Populismo sovranista vs Parlamento sovrano. Storia di un nuovo bipolarismo

Claudio Cerasa

Il caso italiano, la battaglia inglese, il caos venezuelano, la partita americana. Sorpresa: i Parlamenti diventano i migliori argini degli estremismi sfascisti e la conversione dell’Italia rosso-gialla può essere una lezione per l’Europa

Il punto in fondo, se ci pensate, è tutto in quello strillo lì: ordeeeeeeer! Tra i molti elementi suggestivi ricavati dalla pazza crisi politica innescata questa estate dal senatore semplice Matteo Salvini vi è un elemento cruciale che è stato al centro della battaglia spietata portata avanti con passione dalle forze politiche alternative all’estremismo populista incarnato dal progetto nazionalista salviniano. L’elemento cruciale riguarda la dialettica andata in scena nelle ultime settimane in Italia tra coloro che hanno usato la sovranità del Parlamento per combattere il sovranismo populista e coloro che hanno invece tentato di utilizzare il richiamo al sovranismo populista per delegittimare le scelte del Parlamento sovrano. Lo scontro tra il leader della Lega e i suoi avversari offre infiniti spunti di riflessione e infinite chiavi di lettura ma nella polarizzazione del dibattito pubblico tra il partito di Salvini e il partito del tutto tranne Salvini, accanto al tema dell’Europa sì ed Europa no, vi è anche il tema più complesso del rispetto delle prerogative concesse al Parlamento dalla democrazia rappresentativa.

 

Matteo Salvini e il codazzo sovranista al suo seguito hanno inveito contro il Partito democratico e contro il Movimento 5 stelle per aver tradito il popolo con un accordicchio di palazzo, come se qualcuno avesse mai votato alle elezioni l’alleanza di governo tra la Lega e il M5s, ma ciò di cui il senatore semplice Matteo Salvini non si è accorto in questi mesi in cui rivendicava per sé pieni poteri è che la trasformazione del Parlamento sovrano in un argine contro il sovranismo populista è stato un effetto generato proprio dalla propaganda sfascista portata avanti dal leader della Lega. Da questo punto di vista, la parlamentarizzazione della crisi non ha avuto solo la conseguenza di creare un muro di gomma contro il progetto salviniano, ma ha permesso in un certo senso anche di parlamentarizzare la crisi del Movimento 5 stelle.

 

Sarà il Parlamento sovrano ma non ancora sovranista a tenere fuori dal governo gli istinti sovranisti e qualora Rousseau dovesse dare il via libera al governo della svolta, speriamo, sarà sempre il Parlamento a far entrare il Movimento 5 stelle in una stagione diversa rispetto al passato, in cui il tonno della democrazia rappresentativa finisce per prevalere sull’apriscatole della democrazia digitale.

 

Per il Movimento 5 stelle parlamentarizzare la crisi significa spostare il baricentro del comando del grillismo dalle piattaforme digitali, possedute dal capo di una srl privata, alle aule non più sorde e grigie del Parlamento e questo ribaltamento di equilibri è stato in qualche modo certificato dalla scelta fatta giovedì scorso dal professor Giuseppe Conte al Quirinale, quando, una volta ricevuto da Sergio Mattarella l’incarico per formare un nuovo governo, ha scelto di non prendere in nessun modo in considerazione la possibilità che una qualche piattaforma digitale possa avere un’importanza superiore rispetto alle prerogative concesse dalla Costituzione al presidente della Repubblica.

 

L’istituzionalizzazione possibile del Movimento 5 stelle passa in qualche modo dalla sua parlamentarizzazione. Se il governo rosso-giallo prenderà davvero vita, il presidente Giuseppe Conte avrà una grande occasione,
che è poi la stessa occasione che ha oggi ha la nuova Europa: dimostrare
con i fatti che il Parlamento sovrano a trazione europeista è infinitamente più forte del populismo sovranista a trazione sfascista

  

L’istituzionalizzazione possibile del Movimento 5 stelle (vaste programme) passa in qualche modo dalla sua parlamentarizzazione – e semmai Rousseau dovesse bocciare l’accordo del Movimento 5 stelle con il Pd è facile prevedere che il gruppo parlamentare del Movimento 5 stelle seguirà più la prassi costituzionale che quella digitale. E in una certa misura si può dire che la trasformazione del Parlamento in un argine contro l’estremismo populista non è solo un fenomeno italiano ma è sempre più un fenomeno di livello mondiale.

 

In Gran Bretagna, in questi giorni l’allegro e scapigliato estremismo populista di Boris Johnson (ber gli amici Ben) ha scelto di trasformare il Parlamento inglese – guidato dal meraviglioso speaker della Camera dei comuni John Bercow, diventato famoso anche fuori dai confini inglese per aver urlato non si sa quante volte durante una votazione relativa alla Brexit dello scorso 15 gennaio la parola “Order!” rivolta ad alcuni esagitati parlamentari inglesi – nel principale ostacolo a quella volontà popolare emersa due anni fa con il referendum sulla Brexit e per questa ragione giovedì scorso il primo ministro ha chiesto e ottenuto dalla Regina la sospensione delle attività parlamentari per cinque settimane, in un periodo che inizierà tra il 9 e il 12 settembre e terminerà il 14 ottobre, per evitare che il Parlamento possa approvare in quest’arco di tempo, prima della scadenza fissata il 31 ottobre per i negoziati sulla Brexit, una legge che provi a impedire il cosiddetto “no deal”.

 

Negli Stati Uniti, per ragioni diverse ma con dinamiche non così differenti, è stato sempre il Parlamento, guidato in uno dei suoi due rami dalla democratica Nancy Pelosi, ad aver costretto Donald Trump a rivedere la sua traiettoria populista ed estremista (a luglio è stata una mozione bipartisan approvata dalla Camera dei rappresentati del Congresso a impedire al presidente americano di ordinare raid contro l’Iran senza aver ricevuto prima l’autorizzazione del Congresso).

 

In un modo naturalmente più estremo e ovviamente più traumatico, possiamo dire che un altro scontro molto più violento tra populismo sovranista e Parlamento sovrano è andato in scena qualche mese fa in un altro paese lontano dall’Europa, il Venezuela, dove, il 23 gennaio 2019, Juan Guaidó, presidente dell’Assemblea nazionale, per liberare il paese dalla follia madurista si è autoproclamato presidente di un governo provvisorio, appellandosi all’articolo 233 della Costituzione venezuelana, ritrovandosi a livello internazionale non sostenuto nella sua azione solo da paesi non affezionati al rispetto della democrazia parlamentare (Russia, Cina, Cuba, Bolivia, Turchia, Nicaragua, oltre che l’Italia non ancora liberata dal cappio del doppio populismo di governo). L’Italia per fortuna non è il Venezuela e non è neppure la Gran Bretagna ma se il governo rosso-giallo prenderà davvero vita il presidente Giuseppe Conte, l’Alexis Tsipras italiano, avrà una grande occasione, che è poi la stessa occasione che ha oggi ha la nuova Europa: dimostrare con i fatti che il Parlamento sovrano a trazione europeista è infinitamente più forte del populismo sovranista a trazione sfascista.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.