L'inutilità del taglio Iva

Sandro Brusco

Serve una riforma fiscale organica che riduca le tasse sul lavoro, non un altro bonus a tempo. Se non ora, quando?

La passerella degli Stati generali si è finalmente conclusa e come previsto ne è uscito poco o nulla. Il principale provvedimento concreto di cui in questi giorni si sta iniziando a parlare è la riduzione dell’Iva. Come quasi sempre accade, al momento abbiamo solo voci e mezze dichiarazioni, nessun progetto concreto né alcun documento articolato su cui riflettere. Il poco che abbiamo sembra però segnalare un intervento viziato dalle solite tare della politica economica italiana. L’incapacità di capire l’irrilevanza degli interventi temporanei; l’illussione che sia possibile intervenire con precisione chirurgica su specifici settori e imprese; la mancanza completa di una prospettiva complessiva di riordino del sistema fiscale, come ha chiesto in modo abbastanza chiaro il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Infatti le notizie che si sono diffuse parlano di una riduzione limitata nel tempo e indirizzata ad alcuni settori delle imposte indirette, segnatamente l’Iva. 

 

 

L’idea di ridurre temporaneamente l’Iva per aiutare settori particolarmente colpiti dal lockdown, come ad esempio quello alberghiero e quello della ristorazione, difficilmente potrà avere risultati rilevanti. Il pubblico resta riluttante a tornare alle vecchie abitudini di consumo. E la riluttanza resterà fino a quando tornare al ristorante o in albergo (o tornare a viaggiare in aereo, o tornare in discoteca etc.) non verrà percepito nuovamente come attività sicura.

 

Le tradizionali stime che vengono effettuate sulla sensibilità della domanda ai prezzi, ossia in parole più povere di quanto aumentano le presenze alberghiere o le spese al ristorante se i prezzi calano dell’1 per cento, sono chiaramente inutili in questo periodo. La domanda per questi servizi è radicalmente cambiata a seguito dell’epidemia e non saranno variazioni marginali dei prezzi indotte da riduzioni dell’Iva che potranno fare la differenza. L’unico lato positivo dell’intervento sull’Iva è che probabilmente sarà poco costoso per il Tesoro; il crollo della domanda farà sì che la minore aliquota si applicherà comunque a un volume di attività ridotto, per cui la perdita di gettito sarà limitata. Ma, naturalmente, questo significa anche che questi settori non riceveranno grandi aiuti. Se veramente si decidesse che tali settori vanno aiutati e le imprese tenute in vita, ci vorrebbero forme più dirette di sostegno al reddito d’impresa.

 

Ciò che però appare particolarmente deludente è la mancanza totale di un progetto organico di intervento sul sistema fiscale. Manca un progetto coerente del governo (o dell’opposizione, per quel che conta) ma questo non sembra essere la conseguenza di un’impasse tra linee di politica economica differente dei diversi partiti della maggioranza. Semplicemente, nessuno dei partiti che compongono la maggioranza sembra avere idea di cosa fare e come intervenire, a parte le solite banalità sul “mettere i soldi nelle tasche degli italiani” e “aiutare le famiglie che non arrivano a fine mese”. Nobili obiettivi, per carità, ma anche obiettivi che richiedono un po’ più di elaborazione che le estemporanee trovate a caccia di qualche pacchetto di voti a cui, da tempo ormai, i vari governi italiani ci hanno abituato.

 

Questo è un peccato, soprattutto in questo momento. L’Europa si sta dimostrando estremamente generosa con l’Italia in questa fase e i margini di manovra addizionali che ci vengono regalati potrebbero essere utilizzati per promuovere una riforma fiscale che favorisca lo sviluppo economico. Per raggiungere tale fine la riduzione dell’Iva francamente gioca un ruolo molto limitato se non nullo. Occorre ridurre drasticamente le imposte sul lavoro, soprattutto per i redditi medio-bassi, in modo da incentivare e favorire la partecipazione alla forza lavoro, che in Italia resta scandalosamente bassa. Occorre eliminare il più possibile gli ostacoli alla crescita delle imprese, favorendo anche fiscalmente le imprese che più investono. Più in generale, occorre semplificare e rendere più organico e meno distorsivo il sistema fiscale, eliminando assurdità come la “flat tax per gli autonomi” e vari altri regimi speciali. Tutto questo con l’obiettivo di ridurre in modo netto e chiaro la pressione fiscale. Smettere di pensare a provvedimenti temporanei, mancette a settori particolari o altri atti puramente di immagine sarebbe il primo passo. 

 

Sandro Brusco è docente alla Stony Brook University, New York

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