Ora dateci il Mes. La rivolta gentile delle regioni di centrodestra

Claudio Cerasa

Lega e FdI non lo vogliono, ma i governatori hanno altre idee. I sì di Cirio, Santelli, Bardi, Toma, Toti e i vice di Fontana e Fedriga. I se di Marsilio e Fugatti. Le due velocità di un'opposizione costruttiva

La divisione plastica mostrata due giorni fa dal centrodestra sui temi europei – mentre il premier informava il Parlamento sull’indirizzo del governo relativamente al Consiglio europeo di domani, il partito del sì Mes, rappresentato da Forza Italia, sceglieva di rimanere in Aula mentre il partito del no Mes, rappresentato da Fratelli d’Italia e dalla Lega, sceglieva di uscire – ha consegnato agli osservatori l’immagine di un’opposizione a due velocità. Una prima velocità è quella interpretata dai partiti cosiddetti sovranisti, misteriosamente contrari a prendere dal Mes soldi a prestito per interventi sul sistema sanitario con un tasso dello 0,08 per cento all’anno. Mentre una seconda velocità è quella interpretata dal partito del Cav., che quei soldi invece, per rafforzare il prima possibile il sistema sanitario italiano, li vorrebbe tutti e li vorrebbe subito (ieri anche il presidente della Repubblica ha auspicato tempi rapidi per l’utilizzo dei fondi che arriveranno dall'Europa). Al contrario di quello che si potrebbe credere, la divaricazione tra i due centrodestra non è limitata al semplice scontro tra i partiti sovranisti e i partiti europeisti, ma è una divaricazione che, indagando un po’, si indovina e si individua anche su un terreno diverso e per certi versi più pragmatico. E dato che a beneficiare dei fondi europei saranno principalmente le regioni italiane, che secondo quanto prevede la Costituzione hanno la responsabilità diretta della realizzazione della spesa per il raggiungimento degli obiettivi di salute del paese, ci siamo chiesti se il centrodestra che vive e combatte sul territorio, e che incidentalmente governa la gran parte delle regioni d’Italia, coltiva gli stessi dubbi manifestati ogni giorno nei talk-show dai principali leader del centrodestra italiano. E curiosando qua e là, facendo un po’ di telefonate, inviando un paio di messaggi, l’impressione è che la battaglia della vita combattuta dal centrodestra, sul Mes, non sia vissuta, nei territori dove il centrodestra governa, con le stesse emozioni e con le stesse posizioni delle leadership nazionali. 

 

 

Alberto Cirio è il governatore del Piemonte, proviene da Forza Italia, guida una giunta di centrodestra (insieme con Fratelli d’Italia e la Lega) e sul tema dei fondi europei, in particolar modo quelli legati al Mes, pensa che il problema non sia “se prenderli” ma “cosa farci”. “Eviterei di discutere ancora sull’opportunità o meno di attingere ai fondi del Mes – ci dice – e mi concentrerei piuttosto sul modo in cui quei fondi possono essere utilizzati. Nella nostra regione, c’è molto lavoro che si può fare su questo fronte, ma il dibattito pubblico sarebbe bene indirizzarlo su una questione ben più rilevante della dialettica sì oppure no. E cioè: ma una volta presi quei soldi, siamo sicuri che lo stato italiano saprebbe cosa farci? Io temo di no e per questo il grande tema dei prossimi mesi è quello di trovare un modo per mettere in quarantena la burocrazia e creare a livello regionale una sorta di modello di gestione di quei fondi, simile a quello che è stato scelto per coordinare le attività di costruzione del nuovo ponte Morandi”.

 

A Genova abita Giovanni Toti, governatore delle regione Liguria, proveniente da Forza Italia, alla guida di una giunta di centrodestra (insieme con Fratelli d’Italia e Lega). Da tempo, Toti non fa mistero di considerare importante avere il prima possibile i fondi europei attraverso la linea di credito concessa dal Mes. “Tutti i debiti sono condizionati – ci dice Toti – e tutti i soldi presi a prestito dovranno essere prima o poi restituiti. Dunque il problema del Mes non sono tanto le condizioni, ma la capacità del nostro paese di usare quei soldi per creare ricchezza e dunque ripagare il denaro preso in prestito. L’Italia ha un drammatico problema di capacità di spesa: paghiamo interessi per tenere i soldi fermi nei bilanci dello stato, aumentando il nostro debito, senza essere capaci di investire e creare ricchezza e lavoro. La prima condizione per prendere i soldi del Mes è quella di darci regole nuove, indispensabili per usare quei fondi in tempi ragionevoli. Ogni altra discussione è inutile e fuorviante”.

 

Dello stesso avviso di Toti è Fabrizio Sala, vice di Attilio Fontana alla regione Lombardia, regione guidata da una giunta di centrodestra a trazione leghista, e Sala, interpretando forse anche il pensiero del suo governatore, dice che sul Mes l’Italia non ha tempo da perdere. “I soldi del Mes – ci dice – sono utili e necessari perché in questo momento abbiamo bisogno di tanta liquidità. L’importante però è sapere come impiegare questi soldi e bisogna farlo nel modo migliore. Per usarli nel modo giusto occorre eliminare tutta la burocrazia, utilizzare strumenti nuovi, anche commissariali, e dare ossigeno alle imprese per potere ripartire attraverso un piano strategico preciso e dettagliato, secondo i princìpi della nuova economia nata dall’epoca del Covid. Bisogna impiegare questi fondi in ricerca e innovazione, i due punti fondamentali sui quali fare perno, senza dimenticare la Sanità e l’economia sanitaria. Soldi che ci consentiranno di fare investimenti importanti in ricerca e formazione, assunzione di personale e nuove tecnologie”.

