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Dopo la controriforma dei musei. Parla il sindaco di Firenze Dario Nardella

“Cerchiamo un vero confronto”, è una “perdita di autonomia di alcune tra le maggiori istituzioni culturali di alcune città”, dice il sindaco di Firenze

2 Luglio 2019 alle 06:07

Dopo la controriforma dei musei. Parla il sindaco di Firenze Dario Nardella

Dario Nardella con Sergio Mattarella (foto LaPresse)

Roma. La riforma dei musei (via riorganizzazione approvata dal Consiglio dei ministri lo scorso 19 giugno) – anche detta, dai critici, “controriforma” rispetto a quella varata durante la precedente gestione Franceschini – non ha riscosso successo né sui territori né nel mondo dell’arte. Anzi. C’è chi, come il sindaco di Firenze e coordinatore Anci delle città metropolitane Dario Nardella, l’ha definita “atto antipatriottico”, motivo per cui, con il sindaco di Bari e presidente Anci Antonio Decaro, ha scritto una lettera al ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli per chiedere “un confronto” nel merito e “una lettura autorevole e ragionata degli effetti della riforma” da parte dei sindaci, che ogni giorno amministrano sul campo il patrimonio artistico del paese. Nardella e Decaro, in particolare, sottolineano il possibile impatto negativo sul piano locale: alcuni passaggi della riforma, scrivono, potrebbero avere “conseguenze penalizzanti nei confronti dei territori”. La lettera non ha ancora avuto risposta. L’incontro è ancora di là da venire, e Nardella dice al Foglio di essere preoccupato per quella che si configura come “perdita di autonomia di alcune tra le maggiori istituzioni culturali di alcune città”, per esempio a Roma e a Firenze. Altre cose non gli piacciono, prima di tutto il fatto che la riforma sia “arrivata un po’ in sordina, senza essere discussa, tanto per cominciare con le città d’arte. Io stesso ho appreso il tutto a Firenze, durante l’inaugurazione di Pitti Uomo, quando ne ha parlato il ministro”.

 

Nessun segnale preventivo, nessun tavolo di discussione. E poi, dice Nardella, intervenendo così sulla riforma Franceschini, una “riforma recente che stava dando in molti casi buoni risultati ma che doveva ancora dispiegare tutte le potenzialità”, e facendolo dopo aver scorporato il Turismo dalla Cultura, “si sottopone il sistema a uno stress troppo forte: non c’è stato neanche il tempo di adattarsi”. E questo è il problema di metodo. Poi ci sono i problemi di merito: “Sono tanti gli aspetti che non ci convincono”, dice Nardella: “Intanto questo indebolimento dell’autonomia dei musei – il punto di forza della riforma Franceschini, che invece prevedeva un canale diretto tra territori e stato. Il sindaco poteva collaborare, finanziare. E l’indebolimento dei musei si ripercuoterà sul territorio, portando verso un complessivo riaccentramento burocratico”. La direzione contratti e concessioni, per esempio, potrebbe diventare un’enorme stazione appaltante. Per non dire dell’abolizione dei cda dei musei: “I bilanci saranno approvati dagli organi centrali. Sarà accentrato anche il sistema dei prestiti: tutto quello che si collega al meccanismo del prestito, cioè, sarà sottratto ad autonoma decisione. Ci saranno musei che, pur restando autonomi, si vedranno indebitati, altri che verranno declassati. Firenze da questo punto di vista è una delle città più colpite, si veda la vicenda Uffizi”. Scossoni si prevedono anche a Roma (intanto al Museo Etrusco di Villa Giulia). “La sensazione è di grande improvvisazione e di superficialità”, dice il sindaco di Firenze. Si muove intanto sulla scena un ministro stretto tra i critici sui territori e gli alleati non convinti della Lega (la sottosegretaria leghista alla Cultura Lucia Borgonzoni non ha espresso parole incoraggianti): la riforma non sembra condivisa neanche tra gialli e verdi, insomma, per non dire delle regioni e dei comuni. Che fare? “Fermare le macchine”, dice Nardella, “e aprire una fase vera di dibattito senza precondizioni con i sindaci delle città d’arte, perché il dibattito finora non c’è stato”. (Né al momento si profila confronto parlamentare). “Non mi interessa la battaglia ideologica, non nutro pregiudizi verso il ministro Bonisoli”, dice il sindaco di Firenze. “Però perché portare avanti una riforma con così tanti punti interrogativi e che incontra così tanti no? E però, al netto delle critiche, io resto disponibile al dialogo”.

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.

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