Le mosse di Conte (e del Pd) per disinnescare il grillismo

Valerio Valentini

Nomi, equilibri, tensioni nelle stanze di Palazzo Chigi

Roma. C’è la battaglia dichiarata, quella visibile a tutti: quella, cioè, per il ruolo di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. E però se ne consuma un’altra, più sotterranea, che tuttavia alla prima è indissolubilmente legata. Perché se davvero, come sembra, Giuseppe Conte deciderà di affiancare al grillino Riccardo Fraccaro il tecnico Roberto Chieppa, ecco che quest’ultimo andrà rimpiazzato nel suo incarico di segretario generale di Palazzo Chigi. E il sostituto giusto, per questa prestigiosa successione, il premier lo ha già trovato nel profilo di Alessandro Goracci. E anzi, a giudizio di chi frequenta l’“avvocato del popolo”, sarebbe questo il suo vero obiettivo.

 

Una sorta di promoveatur ut amoveatur, insomma, quella che attenderebbe Chieppa. Giurista di non comune spessore, figlio di quel Riccardo già presidente della Corte costituzionale, con Conte condivide la famigliarità coi massimi organi della giustizia amministrativa (Chieppa è consigliere di stato dal 2000), oltreché la passione sfegatata per la Roma. Cinquantatreenne amante degli sport invernali, arrampicatore e giocatore di calcetto amatoriale, Chieppa è ombroso e riservato, di una riservatezza che, sulla prime, nei corridoi di Palazzo Chigi venne interpretata come mancanza di garbo dai collaboratori che a malapena si vedevano ricambiare il saluto da parte del nuovo arrivato a gestire la segreteria generale.

 

Poi, coi mesi, ha saputo farsi apprezzare: e di certo Conte di lui si fida molto, anche se talvolta lo vede insofferente per certe eccessive rigidità, certi cavillosi ripensamenti cui il giurista pugliese non sa rinunciare. Ed ecco perché, quando cercava un sottosegretario più istituzionale, un uomo-macchina cui demandare il disbrigo delle rogne quotidiane del Palazzo che prima erano toccate al leghista Giancarlo Giorgetti, Conte aveva pensato a Chieppa. Salvo scontrarsi, però, con le resistenze di Di Maio: che con quel funzionario così apparentemente atarassico era già entrato in rotta di collisione quando s’era permesso, pare, di dissentire da alcune scelte che il capo politico del M5s andava maturando sulla nuova governance da dare alla Consob, e che, in ogni caso, pretendeva avere un suo pretoriano a sovrintendere, o quantomeno a vigilare, sugli affari di Chigi. Ecco, dunque, l’impuntatura su Fraccaro. Ed ecco, di rimbalzo, la scelta di Conte: accettare l’ex ministro per i Rapporti col Parlamento come sottosegretario, prevedendo però di affiancargli, a stretto giro, proprio Chieppa. Il quale, tuttavia, in questo schema si ritroverebbe un po’ imbrigliato: costretto ad accontentarsi, stando alle ultime indiscrezioni, della delega per l’Attuazione del programma, sperando magari in quella per l’Editoria, che però il Pd vorrebbe assegnare a Walter Verini e il M5s lasciare nelle mani del “gerarca minore” Vito Crimi (copyright di Massimo Bordin).

 

E dunque è sorto il sospetto che, più che quella di Chieppa, Conte abbia a cuore la promozione di Goracci, l’attuale capo di gabinetto del premier che andrebbe a occupare, appunto, la poltrona di segretario generale. Rampollo di una famiglia di rinomati dirigenti parlamentari (suo padre è stato a lungo vicesegretario generale della Camera), Goracci, classe ’77, era invece un alto funzionario del Senato quando è stato chiamato a Palazzo Chigi. Dove, col tempo, ha saputo guadagnarsi la confidenza del premier più d’ogni altro: perfino più di Andrea Benvenuti, giovane segretario particolare di Conte, il quale in ogni caso non sembra debba avere nulla da temere nella imminente ridefinizione dell’organigramma di Chigi.

 

Che a ben vedere preoccupa invece, e non poco, i notabili del Pd, che non a caso stanno discretamente rimproverando a Nicola Zingaretti la scelta di avere rinunciato per ora a qualsiasi avamposto a Piazza Colonna, di fatto barattando la mancata riconferma di Luigi Di Maio a vicepremier con la rinuncia a poter indicare un sottosegretario del Pd alla presidenza del Consiglio. Un errore, forse, visto che nello spoil system che verrà, è quasi certo che Conte rinnoverà la fiducia a Ermanno Di Francisco del Dagl, il nevralgico dipartimento per gli affari giuridici e legislativi, e in più rivendicherà per suoi candidati di fiducia i posti di capo dell’ufficio di segreteria del Consiglio dei ministri e di capo del Dipartimento economico, che nell’èra gialloverde erano in capo a Daria Perrotta e Mario Scino, entrambi voluti da Giorgetti e destinati ora a essere rimossi.

 

Nel Pd confidano nella possibilità di ritrovare, attraverso la solida conoscenza delle strutture del Palazzo e della sua burocrazia, quei varchi per le stanze dei bottoni che ora sembrano preclusi. E di certo c’è anche l’intenzione di ritoccare la struttura del governo, nei prossimi mesi. “Aggiustamenti in corso d’opera”, li definiva giorni fa il capogruppo alla Camera Graziano Delrio. Ma per la grande spartizione di Chigi, potrebbe essere già tardi.

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