 

Dello stesso avviso è anche il vicepresidente di un’altra regione guidata dalla Lega, Riccardo Riccardi, assessore alla Sanità e vicepresidente del Friuli Venezia Giulia, numero due di Massimiliano Fedriga, secondo il quale “il tema non è se quei soldi servano, ma come spenderli senza sprecarli”. “I fondi che arrivano per rafforzare il sistema sanitario sono sempre utili. Nella nostra regione ci sono molte cose che si potrebbero fare con quel denaro, a partire dall’implementazione delle risorse umane, fino alla riorganizzazione del rapporto tra assistenza ospedaliera e assistenza domiciliare. Per questo il tema di fondo non è se quei soldi servano – e servono – ma è fare di tutto affinché le spese aggiuntive non siano sperperate e vengano investite in modo efficiente”. Anche Donato Toma, governatore del Molise, proveniente da Forza Italia e alla guida di una giunta di centrodestra, sul tema del Mes non ha dubbi: quei soldi servono, ne servono tanti e soprattutto servono subito. “Nella nostra regione – ci dice – abbiamo la necessità di avere con urgenza fondi per mettere in sicurezza le infrastrutture ospedaliere e per acquistare nuovi macchinari. Le regioni, come dovrebbe sapere la politica nazionale, vivono di fondi europei e senza quei fondi spesso non riuscirebbero a gestire il loro disavanzo. Personalmente, dunque, sono favorevolissimo alla possibilità che il governo attivi sia il Fondo salva stati, relativamente alle spese sanitarie, le cui condizionalità non mi sembrano affatto essere capestro, sia il Recovery fund”. 

 

Maurizio Fugatti è il presidente della provincia autonoma di Trento. E’ un leghista, è un ex deputato, è stato sottosegretario di stato al ministero della Salute nel primo governo Conte e sostiene che il tema dei finanziamenti del Mes meriti di essere affrontato in modo pragmatico. “Quando sei sul territorio, i problemi si manifestano in modo diverso rispetto a quella che può essere la dinamica nazionale e viste da qui ci sono alcune dialettiche non sempre facili da capire. Non entro nel merito delle condizionalità del Mes, ma per quanto mi riguarda dico che se dovessero arrivare risorse per il territorio non potremmo che essere contenti. Il governo, per la nostra provincia autonoma, ha già stanziato 40 milioni per adeguare le strutture sanitarie. Ma posso dire che c’è ancora molto da fare per passare dalla fase degli interventi d’emergenza alla fase degli interventi strutturali. E non importa in che modo i soldi arrivino. Basta che arrivino”.

 

E così la pensa anche Vito Bardi, governatore del centrodestra in Basilicata, alla guida di una giunta che comprende anche Lega e Fratelli d’Italia, il quale senza problemi dice di essere “favorevole ai fondi del Mes relativamente alle spese sanitarie” e sostiene di avere bisogno nella sua regione di quei soldi per molte ragioni. “Servono e dovranno essere spesi per le infrastrutture sanitarie territoriali, per rafforzare la sorveglianza attiva sul territorio, per utilizzare nuovi strumenti informatici, per acquistare apparecchiature al domicilio dei pazienti, per eseguire nuovi tamponi, per adeguare i poliambulatori territoriali, con distinzione fisica dei percorsi, e per procedere a un massiccio acquisto di dispositivi di protezione individuali”.

 

Il governatore dell’Abruzzo, Marco Marsilio, uomo d’esperienza, ex senatore, proveniente da Fratelli d’Italia e alla guida di una giunta di centrodestra, ha qualche dubbio in più degli altri sulle possibili trappole nascoste nel Mes ma in un’ottica costruttiva dice che se quei soldi dovessero poi arrivare ci sarebbero molti modi per poterli spendere bene. “Le condizionalità del Mes non mi convincono, e lo dico da persona che non ha mai demonizzato il Fondo salva stati ma che in passato ha contestato la sua trasformazione. Però se quei soldi dovessero arrivare ovviamente non saremo lì a rifiutarli e ci attrezzeremo al meglio per spenderli bene. E se dovessi individuare, così su due piedi, una priorità nella regione che guido non avrei dubbi a dire che quei finanziamenti dovrebbero essere utilizzati per investire sulla formazione del personale e sulla valorizzazione delle nostre risorse umane: puoi costruire tutti gli ospedali che vuoi ma se non hai persone sufficienti per gestire le emergenze si rischia di tornare al punto di partenza”. Dello stesso avviso è anche la governatrice della regione Calabria, Jole Santelli, di Forza Italia e alla guida di una giunta di centrodestra, che al Foglio dice di essere “favorevole all’utilizzo del Mes, per le spese sanitarie” e ammette di avere già ideato un piano di massima per spendere quei fondi e indirizzarli verso tre obiettivi: “Assunzione del personale medico e paramedico, acquisto di nuove attrezzature, investimenti in ricerca”.

 

A voler essere maliziosi si potrebbe dire che il centrodestra a due velocità non esiste solo nel palazzo ma forse comincia a esistere anche nella realtà. E l’esperienza dei territori insegna forse che chi vuole costruire un’alternativa per il paese dovrebbe imparare presto che differenza c’è tra governare un talk-show e governare i cittadini.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.