboli) migliorata.

 
Poi c’è l’acqua di Palazzo Citterio. Come è noto da mesi, nonostante schermaglie di dichiarazioni e rimpalli di responsabilità, bisogna attendere ancora perché Palazzo Citterio, sottoposto a lungo e non perfettamente funzionale restauro sotto la direzione dalla Sovrintendenza possa essere agibile: ieri Bradburne ha ipotizzato il luglio 2020. Ci sono motivi tecnici, e sembrano addirittura paradossali, trattandosi di un palazzo destinato a museo di arte moderna. Gli impianti di climatizzazione, dal monitoraggio finora effettuato, non rendono stabili le temperature e l’umidità delle stanze: il che è un guaio per un luogo che deve contenere opere d’arte. Ci sono altre magagne “minori”, è stato spiegato ieri: dal montacarichi sottodimensionato che non può trasportare opere di grandi dimensioni (almeno 20 al momento non potranno entrare nella nuova sede) alla configurazione delle sale che non permette al momento di esporre tutto il patrimonio. A una scala inadatta che dovrà essere rifatta, ai dispositivi acustici che sono stati posizionati sulle pareti dove andrebbero i quadri un bagno d’epoca ristrutturato lasciando la vasca da bagno, all’ingresso che dovrà essere spostato dal civico 12 al 14, perché quello previsto dal restauro non è adeguato ad accogliere i visitatori di un grande museo come vuole essere BreraModern. Così la storia della non-apertura di Palazzo Citterio è la storia di un fallimento progettuale, e di un mancato coordinamento tra istituzioni che dovrebbero lavorare tutte per lo stesso scopo. Poi c’è una altro problema, più sistemico, che riguarda direttamente la piramide dalla struttura di uno stato che vorrebbe essere moderno. Non è ancora stata costituita la pianta organica del personale – almeno una trentina di persone – che a Brera Modern dovrebbero lavorare.

 

Il ministro Alberto Bonisoli, che ha più volte annunciato il “tutto pronto”, per ora si è limitato a promettere che arriveranno. Ma, senza, il museo rimarrà chiuso. Ma è una questione non solo di concorsi, bensì di volontà politica. Per aprire e trovare il personale per Palazzo Citterio si era ventilata mesi fa l’idea di costituire una fondazione tra pubblico e privato. Ma bastò che l’ipotesi circolasse, per fare scattare più di un niet tra chi vede “il privato” come il nemico pubblico numero uno dei beni culturali. Ma su come far arrivare il personale in modo più svelto, nessuna diversa idea. Le polemiche recenti sulla chiusura coatta del Cenacolo, e di Brera, stanno in fondo, tutte qui.

  
E qui, lasciati da parte Palazzo Citterio e la sua lunga attesa c’è il succo vero della storia. E cioè che è proprio la mancata autonomia a ritardare, o impedire, la apertura o il buon funzionamento di un museo: a partire dalla mancanza di personale. Un tema che non riguarda soltanto Milano, ma tutta la riforma Franceschini che tra qualche mese – con la scadenza del mandato dei direttori dei grandi musei nominati quattro anni fa – arriva a una specie di check. La verità è che è una riforma incompiuta, e che rischia di non compiersi. Proprio come il bel palazzo di un museo che non riesce ad aprire. Il perché, è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno lo vuol vedere, perché è scomodo per molti. Ed è proprio la mancanza di autonomia. I musei resi autonomi, hanno avuto la possibilità, udite udite, di avere persino un un Iban, di poter gestire un bilancio e anche per accedere, entro certi limiti, a finanziamenti privati (il caso della Fondazione Sacchetti per Brera, appunto). Ma non hanno alcuna autonomia per assumere personale, nemmeno part-time. Né tantomeno per sceglierlo. Il personale che arriva tramite concorso è designato dal ministero, di solito senza che le direzioni possano esprimere pareri.

 

Spesso a indicarlo sono le trafile interne delle relazioni sindacali, con le quali o ci si accorda o no. I musei “autonomi” funzionano ancora sotto una tutela ministeriale-sindacale, interessata a mantenere il proprio ruolo di controllo. Dalle nomine, alle decisioni strategiche agli avanzamenti di carriera, i musei autonomi non hanno spazio di manovra. Se c’è una colpa da fare alla riforma, è che non ha tagliato quel nodo di Gordio, che è soprattutto quello della gestione delle risorse umane. Del resto, lo scontro tra una possibile gestione manageriale e “a obiettivi e risultati” di ciò che è pubblico e l’impossibilità giuridico-amministrativa di attuarlo è un vulnus che va molto oltre i Beni culturali: è il buco nero della funzione pubblica.

 

L’esempio più semplice: la Buona scuola, che aveva nominato dei “presidi manager”, non ha mai dato loro il potere di assumere professori, offrire condizioni economiche, modificare piante organiche. Era stato il grande tentativo di modernizzazione delle riforme di Renzi, ma il tassello mancante è rimasto quello delle risorse umane. E adesso il presente governo, in combinato disposto di un certo milieu politico culturale e sindacato sta lavorando proprio a smontare l’idea di autonomia. Non è questione dei nomi dei direttori “stranieri” (scandalo per sovranisti) ma del rischio di rendere una riforma che stava iniziando a funzionare un guscio vuoto, e perdere l’aspetto concettualmente più importante di tutta questa storia. Per dirla col filosofo statunitense Nelson Goodman: “Il museo deve operare come un’istituzione per la prevenzione della cecità”. Aprire musei, serve a questo.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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