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Salvini e la sindrome Scurati. Diffidare dei politici con troppe certezze

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

31 Agosto 2019 alle 06:16

Salvini e la sindrome Scurati. Diffidare dei politici con troppe certezze

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Al direttore - Mi convinco sempre più di essere un uomo d’altri tempi se, malgrado decenni di impegno e responsabilità politiche, non mi capacito di alcune posizioni espresse nel corso della crisi di governo. Adriano Sofri sostiene, lo fa seriamente come è suo costume, che Zingaretti avrebbe dovuto proporre subito, e farne una condizione per l’accordo con i grillini Giuseppe Conte presidente del Consiglio del nuovo governo “del cambiamento”. Ora, si dà il fatto che Conte sia diventato una bandiera dei 5 Stelle nelle ore successive alla precipitosa e improvvida rottura della coalizione da parte di Salvini, bandiera poi sventolata dai grillini dopo la requisitoria dello stesso Conte in Senato il 20 agosto. Cosa avrebbe dovuto fare Zingaretti? Strappare la bandiera a 5 Stelle e rivendicare la primogenitura nella esaltazione di Conte? Come si può sostenere, mi chiedo, che un partito dopo aver condotto una dura opposizione contro le nefandezze del governo gialloverde debba non solo allearsi con il principale partito di quella coalizione combattuta aspramente ma accettare che il premier di quel governo, considerato pericoloso per l’Italia, diventi il presidente del Consiglio del nuovo e inedito esecutivo? Imporre tutto ciò al Pd significa volerne un rapido ridimensionamento sulla scena politica italiana e determinarne una caduta di credito e di autorità tra gli elettori. Ci si rende conto di ciò? Una osservazione infine su Giuseppe Conte. L’“avvocato del popolo”, come stoltamente si autodefinì, ha guidato baldanzosamente il governo gialloverde, ne ha sostenuto tutte le scelte, lo ricordo esaltare alle conferenze stampa a Palazzo Chigi le più dissennate decisioni di Di Maio e Salvini. Conte è responsabile politicamente e moralmente di quanto accaduto in Italia nell’anno che sconsideratamente aveva promesso sarebbe stato “bellissimo” per gli italiani. Ha reagito all’andazzo solo quando è stato personalmente messo in discussione. Un sussulto di dignità e un po’ di buon gusto avrebbero dovuto consigliare a Conte, conclusa l’avventura gialloverde, di appartarsi almeno per un po’, magari in attesa di incarichi che, poteva stare tranquillo, sarebbero giunti. Ma lo stile, si sa, è come il coraggio. Ritrovo nel comportamento di Conte tracce di un camaleontismo duro a morire nella tradizione politica italiana. Attenzione però, lo dico a Sofri, non si coltivino illusioni: questa storia, ho timore, finirà con il favorire la destra e Salvini. Ahimè!

Umberto Ranieri

Una delle poche certezze nella vita, diceva un vecchio saggio, è che le persone piene di certezze dovrebbero, con certezza, essere evitate con cura.

 

Al direttore - Caro Cerasa, in politica l’avversario si batte politicamente. Si sfida sui temi concreti che affliggono il paese e sui contenuti delle proposte. La democrazia è dialogo e confronto costruttivo. La politica non si fa con aggregati di governo che già in origine lasciano intravedere tentazioni trasformistiche e dove non c’è accordo su nulla. Massimo Cacciari ieri ci ricordava che “con questa scelta fra qualche mese o anno le forze democratiche saranno completamente travolte dalle destre sovraniste”. Spero abbia torto.

Andrea Zirilli 

Ci hanno spiegato per anni, amici di Cacciari compresi, che Salvini è un mezzo fascista, che è pericoloso, che va fermato, che va bloccato, che va battuto. E ora gli stessi che hanno descritto Salvini, leggendo molti libri di Scurati, come se fosse un nuovo Mussolini fanno il nasino storto perché il Parlamento ha scelto di fare di tutto per fermarlo? La politica non si fa con aggregati di governo. Ma a volte sì. E stavolta vale la pena vedere l’effetto che fa.

 

Al direttore - Ci fu un tempo in cui si diceva che il Parlamento di Sua Maestà britannica può fare tutto tranne che mutare l’uomo in donna e viceversa.

Giuliano Cazzola

Eppure, a pensarci bene, un paradosso c’è: Boris Johnson ha scelto di chiudere per qualche settimana il Parlamento non per schiaffeggiare la democrazia rappresentativa ma per prendere atto che le reiterate divisioni del Parlamento non permettono alla Gran Bretagna di essere rappresentata come dovrebbe. Pazzesco, ma non pazzotico.

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