La gestione a cinque stelle dei musei nella capitale

Andrea Fabbi

Un curatore alla moda per dirigerlo, e il Macro Asilo va di male in peggio

Secondo una prassi già rodata precedentemente, Giorgio de Finis ha dato in pasto ai suoi famelici supporter gli articoli che riportavano la prossima bocciatura del rinnovo di mandato del suo “progetto scientifico” del Macro Asilo. I latrati della canea di artisti senza mercato, ma con i sandali d’ordinanza, non si sono fatti aspettare. Un certo Restivo scrive adirato che “la fogna artistica” romana (intendendo per fogna le gallerie che, pagando le tasse e proponendo una programmazione di livello, fanno cultura vera) “non poteva sopportare il sopruso di Artisti Liberi”. Andrea Bezziccheri, in arte Franco Lo Svizzero, che pure nutre di una certa considerazione nel panorama artistico, accusa con logica squisitamente grillina i curatori museali in cerca di poltrone e li identifica con una sigla politica, il Pd: “Come si è rifatto vivo il Pd ora si rifanno vivi quelli della cultura del Pd. I poltronisti museali”. L’acme lo raggiunge però una certa Florencia Martinez che nel delirio procurato dal prossimo abbandono del museo del suo direttore arriva a scomodare la Shoah utilizzando per il regolare allontanamento di una persona senza titoli dalla direzione di un museo di una grande capitale europea la stessa definizione della Arendt: “La banalità del male” – Adolf Eichmann ringrazia per aver relativizzato l’Olocausto di milioni di morti con un evento ordinario come l’avvicendamento di un direttore di museo.

 

Se le cose si fermassero all’ustolìo delirante dei soliti artisti in cerca di un padrone saremmo tutti più felici. Se ci trovassimo in qualsiasi altra nazione europea e in qualsiasi altra capitale occidentale, a un direttore poco ferrato ne subentrerebbe uno migliore, ma ci troviamo a Roma e l’assessore alla Cultura è Luca Bergamo – compagno di banco vendittiano di de Finis, da cui la nomina al Macro – emanazione di un governo a cinque stelle che come pratica politica non ha certo come nume tutelare la competenza. Ecco allora che nei transatlantici dell’arte contemporanea romana spunta il nome di Gianluca Marziani. Se il nome di Giorgio de Finis ci fece inorridire, l’ex Pr delle discoteche romane divenuto curatore alla moda sul finire degli anni 90 fino a giungere alla direzione dello storico Palazzo Collicola di Spoleto, ci getta nel più profondo sconforto. La nomina a direttore dell’importante collezione museale legata al Festival dei Due Mondi ci parve subito come forma di degrado culturale. Succeduto a Giovanni Carandente, Marziani non aveva un curriculum adatto a gestire una così prestigiosa sede. Aveva soltanto diretto il Premio Terna e curato mostre in gallerie private, nessuna laurea in Storia dell’arte, né curatela di cataloghi di collezioni museali.

 

Marziani ha avuto dieci anni a disposizione (pochi direttori di museo in Italia hanno avuto tempi così lunghi) per costruire qualcosa. Ma cosa? Quel che ha lasciato è una collezione che dovrà essere completamente riallestita (mancando i più elementari criteri museologici, come ad esempio pannelli didattici che spieghino tematiche e stili e tipologia di artisti e opere). A Palazzo Collicola negli anni della direzione Marziani mancarono le più elementari pratiche museali come la costituzione di un semplice comitato scientifico. Palazzo Collicola divenne una sorta di galleria privata che trascurò di fatto la pinacoteca con opere dal XV al XIX secolo e la biblioteca formata dal lascito di Giovanni Carandente, curatore durante la sua vita (1920-2009) di mostre di Antonello da Messina, di Mondrian, Pollock, Moore, Calder, Marino Marini e sovrintendente in Sicilia, Abruzzo, Veneto e Lazio.

 

Il delirio collettivo del defunto, speriamo, Macro Asilo era malato di narcisismo collettivo. Il Nuovo Macro avrà bisogno di un direttore che sappia valorizzare le opere che gli saranno lasciate in cura e acquisirne altre secondo criteri oggettivi, anche quelli di mercato. Abbiamo bisogno di un direttore che contrasti quella tendenza profetizzata da Adorno in cui il destino della gestione culturale viene costantemente logorato da quella sorta di neoplasia che passa attraverso una distruzione non selettiva operata completamente dal basso e dove tale posizione viene pronamente non solo accettata, ma esaltata.