L'attimo straordinario dell'Ue

Redazione

Quando il nord aprirà il portafoglio, il sud dovrà rispettare la sua parte del patto

Il vertice dei leader dell’Unione europea è andato come doveva andare. Nessuno si aspettava un accordo sul Recovery fund. Ciascun capo di governo ha espresso la sua posizione di partenza. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha parlato di “consenso emergente” su alcuni elementi essenziali – a partire dal debito comune europeo – ma ha anche avvertito di “non sottovalutare le difficoltà”.

  

Su dettagli chiave del Recovery fund – l’ammontare di 750 miliardi, la ratio sussidi-prestiti, la ripartizione dei fondi e la condizionalità – le divergenze rimangono. Nei prossimi giorni Michel metterà sul tavolo una proposta di compromesso per iniziare i “negoziati veri”. L’obiettivo è un accordo intorno a metà luglio, ma potrebbe slittare ad agosto, forse a settembre. La presidente della Bce Lagarde ha detto che serve un pacchetto “forte, rapido, flessibile e fermamente ancorato alle riforme” e che un fallimento modificherebbe il “sentimento” (benevolo) dei mercati.

  

L’istantanea di venerdì potrebbe far pensare alla solita Europa, lenta e divisa, che fa troppo poco e troppo tardi. Ma se si guarda all’intero film del Covid-19, si vede qualcosa di straordinario: mentre il mondo si disintegra nell’unilateralismo nazionalista, l’Europa vive una spinta centripeta solidale.

 

Appena tre mesi fa i 27 stavano per venire alle mani sulle condizionalità del Mes. Oggi, pur lamentandosi, i quattro frugali sono pronti a mettere mano al portafoglio. Merkel si è convertita a debito dell’Ue e sussidi perché altrimenti, con i prestiti, l’Italia finirebbe in bancarotta.

 

A luglio o agosto ci sarà un accordo, che lascerà al nord gran parte del conto futuro. A quel punto il compito più difficile ricadrà sul sud: con i livelli attuali di debito, non bastano decine di miliardi di sussidi per garantire una ripresa sostenuta e la sopravvivenza dell’Ue. Come ha lasciato intendere Lagarde, l’altra parte del contratto del Recovery fund, che l’Italia è chiamata a onorare, sono le riforme.

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